Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo VI, parte 3, Classici italiani, 1824, IX.djvu/367

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TERZO 1 581 (ep. 3). Pierio Valeriano lo annovera tra letterati infelici; dice di averlo, essendo fanciullo, conosciuto in Padova (De InJ'elic. littcrator. p. 28); e racconta che il Calfurnio, cui egli chiama uomo di rarissima erudizione, fu sempre esposto alle calunnie e alle ingiurie de’ suoi rivali, ma che soffrendo ogni cosa con invincibil coraggio, in altro non occupavasi che nell’ acquistarsi colle sue dotte fatiche nome immortale; finchè sorpreso da paralisia e perduta la voce, morì senza poter indicare le opere ch’ ei lasciava da sè composte, delle quali poscia si usurparono altri l onore. Con molta lode ancora di lui ragiona Gianantonio Flaminio scrivendo all’Antiquario, e lo dice hominem ad unguem factum; e descrive la singolar gentilezza con cui da lui fu accolto e quasi a forza per più giorni trattenuto in Padova (l. 3, ep. 4); e dalla lettera con cui questi risponde al Flaminio, raccogliesi che l’Antiquario ancora amavalo molto e avealo in molta stima (ib. ep. 5). Il Becichemo aggiugne ch ei morì in età di 60 anni; e ciò accadde nel 1503, e il Becichemo stesso ne fece l’orazion funebre (Zeno, Diss. voss. t. 2, p. 413). Nella morte di lui scrisse alcuni versi il medesimo Valeriano, nei quali, dopo aver detto ch’ ei sapea quanto saper potevasi di latino e di greco, lo propone per esemplare di un letterato indefesso. Quicumque libris igitur impallescitis, Exemplo habete singuli Calfurnium. Ma insieme si duole ch’egli tutto intento a