Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo VI, parte 3, Classici italiani, 1824, IX.djvu/423

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TERZO |637 nazioni. Abbiara veduto nel decorso di questa Storia, che nel risorgimento delle lettere e delle scienze tentato bensì, ma poco felicemente riuscito, a’ tempi di Carlo Magno, questo sovrano chiamò dall’Italia maestri che istruissero i suoi Francesi. E non altrimente avvenne nel secolo che ora abbiam per le mani, in cui gli sforzi usati a richiamare a nuova vita il buon gusto ebbero assai più felice successo. Dall’Italia chiamati furono in Francia coloro che dovevano aprire un non più tentato sentiero, e additare la via per giungere all’ arte di scrivere e di parlare con eleganza in prosa non men che in verso. Già si è notato che Filippo Beroaldo il vecchio fu per qualche tempo professor d’eloquenza in Parigi; ma breve fu il soggiorno ch’egli vi fece; ed esso nondimeno è bastato perchè il du Boulay gli desse luogo nella Storia di quella università (t. 5, p-Qi 4)• Ma tre altri Italiani ebbe quella università, e tutti nominati nel medesimo giorno professori d’eloquenza, che per più lungo tempo occuparono quella cattedra, Publio Fausto Andrelini, Girolamo Balbi e Cornelio Vitelli. Ed io ben so che i Francesi ci potranno obbiettare che noi abbiam dati loro cattivi maestri, come le opere che di essi ci son rimaste, provano chiaramente. Ma questi che or ci sembran cattivi, sembravano allora, e, in confronto al comune degli eruditi, erano ottimi; e qualunque finalmente essi fossero, furono i primi che diradarono le folte tenebre ond’era avvolta ogni cosa. Nè a provare in quanta stima essi fossero allora, io produrrò la testimonianza degli scrittori