Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo VII, parte 3, Classici italiani, 1824, XII.djvu/127

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TERZO 1279 Ligorio non era uom dotto, anzi non intendeva pure il latino, come afferma Antonio Agostini, che pur gli era amicissimo (De /.iutiqmt. di al. 4), onde è avvenuto che più volte ei non ha ben intese le parole de’ monumenti, e ha credute sincere molte iscrizioni che son certamente supposte. Ma ciò non ostante l’ opera del Ligorio da tutti i più valorosi antiquarii è stata sempre lodata come utilissima pel gran numero d iscrizioni ch’egli solo ci ha conservate, e pe’ molti monumenti d antichità, ch'egli solo ha esattamente descritti. Io non mi stendo a parlarne più a lungo; e mi basta accennare gli elogi che di quest’opera han fatto tre de' più illustri antiquarii, rilevandone i pregi senza dissimularne i difetti, cioè lo Spanhemio (De praestant. et usu Numism.), il marchese Ma (Tei (Giom. d' Ital. t. 6) e il Muratori (ante t. 1 Thes. vet. Jn script), le testimonianze de’quali si posson vedere unitamente raccolte presso il Tafuri. Qualche tratto separato di questa grand’opera ha veduta la luce, come il libro delle Antichità di Roma stampato in Roma nel 1553, un opuscolo de Vehiculis, tradotto in latino e pubblicato da Giovanni Scbeil’ero nel 1111 frammento della Storia di Ferrara stampato nel 1676, attribuito da molti ad Alfonso Cagnaccini, ma che fu veramente opera del Ligorio, il cui originale conservasi tuttora in Ferrara. Delle opere di esso si posson vedere più distinte notizie presso il suddetto Tafuri. XXVIII. Chiudiam la serie degli antiquarii col parlare di un uom dottissimo, capace di ogni più illustre opera in ogni genere di anlicbità,