Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo VII, parte 3, Classici italiani, 1824, XII.djvu/149

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TERZO l3oi al 152*7, nel qual anno, dopo il funesto sacco di quella città, ne parti con suo padre, il qual pensava di andar col figlio a Parigi, ove invitavalo il re Francesco I. Ma giunto a \ enezia, così si compiacque di quel soggiorno, che vi fissò la sua dimora. Fece ivi ammaestrare il giovinetto Francesco nelle lingue greca e latina sotto alcuni illustri maestri, tra quali fu Giovita Rapicio: e risoluto di farne un solenne dottore, mandollo a Padova. Ma più che le troppo severe leggi, piacevano a Francesco gli ameni studi della letteratura, e ottenne perciò di essere ammesso nell1 accademia degl*Infiammali di fresco eretta. Di che Jacopo sdegnossi per modo, che venuto a Padova, e trattenutosi per due giorni, non si lasciò mai vedere al figliuolo, come questi racconta in una sua lettera a Pietro Aretino, scritta da Padova a 5 di ottobre del 1540 (Letter. alfsirvt. p. 330). Per placare il padre, convenne ch’ei tornasse alle leggi, e che passasse perciò a Bologna e ne prendesse la laurea; ma poscia diè lor di nuovo congedo, e tutto sì volse alla letteratura. L'an 1550, udita l’elezione di Giulio III, da cui era stato tenuto a battesimo, volò a Roma pieno di grandi speranze; ma vedendo che altro frutto non ne traeva che il voto titolo di camerier pontificio, con cui si sottoscrive in lettera all'Aretino de 27 di giugno del detto anno (ivi, p. 335), da Roma tornossene a Venezia, e deposto il disegno di entrare nello stato clericale, menò moglie, e continuò a coltivar tranquillamente i suoi studi, or tenendo egli medesimo la sua stamperia, or correggendo