Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo VII, parte 3, Classici italiani, 1824, XII.djvu/303

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TERZO ¡4^5 cxtìnxcrit, aut labefacUirit... quamquam face ni non possati, qui 11 vicem meam interea dolerem quod me ita omnia fefellissent, ut quam rem mihi laudi et praemio putaram fore, in ea crimen vel gravissimum perduellionis constitutum esset. Io credo dunque per certo che assente fosse condennato il f oglietta per quei’ due libri, i quali, a dir vero, per la libertà con cui biasima in essi la prepotenza e gli abusi de nobili, non è a stupire che gli concitassero contro l odio dei più potenti. Nè si può dire ch’ egli per avventura gli scrivesse in età giovanile, che spargendone copie fosse perciò sbandito, e che solo più anni dopo li pubblicasse; perciocchè, oltre più altre ragioni, egli parla ivi a lungo del principe Doria, e dice ch’egli ha novantanni (p. 105). Or questi giunse a’ novantanni nel 1556, e morì poscia quattro anni appresso; onde appunto in quel frattempo dovettero essere scritti que libri. Il Foglietta, spogliato, com è probabile, de beni paterni, trovò in Roma nel Cardinal Ippolito d’Este il giovane un amantissimo protettore che il ricevette in sua casa, e l ammise al numero de’ suoi famigliari, come abbiam veduto parlando delle munificenze di quel gran principe verso de’ dotti. Fu ancora ivi assai caro al Cardinal Simone Pasqua genovese, con cui sembra che intervenisse al Concilio di Trento a tempi di Pio IV (in nuncup. Lib. de scribenda Hist) (a), (/O 11 cardina! Si mone Pasqua era stato medico di Pio IV, e di lui si posson vedere esatte notizie negli Archiatri pontiflcii del sig. abate Marini (t. 1, p. 433).