Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo VII, parte 3, Classici italiani, 1824, XII.djvu/362

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1514 ui&o ila quasi tre anni avea abbandonata Firenze, senza però che ne sappiamo il motivo. Ma egli che, scrivendo a Cosimo, si mostra sì generoso e sì nimico dell’interesse, spesse altre volte si duole della sua povertà; e in una lettera singolarmente assai poco religiosa a m. Silvestro Macchia, scritta nello stesso anno, dice (p. 27): Prima non ho un beneficio traditore al mondo, nè entrata ehm ladro: non scampàno pro defunctis; et non canto gaudeamus; et in vita mia non beccai mai un soldo nè di S. Gregorio, nè di S. Lazzaro: non scuffiai mai pagnotta, che non fosse sudata dal mio cervello; e oltre più altre cose, con le quali ci fa vedere quanto gli è grave il carattere di prete, aggiugne dicendo pur troppo vero: Se voi mi fiutaste, non so nulla di Prete; ma puzzo piuttosto di pazzo. Infatti l avidità e l’interesse erano il solo stimolo che lo moveva ad onorare or l uno, or l’altro, e a dedicare i suoi libri a coloro da’ quali potea sperar ricompensa. Egli annovera infatti i doni che avea ricevuti: un anello di venticinque scudi; una collana d’oro di venti scudi, e sette braccia di velluto dalla contessa di Bagno; venti scudi d’oro da Gianvincenzo Belprato conte d’Anversa; ventiquattro scudi d’oro dal Mendozza ambasciadore di Cesare; venti da Monsignor di Francia, e più altri da diversi nobili personaggi (Zucca, p. 28). Nè ei vergognavasi, se alcun di coloro a cui dedicava un suo libro, non gli si mostrava riconoscente, di ristamparlo scegliendo miglior mecenate. Così egli stampando nel 1552 i suoi Pistolotti amorosi, li dedica al generosissimo et