Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo VII, parte 3, Classici italiani, 1824, XII.djvu/375

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TERZO una cosa di autor vivente e nemico, già data alla luce, sembra incredibile. Ma ciò è nulla. Il Domenichi in questo Dialogo, rubato interamente al Doni, ha il coraggio d’inserire tre fiere invettive contro il Doni medesimo (p. 381, 384 » 390), nelle quali fra le altre cose gli rinfaccia i plagi da lui commessi, e quello principalmente della traduzione delle Lettere di Seneca da noi già accennata. Or chi mai crederebbe, se il fatto stesso non ce ne convincesse, che esservi potesse sì ardito insieme e sì pazzo scrittore, che nell’ atto stesso ch ei fa un solennissimo furto, chiamasse ladro colui a cui egli ruba? Ma più ancora. Il Doni, che tanto avea pria malmenato il Domenichi, non si risente contro di lui, e non mostra al pubblico la sfacciata impudenza del suo avversario. Certo io non veggo che il Doni, il quale continuò a vivere e a stampare per più anni, facesse mai cenno di tale furto. Io confesso che non so intendere una condotta da amendue le parti sì strana e sì misteriosa. Il suddetto plagio però non fu il solo di cui fosse reo il Domenichi. La Progne, tragedia sotto suo nome da lui pubblicata, non è altro che la traduzione della tragedia latina del medesimo nome di Gregorio Corraro, come dopo altri ha provato il P. degli Agostini (t 1, p. 1 28). Della Storia de’ detti e de fatti di varii Principi, detta ancora Storia 'varia, i primi due libri non sono che una traduzione dell’ opera di Antonio Panormita de’ detti e dei’ fatti del re Alfonso. Moltissime sono le traduzioni da lui fatte di antichi scrittori greci e latini in