Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo VII, parte 3, Classici italiani, 1824, XII.djvu/84

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13 36 * LIBRO dall* estrema povertà a cui era condotto, in modo, che morendo lasciò un capitale di circa diecimila scudi, come vedremo. Gli ultimi anni della sua vita fu costretto dai’ dolori della podagra, fattisi sempre più atroci, a giacersi continuamente in letto. E nondimeno in quello stato medesimo non cessava mai di occuparsi studiando, e allora appunto compose egli quell’opera per cui dee qui aver luogo, cioè delle Divinità degli Antichi. Una lettera di Bartolomeo Ricci sembra accennarci ch’ei fosse annoverato tra suoi segretarii dal duca Ercole II (Riccii Op. t. 2, p. 172). Il Libanori, e dopo lui il Borsetti (Hist. Gymn. Ferr. t. 2, p. 139), lo annoverano tra’ professori dell’ università di Ferrara; del che però non trovasi nè indicio, ne pruova alcuna. Ma dovette finalmente soccombere alla violenza de’ suoi dolori, e finì di vivere, non nel 1550, come alcuni scrivono, ingannati dall' iscrizione ch'egli in quell anno vivendo fece porre al suo sepolcro, ma nel 1552, nel qual anno ne segna la morte anche il Tuano. Il sopraccitato Ricci descrive le disposizioni ch’ei diede morendo: Is in pecunia, quam multo grandi arem omnium expectatione reliquit, erat enim ad H. S. CCCC. Herculem Atestium Principem nostrum haeredem instituit, quam tamen in egenos, ut ei vide retur, postea divideret, cum tamen ispe ex sorore sua sex neptes egentissimas haberet, mox omnes locabiles, quibus singulis tantum legavit, quantum levidensem vestem vix efficeret; libros Jo. Baptistae Gyraldio propinquo suo ex altera parte, Prospero Pasetio ex altera reliquit, Epigrammatum