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sicura soluzione, come s’è potuto vedere in un grave recente dibattito[1].
[Accordo sul principio dal dialetto alla lingua.]Ma sopra un punto fondamentale si viene oggi affermando sempre più viva e da più parti[2] un’antica richiesta, a cui per molte e forti ragioni non fu soddisfatto sin qui che saltuariamente e di rado con la voluta pienezza: quella, cioè, che all’apprendimento, all’aumento, alla gloria della lingua nazionale
- ↑ Ciro Trabalza, Storia della grammatica italiana, Milano, Hoepli, 1908 e Vossler — Vidossich — Trabalza — Rossi — Gentile, Il concetto della grammatica — a proposito di una recente storia della grammatica, discussioni, con prefazione di Benedetto Croce, Città di Castello, Lapi, 1912.
- ↑ Per restringerci al solo ambiente scolastico (tacendo di filosofi e filologi), ricorderemo, a solo titolo d’esempio, due brevi passi di scrittori di didattica. «Siam d’opinione — dicono i proff. Parri e Pellottieri nel loro manuale cit. più innanzi, a p. 168 — che lo studio di tale materia (la grammatica) non dovrebbe farsi astraendo dai dialetti locali»; e a «confronti con le forme dialettali corrispondenti» si riferiscono più volte nel loro programma particolareggiato. — Il dialetto, dice il Lombardo-Radice, è «una lingua viva, sincera, piena, ed è la lingua dell’alunno, e perciò (se è vero che il presupposto della lezione è l’alunno) l’unico punto di partenza possibile a un insegnamento linguistico... Tradurre le novelline e i canti del popolo sarebbe un degno ed alto esercizio scolastico, che costringerebbe, senza mortificazioni dello spirito, ad una analisi del dialetto e ad un acuto studio dell’italiano, determinando una continua intima scontentezza del non riuscire, perchè il dialetto sarebbe sentito nella sua vivezza, e la traduzione, al paragone, nella sua secchezza e indeterminatezza... Lo sforzo della traduzione altro non sarebbe che obbligo interiore a trovarsi le regole del tradurre e a costruirsi perciò una grammatica». Lezioni di didattica e ricordi di esperienza magistrale, Palermo, Sandron, 1913, pp. 173-5.