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Pagina:Trabalza - Dal dialetto alla lingua, 1917.pdf/61

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cio... Tanta ricchezza manca ai dialetti[1] che più s’allontanano» da essi, e, «oggigiorno, anche negli scritti di stile familiare e popolare, dove ci starebbero tanto bene, diminutivi e vezzeggiativi si senton di rado, molto di rado» (Romanelli, Lingua e dialetti). Questa proprietà appartiene così ai sostantivi come agli aggettivi.

§ 6. — Alcune particolarità di costrutto.


[Costrutti avverbiali.]92. Nelle locuzioni: «tira dieci lire la settimana», «un discorso lungo un miglio», «una culla tutta gigli e oro» e simili, le espressioni sottolineate non sono che complementi avverbiali.

[Costrutti dialettali.]93. Ne’ dialetti, specie centrali e meridionali, dell’Elba e della Corsica l’oggetto (animato) in certi casi è preceduto dalla preposizione a, che nella lingua sarebbe un errore: sic. l’aviti vistu a me frati? l’avete visto mio fratello? cal. pjja a frateta prendi tuo fratello; nap. chiamma a isso chiama lui; cor. sentiteme a me, sentitemi me. Anche il mil. ha ghe (ci, a lui) ciamáven fra Macari lo chiamavano, si chiamava fra Macario.

[Il vocativo in dialetto.]94. Nella maggior parte de’ dialetti, il nome al vocativo perde quanto ha dopo l’accento: Pié Pietro, Micchè Michele, giuvinò giovinotto giovinotti, zi’ mo’ zi’ monaco, opp. zi’ fra’ zi’ frate.



  1. Non al sic. p. es., che ha diminutivi di una grazia ed efficacia grandissime come nel bellissimo prov. casuzza mia, fuculareddu miu! o nello stornello incomparabilmente poetico

    Ciuri di risu
    E si ’na vota ssi labbruzza vasu,
    Ju moru, e mi mi vaju in paradisu.

    Non al rom., che ha guidarello («il castrato che con il campano al collo guida il branco»), carosino o tosarello («chi fa il mestiere di carosare le pecore»), i capoccetti, la vergaretta, ecc. (Sindici, Poesie, passim).