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Pagina:Trabalza - Dal dialetto alla lingua, 1917.pdf/63

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[Saggio di declinazione dialettale.]97. Ne’ dialetti in cui si avvera la caduta delle vocali finali tranne -a e in cui quest’a sostituisce l’-e della II classe, le due classi si riducono a una sola: bon bona, fort forta, buono buona, forte.

In altri, come l’abruz., in cui anche l’-a digrada a -e muta o indistinta, si ha traccia di declinazione solo quando nella vocale accentata si produce il cambiamento che conosciamo (metafònesi), nel femminile: femmena bbelle, femmene bbille; mana grosse, mane grusse. (v. n. 74).

In altri, come pel nome, accade il passaggio da una classe all’altra che s’è visto pel femminile forta: ven. grando, -a grande; umbr. móllo, -a molle.

§ 3. — Gradi dell’aggettivo.


[Comparativo di maggioranza, minoranza, e uguaglianza.]98. Son due: il comparativo e il superlativo.

Il comparativo serve a esprimere un parogone o 1° tra due termini rispetto a una qualità comune ad essi («il Colosseo è più grande del Panteon»); o 2° tra due qualità considerate in un solo oggetto («vi sono alunni più intelligenti che studiosi»); o 3° tra due qualità considerate in due oggetti diversi («è più pericoloso l’ozio che agevole il lavoro»).

Esso si forma con più... di o che, se è di maggioranza, come negli esempi citati; con meno... di o che, se di minoranza; con così... come, tanto... quanto, al par di..., non meno di o che, se è di uguaglianza.

Qualche dialetto, come il lucchese, forma il comparativo di magg. con più che di: la mia casa è piú grande che della tua.

Non sempre l’espressione comparativa è completa: «a una madre così buona [come Agnese]», «non saprei immaginare una contentezza più viva [di quella]» (Manzoni).