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Pagina:Trabalza - Dal dialetto alla lingua, 1917.pdf/64

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[Superlativo: relativo, assoluto.]99. Il superlativo indica una qualità posseduta dall’oggetto nella più alta misura o 1° rispetto a tutti gli oggetti della stessa specie, relativo, o 2° senza riferimento a nessuno di essi, assoluto.

Il relativo si forma con il più... di o tra, o di meno... di o tra: «il più valoroso dei re o tra i re»; «il meno diligente degli scolari talvolta è il più bravo (sott. tra essi)».

Il superlativo assoluto si forma col suffisso -issimo: valorosissimo, proprissimo, piissimo (con due i, perchè l’i di pio è accentato e non si perde, come quello di proprio disaccentato).

In espressioni come la seguente: «Si rimetteva col pensiero nelle circostanze più terribili di quella giornata» (Manz.), l’art. precede il nome, e più terribili non è comparativo, ma superlativo.

Alcuni aggettivi in -re o -ro formano il sup. assoluto sostituendo a detta sillaba il suffisso -errimo: acerrimo, integerrimo, saluberrimo, celeberrimo, miserrimo (con fusione de’ due ee).

Altri come benefico, munifico col suffisso -entissimo: beneficentissimo, munificentissimo.

[Comparativi e superlativi organici nella lingua e nei dialetti.]100. Sono comuni alla lingua e ai dialetti i comparativi (organici): maggiore, minore, migliore, peggiore, anche nella forma accorciata meno, meglio, peggio (maggio è stato sostituito da più), e i corrispondenti superlativi massimo, minimo, ottimo, pessimo: la meglio roba, le peggio case.

Ma i dialetti, non escluso il toscano, che non sentono più in essi tutta la forza del grado, son capaci di dire: rom. er più mejo fijo, e anche er più pessimo, lucch. la più peggio disgrazia che può succedere a un uomo è quella di non poter lavorare; e, con trasposizione, come nell’abr. la chiù ppéna forte, la maggior pena, la cchiù ppecura ’ròsse la pecora più grande