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[c) locuzioni avverbiali.]145. Varie nella lingua e ancor più ne’ dialetti sono le locuzioni avverbiali: è anzi uno degli aspetti questo, in cui meglio si spiega l’ingegnosità popolare. Esempi ciascuno ne troverà a iosa nella propria memoria: quest’a iosa a cui nel brano manzoniano del miracolo delle noci riportato in fine al volume corrisponde a bizzeffe, ha per equivalenti (non unici nè sempre esclusivamente dialettali) in mil. lo stesso a bisèf, in piem. a mugg (o mucc), in gen. a brœtio, in emil. a bizèf, in ven. in quantità o a monti, in friul. a pesenái, in rom. a barozze, in abr. ’n guandetá, in nap. a battagliune, in pugl. a tutta passata, in sic. a quantitati.
E i modi di formazione sono i più vari: abr. a la munacine, a mo’ de’ monaci; ven. a pizego menúzego, a spizzichi e bocconi; (Castro de’ Volsci) a ccialuonge a gambe levate, all’appedrete a tradimento, a ccape o faccia annenze bocconi, ecc.
[Preposizioni usate come avverbi.]146. Assumono funzione avverbiale certe preposizioni a cui non sia dato alcun reggimento: sotto, sopra o su, avanti, dietro, prima, dopo, ecc.
[Avverbi relativi.]Viceversa, hanno sempre valore di congiunzione (salvo alcuni, quando sono usati nella forma interrogativa) i cosiddetti avverbi relativi a) di luogo: dove, donde, dovunque, ecc.; b) di tempo: quando, allorquando, qualora, ecc.; c) di modo: come, qualmente, comunque.
A ci, vi, ne abbiamo fatto cenno parlando de’ pronomi (n. 109). i
[Particolarità dialettali.]147. L’avverbio è parola invariabile; ma nei dialetti alcuni avverbi, quali poco, troppo, fisso, non raramente si accordano col termine a cui si riferiscono: lucch. la sua mamma è troppa (per troppo)