Pagina:Tragedie di Euripide (Romagnoli) I.djvu/81

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12 EURIPIDE


Molto meno potremmo dire della seconda parte della trilogia, le Bassàridi, quasi nulla della terza, I Giovinetti. Di un’altra trilogia dionisiaca di Eschilo ci rimane poco piú che i titoli: Semele, Le Baccanti, Pentèo, e pochissimo delle Xantriai, Le filatrici, in cui pur si narrava la morte di Penteo.

Sicché, senza insistere a voler trarre da questi resti miseri quanto essi non possono dare, ci conviene senz’altro passare all’opera di Euripide, che in parte ci compensa di tante perdite. Ma prima di contemplare il Diòniso euripideo, non sarà forse vano osservare altre due immagini del Nume, tracciate da due grandi artisti, un tragediografo ed un commediografo, Sofocle ed Aristofane.

Si leva la prima da un Coro dell’Antigone dove cosí i vegliardi tebani invocano il Dio:

Strofe I

Orgoglio di Sèmele, Dio dai molteplici
nomi, figliuolo di Giove
signore del tuono, che Italia proteggi, che regni
sui piani ospitali d’Elèusi
a Dèmetra sacri, che presso
il molle fluir dell’Ismèno,
in Tebe dimori,
che te vide nascere, presso
la stirpe del drago selvaggio!

Antistrofe I

Il fumo corrusco del duplice vertice
dove le Ninfe coricie
baccanti s’aggiran, te mira, te l’onda castalia.
E i clivi dei monti di Nisa
che d’ellera han chiome, e la verde