Pagina:Tragedie di Sofocle (Romagnoli) II.djvu/115

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112 SOFOCLE

ma che è tuttavia ascesa ad un vertice dal quale tutta la vita umana, con le sue illusioni, le sue virtù, i suoi vizi, gli entusiasmi, gli errori, è contemplata e giudicata mirabilmente. Da questo vertice, volgendo le pupille alla sua vita trascorsa, Edipo repudia implicitamente anche il folle atto compiuto accecandosi, e dichiara che i proprii peccati furono in fondo scusabili, perché li commise ignaro; e compie cosi una specie di autocatarsi, rispondendo egli medesimo al dubbio angoscioso che nel cuore di tutti gli spettatori permane dopo il tremendo finale dell’«Edipo re».

Se poi consideriamo l’«Edipo a Colono» dal lato più strettamente tecnico, vediamo che in esso sono giunti a completa maturazione tutti gli elementi caratteristici della drammaturgia sofoclea.

Il contrasto, innanzi tutto. Qui, ne abbiamo due di tipo classico, uno fra Edipo e Creonte, l’altro fra Edipo e Polinice; e quest’ultimo è forse il più terribile dei sofoclei. Ma dal tipo classico, vediamo qui sviluppate forme assai più complesse. Per esempio, nella gran scena del ratto delle fanciulle. Qui, tutti i personaggi, Edipo, Creonte, Antigone, Ismene, Teseo, i Corifei, si trovano in urto violento, da due punti antitetici, ma con varie posizioni.

Ne consegue un cozzo di passioni e di parole complicato e meraviglioso. Il contrasto diviene, togliendo alla parola quanto essa ha di meno elevato, baruffa. E l’effetto scenico è meraviglioso. A produrlo, è concorsa l’abilità che Sofocle ha via via acquistato, in tutto lo svolgimento della sua opera, nella «polifonia dialogica».

Una parte di questo complicato contrasto è affidata, come dicemmo, al corifeo, o, meglio, a varii elementi del coro.

Il coro nell’«Edipo a Colono», è oramai ben altra cosa dal coro originario.

Notiamo, innanzi tutto, che non è, come quasi sempre è,