Pagina:Tragedie di Sofocle (Romagnoli) II.djvu/247

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
244 SOFOCLE


Ma ben differente è l’Antigone di Sofocle. Al momento di abbandonare la vita, ella sente profondamente tutti gl’incanti di questo universo terribile e paradisiaco, il cui fàscino ammalia anche le creature piú percosse dalla sventura: al suo pensiero virgineo, balenano le gioie che la giovinezza promette facili e inebrianti; e dinanzi alla inetta pietà dei vecchi signori della sua patria, giunge, cade, come un povero uccello ferito. E l’ultimo lamento — gemito d’usignuolo — che ella esala verso le are, i fonti, i boschi della patria, intenerirebbero un cuore di pietra. Antigone è una eroina, ma non è una fanatica del martirio.

E, d’altronde, basterebbe il suo spirito di sacrificio, costante fino alla morte, prima verso il padre, poi verso il fratello: ché il sacrificio è la nota piú caratteristica della psicologia femminile: basterebbero le parole che essa rivolge al disumano Creonte, e che hanno avuta tanta risonanza nei secoli:

Gli amori teco, e non gli odii partecipo.


E che essa non dica neanche una parola d’Emone, che ella certo doveva amare, se tanto teneramente ne era amata, per quanto orrendamente macchiata dalla sua nascita, è un nuovo tratto squisitamente femminile; quasi direi manzoniano.

No: come Antigone non ha nessuna declamatoria durezza tragica, così non ha neppur l’ombra della mascolinità che veramente caratterizza le viragini di Eschilo. È donna. È la donna rappresentata nelle sue piú alte doti morali. Shelley — al solito, un poeta — ha vista intera la verità, e l’ha espressa con parole indimenticabili: «Ciascuno di noi, in una vita anteriore, ha amata un’Antigone; e ciò fa sí che nessun legame umano possa piú appagarci».

Un solo punto, se mai, della condotta di Antigone, ci lascia meno convinti, e gitta un’ombra, se è possibile, sulla