Pagina:Tragedie di Sofocle (Romagnoli) II.djvu/265

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262 SOFOCLE 208-289

tristo mi par fra i tristi, e ognor mi parve;
e chi piú conto dell’amico fa
210che della patria, è un uom da nulla, affermo.
Ma io — lo sappia Giove onniveggente —
non tacerei, se la iattura, invece
della salute, irrompere vedessi
sui cittadini; né stimar potrei
215amico un uomo alla sua patria infesto.
Ché nella patria certo, è la salvezza;
e quando essa galleggia, è agevol cosa
procurarsi gli amici; io la città
render saprò con queste leggi prospera.
220Ed ordini conformi intorno ai due
figli d’Edipo, bandir feci: Etèocle,
che per questa città, poi che ogni prova
di valore compie’, pugnando cadde,
si seppellisca, e quanti onori spettano
225ai piú illustri defunti, a lui si rendano;
ma suo fratello, Poliníce, dico,
l’esule che tornò, che il patrio suolo
strugger volea col fuoco, e i Numi aviti,
che del sangue fraterno abbeverarsi
230voleva, e trarre gli altri in servitú,
costui col bando imposi alla città
che niun gli dia sepolcro, e niun lo pianga,
ma si lasci insepolto, e, divorato
dagli uccelli e dai cani, e, deturpato,
235sia visibile il corpo. È questo il mio
divisamento: ché non mai da me
avranno uguale onore i buoni e i tristi:
sol chi devoto alla città si mostra,
in vita e in morte, onore avrà da me.