Pagina:Trattati d'amore del Cinquecento, 1912 – BEIC 1945064.djvu/159

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Ragionatori nel presente dialogo:

Panfilo e Silio


Silio. Egli è gran tempo che io desiderava di aver una ora a mio commodo per ragionar alquanto con voi; conciosiaché, avendo io inteso che voi sète profondo nella cognizion delle cose d’amore, avea meco medesimo pensato di addomandarvi d’alcuni dubbi, de’ quali per aventura non mi ricordo al presente, sperando da voi esser ottimamente ammaestrato in questa materia. Nondimeno, quando vi piaccia e che io non vi sia di fastidio, ardirò a chiedervi il vostro parere d’un certo che, venutomi ora ora alla mente.

Panfilo. Sempre mi piacque di sodisfar agli amici in tutte quelle cose nelle quali io mi ho conosciuto esser buono a piacere e a poter sodisfare; e però a me non farai tu giamai fastidio addomandando, conciosiaché le mie parole non son tali che io debba serbarle come sogliano alcuni, più savi nel conoscer di non far buon’opera favellando che per altro.

Silio. Desiderava d’intender s’uno uomo attempato commette cosí grave errore, amando, come si dice; perché io ho sempre creduto il contrario, parendomi che i vecchi, essendo di più esperienza e di maggior prudenza che i giovani, sappino quel che intorno a questa materia si richiede. Oltre che, il Boccaccio vuole che maestro Alberto possa, si come i giovani, amare, appellando le nostre anime «sciocche».

Panfilo. Tu, che sei giovane, non sai come vanno le cose del mondo. Però avertisci che quest’accidente, ch’è infuso nei cuori di tutti color che vivano, di tutte le creature, da noi chiamato «amore», è più degno di vitupèro in un vecchio che in un