Pagina:Trattati del Cinquecento sulla donna, 1913 – BEIC 1949816.djvu/225

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appendice 219

IV

1.

Dedica della Pena.

Al signor PAOLO PALMERI

secretario delli magnifici signori elletti

della cittá de napoli

Michelangelo Biondo

La nostra antica benevolenza fa, anzi me esorta, che io me aricordi dopo tanti anni, signor caro, della acoglienza che voi solete fare a tutti li virtuosi. Imperò, ancora ch’io non era di numero di quei, pure quella, per la sua bontá, tenendomi per uno di detti, sempre me amava, accapezzando, mentre che io abitava in Napoli. Anzi, remossi tutti gli altri, visitandola, a me solo prestava l’orechie e la audienza, forte godendo quando io referiva alcuna delle mie vigilie, con tutto ciò che fosseno mal culte. Pertanto da luntano come da presso faccio parte alla Signoria Vostra della mia Pena, anzi a quela la destino, imperoché la contiene el discorso del matrimonio della vostra cittadina, con la quale, dopo la mia partita da Napoli, son stato in tanti affanni, che mai potrei narrarli: pure sapi quella che per la sua cagione ho avuto a perdere la vita, non che i beni temporali. Pertanto, quando ha piacciuto a Dio, son essito di affanni, non perciò senza il gran dolore, perché è morta colei che io tolsi per mia cara sposa e per amore. Imperò di quanto dolore, di quanto affanno, di quanto tormento ella, mentre che visse meco in compagnia, è stata a me, da queste poche carti facilmente la Signoria Vostra intenderá. Percioché, in vita sua, io non avea altra consolazione che scrivere sí le feste e li piaceri iugali, come ancora li dispiaceri e le tribolazioni, nelle quali io era per sua cagione dopo la commune partita da Napoli. Imperoché non era piú Iulia Marzia Martina, ma veramente una furia del mondo, percioché con sdegni, ira, rumore e suoi furori me consumava tanto, che, andando per la terra, era iudicato morto. Nondimeno, quando piacque a Dio, ella è morta. Ed invero, al presente, della sua morte me rincresse, ancora che io son senza tormento, senza la pena e senza il continuo furore.