Pagina:Trattati del Cinquecento sulla donna, 1913 – BEIC 1949816.djvu/302

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296 iii - il libro della bella donna


sarebbe un voler proprio ad una ad una annoverar le stelle e in picciol vetro chiuder tutte l’acque, come dice il Petrarca. Per la qual cosa, tornando io alla donna, raffermo che le ha da essere di non poco onore, se di imparare a toccare o viuola o liuto (ché questi due strumenti piú mi piacciono) leggiadramente non si disdegnerá. Tenete certo che quelle vaghe damigelle, appresso il Bembo, sonanti l’una di liuto con maravigliosa maestria, e l’altra di viuola, grandissima laude appo la reina di Cipri ed altre gentildonne ed onorati signori, convenuti in Asolo per onorare le nozze che si celebrarono cosí gaiamente, vennero anzi a riportare che no. Il medesimo Bembo nel secondo degli Asolani viene nelle giovani a commendare, quando, sotto persona di Gismondo, dice cosí: «Oh, con quanta soavitá ci suole gli spiriti ricreare un vago canto delle nostre donne, e quello massimamente che è col suono d’alcuno concordevole stormento accompagnato, tócco dalle loro delicate e musiche mani!». Suonerá adunque la donna nostra alle volte a tempo ed a luogo, ma sempre modestamente, ma sempre riverentemente, e non pur suonerá, ma canterá e danzerá ancora, come le si conviene, e non piú, cioè con rispetto grande e vergogna nel volto. Il che sempre le ha da essere dicevole e convenevole assai fra gli uomini. E, se non fosse ch’io m’apparecchio a dire delle altre cose appartenenti alla donna, io mi occuperei a provare per gli autori (e non pur per l’uso buono che vi è) piú diffusamente che le conviene il sonare, che le conviene il cantare, come ci ha mostro il Petrarca, per mezzo di Laura, nel sonetto «Dodici donne», «Onde tolse Amor Toro», «Grazie, ch’a pochi il ciel», «Amor m’ha posto», «Quand’Amor i begli occhi», e che le conviene il danzare. Il che si cava dal sonetto «Real natura», e forse da quello «Avventuroso piú d’altro terreno», per passarmene via delle Grazie e delle ninfe, le quali i poeti, come Orazio al quarto de’ Carmi suoi all’ode settima, inducono carolanti e danzanti al tempo che ringiovenisce l’anno e gli alberi si vestono. Ma ora io non posso, senza mio e vostro gran disagio, in ciò trattenermi; percioché, qui dimorando e restandomi a favellare assai circa la donna, quando arei io compito?