Pagina:Trattato de' governi.djvu/112

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


e chi ei sia: perchè di lui invero molte volte si dubita, non confessando unitamente ogn’uomo d’un medesimo, che e’ sia cittadino. Perchè nello stato popolare se ne dà uno, che poi nello stato dei pochi molte volte non è più tale.

E lascisi qui la considerazione di quegli, che in altri modi hanno conseguito il nome di cittadino; come sono li fatti di nuovo: perchè il cittadino non è tale, perchè egli abiti in una città: conciossiachè gli servi, e gli artefici ancora essi vi abitino. Nè ancora sien cittadini quei, che in tal maniera partecipano della giustizia, che e’ possin irsene alla ragione, e esser giudicati: conciossiachè un tal giusto sia partecipe ancora a chi insieme fa traffico. Ed è in usanza, che simili possino partecipar delle ragioni di quei luoghi; avvenga che gli forestieri non ne partecipino interamente, anzi è loro di mesteri di pigliar uno avvocato.

Onde imperfettamente si può dire, e in certo modo, che e’ sien partecipi della ragione; ma che e’ sieno come i fanciulli, i quali per la piccola età non sono ancora scritti nel numero dei cittadini; e come li vecchi, che sono stati lasciati senza obblighi civili, i quali assolutamente cittadini non debbon chiamarsi, ma in certo modo. E debbevisi aggiugnere ch’e’ sien cittadini imperfetti quegli, e questi cittadini sfioriti, o altra simil cosa, che ciò non importa: essendo manifesto quello, che io vo’ dire, cioè, che noi cerchiamo qui di chi sia cittadino veramente, e che senza aver nessun difetto non abbia bisogno di correzione. Conciossiachè un medesimo dubbio si possa avere, e che e’ si possa nel medesimo modo sciorre e ne’ cittadini disonorati, e nei ribegli. Ma il cittadino vero con nessuna altra proprietà si definisce meglio, che col potere partecipare dei giudizî, e dei magistrati. Infra i quali alcuni ne son divisi coi tempi, di sorte che certi n’è, che