Pagina:Trattato de' governi.djvu/279

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


non pure lo stato popolare apparirà più, o meno bello; ma che egli non apparirà un medesimo.

L’altra è quella ch’io vo’ discorrendo al presente; cioè perchè quelle cose, che conseguitano agli stati popolari, e che appariscono essere propie di tale stato, accozzate tutte insieme fanno variare tali stati. Perchè di tali a uno stato ne conseguita manco, a uno più, e ad un altro ne conseguitano tutte. Ed è utile sapere ciascuna di esse, e per poterne ordinare uno, se alcun si trovasse, che un tale stato volesse constituire; e per poter correggere gli constituiti. Conciossiachè tutti quegli, che constituiscono uno stato, s’ingegnino di mettere insieme tutti gli ordini, che sono proprî di quel modo di stato, che egli intendono di fare. Ma errano bene nel far questo, come io ho dimostrato innanzi; dove io trattai della rovina, e conservazione d’essi. Ma diciamo ora le massime, e costumi, e le cose, che desidera ciascuno stato.


L’intento, e la supposizione del popolare stato è la libertà. E questo s’usa di dire dai popolari, come se in questo solo stato la libertà fusse partecipata dai cittadini. E tal fine si dice, che si propone il popolo. E di libertà si dice essere propietà di comandare, e l’essere sottoposto scambievolmente; perchè il giusto popolare è la parità, che è secondo il numero, e non quella, che è secondo la degnità. Ed essendo questo giusto così fatto, consegue però di necessità che e’ sia in tale stato padrone il popolo, e che e’ prevaglia quello, che