Pagina:Trattato di archeologia (Gentile).djvu/265

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Architettura. 207

nel mezzo dell’edificio (ved. Atl. cit., di Arte romana tav. XXXV, n. 1 e n. 2). Questo può dirsi il tipo proprio del tempio romano. Tuttavia il prostilo di schietta, semplice forma greca, col pronao sporgente d’un solo colonnato, non è raro; come anche si ebbero esempi di prostilo pseudoperiptero, cioè con finto colonnato intorno al muro della cella, (ved. Atl. cit. tav. XXXVI) cfr. Parte 1^ Storia dell’arte qreca, pag. 37-38; Atl. di Arte greca, tav. XXV-XXVI; LV.

Il tempio rotondo, che presso i Greci non trova ricordo se non di qualche esempio assai raro, fu invece una forma usata presso i Romani, giovando a ciò la volta, l’elemento architettonico proprio italico, che i Romani svolsero in tutta l’estensione del suo valore, come vedremo fra poco nell’applicazione di cupole, semicupole ed absidi. Il tempio rotondo sembra essere stato destinato non solo a Vesta, ma anche a Diana, ad Ercole, a Mercurio. Due specie ne distingue Vitruvio, il monoptero, formato da un semplice colonnato circolare sorreggente una trabeazione pure circolare, sulla quale posava il tetto a forma di cupola; e il periptero, formato d’una cella rotonda di muratura, sormontata dalla cupola, o di un colonnato che girava a porticato intorno alla cella stessa. Di tal forma erano il tempio di Vesta a Roma e quello bellissimo di Tivoli, dei quali esistono ancora ammirabili rovine (ved. Atl. cit., tav. XXXV, 3 e tav. XXXVII; cfr. la nostra tav. 44).

Una terza forma di tempio rotondo, che però da Vitruvio non è indicata, è quella di un corpo d’edifizio circolare, sul cui davanti sporge un atrio a somiglianza del pronao di un tempio prostilo. È in questa forma che il genio architettonico romano sembra aver toccato il suo apogeo con la mera-