Pagina:Una sfida al Polo.djvu/277

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le estreme terre boreali 271

a grandi distanze i loro blocchi i quali rimbalzavano in tutte le direzioni.

— Dio!... Comincio ad aver paura! — aveva esclamato lo studente. — Raccomandiamo le nostre anime. —

Vi era infatti da aver paura delle tremende convulsioni dell’immenso banco di ghiaccio, il quale s’apriva e si rinchiudeva come se sotto le acque un formidabile terremoto scuotesse le estreme parti del mondo settentrionale.

La terra di Devon era scomparsa fra una cortina di nebbie scendenti dal nord, ma l’ex-baleniere aveva la bussola dinanzi a sè, e quantunque l’ago fosse così inclinato da toccare quasi la rosa dei venti in causa dell’attrazione magnetica del polo, funzionava ancora abbastanza bene per non ingannarlo sulla vera direzione.

Ed intanto il treno continuava a correre, rombando spaventosamente, fra una vera tempesta di ghiacciuoli che cadevano non si sapeva da qual parte, lambendo profondi crepacci in fondo ai quali il mare rumoreggiava tentando di montare alla superficie del pak, saltando e balzando sopra i blocchi di ghiaccio disseminati in tutte le direzioni.

Mezz’ora era trascorsa e cinquanta chilometri erano stati divorati, quando la vettura fece un soprassalto e si rizzò come un cavallo che s’impenna sotto una terribile frustata, poi ricadde raddoppiando la corsa.

L’ex-baleniere aveva mandato un grido.

— Che cosa è accaduto, Dik? — chiese il canadese, il quale per poco non era stato scaraventato sul pak dal contraccolpo.

— L’automobile si è alleggerita e mi scappa sotto le mani.

— Alleggerita di che cosa?

— Corpo di tutti i fulmini di Giove!... — gridò in quel momento lo studente, il quale si era alzato aggrappandosi all’orlo