Pagina:Una sfida al Polo.djvu/289

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le ultime corse 283


In mezzo a quello scintillìo che accecava, un punto oscuro attrasse subito l’attenzione dei tre esploratori.

— Il nostro carrozzone!... — gridò il canadese.

— Sì, il nostro vagone-salon!... — urlò lo studente dimenando le braccia come le ali d’un mulino. — Hurràh!... Hurràh!... La conquista del Polo è assicurata!... —

Anche Dik pareva commosso. Dopo tutto non doveva garbargli troppo di trovarsi arrestato al di là del circolo polare artico in piena panne, colla sola risorsa di ritornarsene al Canadà a piedi sia pure coi diecimila dollari di mister Torpon.

— Dik, — disse il canadese. — Il pak a quanto pare ha ripreso il suo equilibrio. Possiamo scendere?

— Sì, signore.

— Andiamo a riprendere il nostro carrozzone.

— Purchè il motore non si guasti ancora.

— Lasciate a me allora il volante, — disse il signor di Montcalm, con tono un po’ acre. — È impossibile che ogni momento succedano dei malanni ad una macchina che è stata costruita con tutte le cure possibili.

Si direbbe che voi avete sbagliato mestiere.

— E che avreste fatto meglio a continuare a fare il baleniere, — aggiunse Walter.

Dik si era alzato, lanciando sui due uomini un brutto sguardo.

— Pare che mi vogliate offendere, — disse poi, con calma glaciale. — Se siete stanchi di me, ditemelo francamente, ed io me ne tornerò al Canadà colle mie sole gambe, purchè mi si dia un fucile colle relative munizioni.

— Per farvi mangiare dagli orsi bianchi? — disse lo studente.

— Siete pazzo, Dik? — disse il canadese.