Pagina:Una sfida al Polo.djvu/311

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un duello al polo 305

l’unica arma che in quel momento possedeva. — Io non voglio farvi alcun male, mister Torpon, quantunque abbiate ordito contro di me dei tradimenti infami!... —

Lo yankee rispose con uno scoppio di risa, e dardeggiò sul suo rivale uno sguardo feroce.

— Io non ho potuto andare al Polo quando già stavo per metterci il piede, — disse con voce cupa. — Il freddo ha spento i miei due compagni e l’oceano ha inghiottita la mia automobile, ma nemmeno voi andrete al Polo, signor di Montcalm.

Già se anche io ci andassi, miss Ellen non mi vorrebbe più ora che il mio naso è putrido.

Guardatevi: non ho più che una sola cartuccia, perchè le due ultime le ho sacrificate per richiamare la vostra attenzione, però ho ancora abbastanza forza per uccidervi.

Nessuno di noi guarderà più mai gli occhi di quella terribile e crudele fanciulla!...

— Giù quel fucile, mister Torpon, — ripetè con tono minaccioso il canadese. — Vi ripeto che non voglio farvi alcun male e che vi ricondurrò sul continente, perdonandovi i vostri tradimenti.

— Quali? — chiese ironicamente l’americano.

— Dik, il mio chaffeur, mi ha narrato tutto.

— Ecco una grande canaglia: mi prende diecimila dollari e vi lascia giungere al Polo. Bisogna che vi uccida tutti!... —

Con un balzo improvviso si era scagliato sul canadese, mandando un ruggito di belva.

Il suo avversario che già si teneva in guardia, aspettandosi qualche brutto giuoco da parte di quell’uomo a cui le sofferenze avevano guastato il cervello, con un salto di fianco si sottrasse al calcio del fucile che avrebbe dovuto spaccargli la testa, poi gli si precipitò addosso afferrandolo strettamente e gridando:


20. E. SALGARI - Una Sfida al Polo.