Pagina:Venezia – Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato, Vol. I, 1912 – BEIC 1904739.djvu/276

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270 monferrato

qual è apunto quello del generale dell’artiglieria: il che, cosí come fu allora e sará sempre all’animo mio grazia d’inestimabil contentezza, cosí m’eccitò a procurare d’avanzarmi tanto con opera di prontissimo e fedelissimo servizio, che, se non avessi potuto mostrarmi degna fattura del suo perfetto giudizio, mi mostrassi almeno non indegna creatura della sua singoiar affezione, conoscendomi non solo obligato all’Altezza Sua per l’onor stesso conferitomi, ch’avanza ogni merito della mia particolar persona, ma per esser stata con generosa benignitá prevenuta ogni mia espettazione.

Entrai adunque ad essercitar il ministerio impostomi con tutta l’applicazione del mio spirito, e, dove conoscevo mancarmi l’esperienza per riuscir se non perfetto e sufficiente, almeno non del tutto inutile in quel maneggio, procurai di supplir coll’aver presso di me persone d’approvata intelligenza nell’arte, col consiglio e coll’indrizzo delle quali mi è riuscito se non altro questo di certo: che non ho fatto errore nel parlare né tampoco nell’operare, quando è venuta l’occasione. Nel Consiglio secreto e di guerra e di Stato ho proceduto sempre in modo, discorrendo, consigliando e dando il mio voto, che il signor don Vicenzo, ch’era presente, restandone contento, procurò di darmi la carica suprema in luoco del signor marchese Guerriero, che, disgustatosi seco, l’aveva rifiutata; ma, conoscendo con la mia mente non esser capace di tanta mole, e sapendo quanto sia arduo e sottoposto alla sorte il peso di regger il tutto, ricusai costantemente d’accettarla. Non mi fu però lecito di cosí fare la seconda volta, che, chiamato dal signor duca ad essa con efficace e risoluto commandamento, convenni sottomettermi alla sua volontá, con pretesto però che il tempo avesse ad esser breve; ond’io, libero da cosí grand’impaccio, avessi a sottrarmi alla malignitá non meno degli uomini che della fortuna, vedendomi esposto per mille rispetti e per altretanti disordini, a’ quali non potevo bastevolmente rimediare, ad un’infinitá di pericoli, che manifestamente mi portavano in un medesimo tempo alla perdita della riputazione e della vita: questa nulla stimata da me in cosí fatti casi, ma quella sopr’ogn’altra cosa tenuta cara. M’industriai però