Pagina:Versi del conte Giacomo Leopardi.djvu/85

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Va rosecchiando, e la segreta venere
Con qualsivoglia accomunar non dubita.
    Un gener disameno e rincrescevole,
Di bellezza, d’amor, di grazia povero,
Da la faina uscì. Giace nel talamo
Svogliatamente, e del marito ha stomaco:
Ma rubare i vicini e de le vittime
Spesso gode ingojar pria che s’immolino.
    D’una cavalla zazzeruta e morbida
Nacque tenera donna, che de l’opere
Servili è schiva e l’affannare abomina.
Morir torrebbe innanzi ch’a la macina
Por mano, abburattar, trovare i bruscoli,
Sbrattar la casa. Non s’ardisce assistere
Al forno, per timor de la fuliggine.
Pur, com’è forza, del marito impacciasi.
Quattro e sei fiate il giorno si chiarifica
Da le brutture, si profuma e pettina
Sempre vezzosamente, e lungo e nitido
S’infiora il crine. Altrui vago spettacolo
Sarà certo costei, ma gran discapito
A chi la tien, se re non fosse o principe,
Di quei ch’hanno il talento a queste ciuffole.
    Quella che da la scimmia i numi espressero
È la peste maggior de l’uman vivere.