| Questa pagina è stata trascritta, formattata e riletta. |
| 162 |
Ma il greco Poeta mettendo sott'occhi lo scoglio albergatore di Scilla, meglio del latino finisce il quadro, là ove cel rappresenta di tanta elevatezza, che ha sempre il capo coronato di nubi, ed è sì ripido, sì liscio, sì sfuggevole, che a niun mortale conceduto sarebbe il salirlo, eziandio se di venti mani, e di venti piedi corredato egli fosse.
Οἱ δὲ δύω σκόπελοι, ὁ μὲν οὐρανὸν εὐρὺν ικάνει
Οξείη κορυφῆ, νεφέλη δέ μιν ἀμφιβέβηκε
Κυανέη, τὸ μὲν οὐποτ᾽ἐρωεῖ, οὐδέποτ'αίθρη
Κείνου έχει κορυφήν, οὔτ᾽ἐν θέρει, οὔτ'ἐν οπώρη
Οὐδὲ κεν ἀμβάιη βροτὸς ἀνὴρ, οὐ καταβαίη,
Οὐδ᾽εἰ οἱ χεῖρες γε εείκοσι, καὶ πόδες ἦεν.
Πέτρη γὰρ λίς ἐστι περιξεστῇ εικῢια[1].
Tale, son già tre mila anni, o in quel torno, appariva lo scoglio di Scilla, secondo le osservazioni di Omero, e tale oggigiorno apparisce nè più nè meno.
Tanta esattezza in questo veracemente primo Pittor delle memorie antiche, da illuminati Viaggiatori in altri suoi racconti notata, prova mirabilmente,
- ↑ Omero ibid.