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5Ovunque io mi rivolgo a fronte e a tergo,
     Veggo, o Signor, che intorno a me Tu sei
     Con quel flagello, onde gastighi i Rei,
     Nè contra i colpi tuoi ritrovo usbergo.
Deh cessi l’ira in Te, cessi lo sdegno,
     10Nè tutto di furor s’armi il tuo ciglio,
     Ma la Giustizia a la Pietà dia ’l regno.
Già m’esorta a sperar dolce consiglio:
     Se di perdono a supplicare or vegno
     Te Giudice, ma Padre, io reo, ma figlio.


XI1


Premio, che a ben amarti il cor conforte,
     Il promesso non è regno superno:
     E non è solo il sì temuto Inferno,
     Che di offenderti, o Dio, timor mi apporte.
5Tu mi muovi, o mio Dio, mi muove il forte
     Duolo, onde affisso e lacero ti scerno
     Su quella croce, muovemi il tuo scherno,
     Muovonmi le tue piaghe e la tua morte.
Muovemi al fine il tuo sì grande amore:
     10Sicchè amor senza Cielo in me pur fora,
     Fora ancor senza Inferno in me timore.
Speme di dono alcun non m’innamora;
     Che, ciò che spera non sperando, il cuore
     Tanto ti adorerìa quanto t’adora.


VINCENZO DA FILICAIA



I


Piangesti, Roma: e in te si vide espressa
     Ira e pietade allor, che in fiere guise
     Il non suo fallo in se punìo l’oppressa

  1. A Dio. Questa traduzione d’un Sonetto Spagnuolo da alcuni creduto di Santa Teresa, da altri di San Francesco Saverio.