25Del peccato sentiam la pena, e pure
La pertinacia del peccar seguiamo,
Usi all’eredità delle sventure,
Che già lascionne il primo padre Adamo:
Non sappiamo lasciar le gioje impure, 30Che servon d’esca del fallire all’amo;
E scordandoci quasi esser mortali,
Gozziam col Ciel, mentre proviam suoi strali.
L’inferma Umanità forza è che cada
Sotto la sferza del divin flagello. 35Ahi chi resister può sotto la spada,
Ch’impugna Iddio contra lo stuol rubello?
E pur de’ vizi abbandonar la strada
Cieco non vuolmè questo cuor, nè quello;
Anzi par; che a ciascun dispiaccia, oh stolto!, 40Di non essere in quei dell’altro involto.
Nel pensiero de’ falli, e delle pene,
S’avvilisce la mente, e si addolora;
Ma la fronte superba non avviene,
Che ceda vinta dal gran peso ancora. 45Co’ sospiri la vita si mantiene,
E pur l’emenda si prolunga ognora:
Così tra i fiori di pentito lutto
Si matura, oh empietà!, d’errori il frutto.
Se tu aspetti a vibrare, o giusto Dio, 50La provocata vindice saetta,
Ostinato in fallir sempre più rio
L’Uomo si fa, nè in fallo l’altro aspetta:
Ma se, la tua pietà posta in obblio,
Muovi il forte tuo braccio alla vendetta, 55Sotto la giusta formidabil’ira
Mancare il reo coll’error suo si mira.
Mentre Tu ne correggi, il sai Tu come
Ci rammentiam conduol d’aver fallito,
E quanto della colpa il solo nome, 60Più che Averno, spaventi il cuor pentito;
Ma se allontani dalle nostre chiome