Pagina:Zecche e monete degli Abruzzi.djvu/24

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peratore Federico II facea battere nel 1222 i denari imperiali a surrogare gli aboliti tarì di Amalfi, e nel 1251 gli augustali e le loro metà. Brindisi fu la precipua zecca degli svevi, e tale si mantenne nei primi anni di Carlo di Angiò, che nel 1266 ne aprì una sussidiaria a Barletta per lo stampo dell’oro, giovandosi di zecchieri brindisini. Questo re fino al 77 spediva a Brindisi decreti concernenti la fabbrica delle monete minute, e l’anno appresso altri operai ne levava, richiamandoli alla nuova officina di Napoli; finalmente, l’atto di donazione ai frati minori dell’edificio della moneta e delle adjacenze per erigere il loro monastero, datato 2 marzo 1284, m’induce a credere che ogni operazione monetaria vi fosse di già cessata. Dopo circa due secoli, nuovi monumenti incontriamo che ci accusano il riaprimento della zecca di Brindisi, vale a dire i cavalli di Ferdinando I d’Aragona sul cui rovescio sta una colonnetta incoronata ad indicare l’arme della città, e posteriormente due belle varietà del cavallo di Ferdinando II, coniate net 1495 col mollo Brundusina fidelitas, allusivo alla fede serbata agli aragonesi resistendo alle armi di re Carlo VIII di Francia1.

Vuolsi che a Manfredonia, città edificata dallo svevo Manfredi, questo re trasportasse la zecca di Brindisi. Non mi è noto documento che giustifichi cotale asserzione, che le memorie angioine della officina di Brindisi parrebbono confutare; ed è certo che niuna moneta di Manfredi reca verun contrassegno da farcela ascrivere ad altre zecche, da quelle in fuori di Brindisi e di Messina.

Ultima nell’ordine cronologico ci si presenta Barletta, officina aperta da Carlo I di Angiò con decreto de’ 15 novembre 1266 per coniarvi le nuove monete d’oro, vale a dire i regali e i mezzi regali, introdotti per surrogare gli augustali e le loro

  1. Giuseppe Maria Fusco, Intorno ad alcune monete aragonesi ed a varie città che tennero zecca in quella stagione, memoria inserita negli Atti dell’Accademia Pontaniana, T. V, pag. 25 e seg., tav. II, n. 5 e 6.