Pagina:Zibaldone di pensieri II.djvu/303

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
290 pensieri (949-950)

Poniamo per esempio un’opera scientifica. Se non è bella, la scusano perciò ch’è utile, anzi dicono che la bellezza non le conviene. Ed io dico che se non è bella, e quindi è brutta, è dunque cattiva per questo verso, quando anche pregevolissima in tutto il resto. Per qual ragione è bello il Trattato di Celso, ch’è un trattato di medicina? Forse perché ha ornamenti poetici o rettorici? Anzi, prima di tutto, perché ne manca onninamente e perché ha quel nudo candore e semplicità che conviene a siffatte opere; poi perché è chiaro, preciso, perché ha una lingua ed uno stile puro. Questi pregi o bellezze convengono a qualunque libro. Ogni libro ha obbligo di esser bello in tutto il rigore di questo termine, cioè di essere intieramente buono. Se non è bello per questo lato, è cattivo, e non v’è cosa di mezzo tra il non esser bello e il non essere perfettamente buono, e l’esser quindi per questa parte cattivo. E ciò che dico dei libri si deve estendere a tutti  (950) gli altri generi di cose chiamate utili e generalmente a tutto (16 aprile 1821).


*    Rassegnato e sommesso, perché l’indole degli abitatori determinata dall’influenza del clima è composta a un tempo di bontà e di trascuratezza, l’indiano, dice l’autore (Collin di Bar, Storia dell’India antica e moderna, ossia l’Indostan considerato relativamente alle sue antichità ec., Parigi 1815), è capace de’ piú magnanimi sforzi. I popoli del nord della penisola, meno ammolliti dalle voluttà e dal clima, sono da lungo tempo il terrore della compagnia inglese e saranno forse col tempo i liberatori delle regioni gangetiche (fra questi deve intender certo i Maratti). Spettatore di Milano, quaderno 43, p. 113, Parte straniera, 30 dicembre 1815. Dello stato e genio pacifico degli antichi indiani vedi p. 922. De’ cinesi, parimente meridionali, vedi p. 943, capoverso ultimo (16 aprile 1821).