Pagina:Zibaldone di pensieri II.djvu/359

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346 pensieri (1021-1022-1023)

noti oggidí, a differenza dei greci. Nel modo che i dialetti d’Italia o di Francia, posto il caso che la lingua italiana o francese uscisse dell’uso come la latina, non sarebbero conosciuti dai posteri, se non confusissimamente, per non  (1022) essere stati ridotti a forma né applicati, eccetto il toscano, alla letteratura, salvo qualche poco in Italia. Ma cosí poco e insufficientemente, che si può credere che gli scritti italiani vernacoli non passerebbero, e onninamente non passeranno (se non forse pochissimi, come quelli del Goldoni e del Meli), alla posterità (8 maggio 1821).


*    Quanto la natura abbia procurata la varietà, e l’uomo e l’arte l’uniformità, si può dedurre anche a quello che ho detto della naturale, necessaria e infinita varietà delle lingue, p. 952 segg. Varietà maggiore di quello che paia a prima vista, giacché non solo produce, per esempio, al viaggiatore una continua novità rispetto alla sola lingua, ma anche rispetto agli uomini, parendo diversissimi quelli che si esprimono diversamente; cosa favorevolissima alla immaginazione, considerandosi quasi come esseri di diversa specie quelli che non sono intesi da noi né c’intendono; perché la lingua è una cosa somma, principalissima, caratteristica degli uomini, sotto tutti i rapporti della vita sociale. Per lo contrario, lasciando le altre cure degli uomini per uniformare, stabilire, regolare ed estendere le diverse lingue; oggi, in tanto e cosí vivo commercio di tutte, si può dir, le nazioni insieme, si è introdotta ed è divenuta necessaria una lingua comune, cioè la francese; la quale,  (1023) stante il detto commercio e l’andamento presente della società, si può predire che non perderà piú la sua universalità, nemmeno cessando l’influenza o politica o letteraria, o civile o morale ec. della sua nazione. E certo, se la stessa natura non lo impedisse, si otterrebbe a poco a poco che tutto il mondo parlasse quotidianamente