Pagina:Zibaldone di pensieri III.djvu/118

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104 pensieri (1346-1347-1348)



*    Dalle lettere consonanti che cadono necessariamente in e bisogna eccettuare il nostro c e g chiuso e il ch degli spagnuoli, le quali  (1347) lettere non si possono pronunziare se non cogli organi, vale a dire la lingua, il palato e i denti cosí serrati, che il suono, anche nel mezzo della parola e in qualunque luogo, esce inevitabilmente in un i, quanto si voglia tenue, e ciò perché l’i è la vocale piú esile e stretta. Esce dico in un i, ma poi termina veramente in un e (quasi ie), qualunque volta le dette lettere e i suoni loro analoghi si pronunzino isolati o nel fine di una parola o insomma senz’altro appoggio di vocale. Cosí accade anche ai suoni che partecipano del sopraddetto, come gli (che noi non iscriviamo mai senza l’i e lo pronunziamo in altro modo) e gn. Vedi p. 1363. Del resto, il nostro c e g chiusi noi li poniamo anche avanti alla e, quantunque questa insieme coll’i sia la sola vocale a cui la preponiamo. Ciò per altro nella scrittura. Ma la pronunzia frappone sempre un i anche al c ed e ec.; e cosí solevano fare i nostri antichi anche nella scrittura di quelle voci, dalle quali una poco analitica ortografia ha escluso l’i (19 luglio 1821).


*    Io non avendo mai letto scrittori metafisici, e occupandomi di tutt’altri studi, e null’avendo imparato di queste materie alle scuole (che non ho mai vedute), aveva già ritrovata la falsità delle idee innate, indovinato l’ottimismo  (1348) del Leibnizio e scoperto il principio, che tutto il progresso delle cognizioni consiste in concepire che un’idea ne contiene un’altra; il quale è la somma della tutta nuova scienza ideologica. Or come ho potuto io, povero ingegno, senza verun soccorso e con poche riflessioni, trovar da me solo queste profondissime e quasi ultime verità, che, ignorate per sessanta secoli, hanno poi mutato faccia alla metafisica e quasi al sapere