Pagina:Zibaldone di pensieri VI.djvu/236

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(3847-3848) pensieri 231

un istante, cessare di amarsi; e piú ch’ei sente di esistere, piú si ama e piú desidera. Il discorso dunque della felicità umana e di qualunque vivente si riduce per evidenza a questi termini e a questa conclusione. Una specie di  (3848) viventi rispetto all’altra o all’altre generalmente ec. è tanto piú felice, cioè tanto meno infelice, tanto piú scarsa d’infelicità positiva, quanto meno dell’altra ella sente l’esistenza, cioè quanto men vive e piú si accosta ai generi non animali (dunque la specie de’ polipi, zoofiti ec. è la piú felice delle viventi). Cosí un individuo rispetto all’altro o agli altri (dunque il piú stupido degli uomini è di questi il piú felice: e la nazion de’ Lapponi la piú felice delle nazioni ec.). E un individuo rispetto a se stesso allora è piú felice quando meno ei sente la sua vita e se stesso; dunque in una ebbrietà letargica, in uno alloppiamento, come quello de’ turchi, debolezza non penosa ec., negl’istanti che precedono il sonno o il risvegliarsi ec. Ed allora solo sí l’uomo, sí il vivente è e può essere pienamente felice, cioè pienamente non infelice e privo d’infelicità positiva, quando ei non sente in niun modo la vita, cioè nel sonno, letargo, svenimento totale, negl’istanti che precedono la morte, cioè la fine del suo esser di vivente ec. Ciò vuol dire quando ei non è capace neanche di felicità veruna, né di piacere o bene veruno, assolutamente; quando ei vivendo, non vive; allora solo egli è pienamente felice. S’ei desidera la felicità, non può esser felice; meno ei la desidera, meno è infelice; nulla desiderandola, non è punto infelice. Quindi l’uomo e il vivente è anche tanto meno infelice, quanto egli è piú distratto dal desiderio della felicità, mediante l’azione e l’occupazione esteriore o interiore, come ho spiegato altrove. O distrazione o letargo: ecco i soli mezzi di felicità che hanno e possono mai aver gli animali (7 novembre 1823).