Pagina:Zibaldone di pensieri VII.djvu/22

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(4097-4098) pensieri 17

che effetti, o effetti piú deboli, e piú desiderii e progetti che esecuzioni, perché quel che vogliono, massime in cose grandi e rilevanti, nol possono. Paragoninsi dunque fra loro Marcaurelio e Federico, ambedue, si può dire, perfetti nella rispettiva filosofia, ambedue filosofi in parole e in opere, e corrispondenti ne’ loro fatti alle loro massime. E si troverà quello in un secolo inclinante alla barbarie essere stato il padre de’ suoi popoli ed esempio di virtú morali d’ogni genere, anche a’ privati ed a tutti i tempi. Questo in un secolo sommamente civile essere stato il maggior despota possibile, il piú freddo egoista verso i suoi popoli, il piú indifferente al loro bene e curante del proprio, e solito e determinato ad antepor questo a quello, il maggior disprezzatore, dico, ne’ fatti e in parte eziandio ne’ detti, della morale in quanto morale, della virtú in quanto virtú e del giusto come giusto; insomma, se non il piú vizioso (ché egli non l’era per calcolo), certo il men virtuoso principe del suo tempo, e forse di tutti i tempi, perché, non avendo niuna delle virtú che vengono, o vogliamo dir venivano dalla forza della mente, mancava anche di quelle che nascono dalla debolezza (come n’erano in Luigi XV). Fu anche disaffezionato stranamente alla sua patria, come gli è stato  (4098) agramente rimproverato dai tedeschi e fra gli altri da Klopstock, decisamente vago delle cose straniere, e solito d’antepor gli stranieri ai suoi nell’affetto, nella inclinazione e nei fatti (1 giugno 1824).

*    Alla p. 4085. Qua si dee riferire il nostro elegante uso di aggiungere il pronome pleonastico nelle frasi indeterminate, coll’ottativo, come che che egli si voglia, comunque ciò si accada, per quanto egli si dica, non meno che me le sia servitore (Caro, lettera a nome del Guidiccioni, lettera 35), o neutri o attivi che sieno i verbi. Ne’ quali casi il pronome è sempre da-

Leopardi.Pensieri, VII. 2