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Aggressione al «Circolo italiano»

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Aggressione al «Circolo italiano»1
L'obolo per Venezia Fratelli, caricate i vostri fucili!


È da due sere che il sangue Italiano bagna nella nostra città la terra Italiana. Quale ne è la causa? Noi crediamo saperlo. Quale ne è il pretesto, noi l’esporremo brevemente.

Esiste da due mesi in circa un circolo in Genova il quale professa le piú libere opinioni, molti avversavano fin dal suo primo nascere il circolo per ciò, molti per antipatia verso alcuni individui. In quanto a noi conosciamo molti de’ suoi membri – fra cui il presidente De Boni, nome chiaro in Italia – per cui professiamo tutta la nostra stima ed affetto, molti non conosciamo, però né difendiamo, né accusiamo, e d’altra parte non è qui la questione. Un circolo non può essere giudicato che da ciò ch’egli fa come circolo, ora negli atti del circolo Italiano troviamo fatti che possono dar luogo a discussioni politiche, niente che agli occhi di nessuna opinione, onestamente professata, possa apparire una colpa; a noi paiono generalmente buoni; protestò contro le infamie del nostro governo, consigliò la flotta a difender Venezia, raccolse denaro per questa invitta città e per l’emigrazione lombarda, cercò diffonder l’idea dei corpi franchi; e questi fatti, ripetiamo, a noi paiono buoni, altri può trovarvi un errore, e nessuno una colpa; ma gli uomini che professano opinioni differenti da quelle del circolo continuarono a diffondere accuse contro alcuni de’ suoi membri non solo – queste non sarebbero state che questioni personali – ma a renderne responsabile l’intero circolo, cosa che a noi sembra assurda. Nondimeno se la cosa si fosse arrestata qui, non l’avremmo riguardata che come una di quelle armi – miserabili assai ma sventuratamente usate assai spesso – con cui un partito fa la guerra ad un altro; l’unico sentimento che ciò destava in noi era il desiderio e la speranza che gli uomini delle nostre opinioni non ne userebbero mai; poi s’inviavano una sull’altra lettere anonime piene di insulti e minacce contro i membri piú influenti del circolo, e si udian gridar per ogni angolo libelli contro di lui; ma scritti così stupidamente, firmati da nomi così nulli, che in sulle prime i membri del circolo non ne facean parola per disprezzo; i nemici per pudore, e forse anche – amiamo crederlo – per onestà, giacché le accuse erano cosí indecorose per chi le scriveva che certo niuno che si rispetti, a qualsiasi opinione appartenga, vorrebbe assumerne la responsabilità; però ciò non ebbe da prima altro seguito che alcuni pugni scambiati fra un certo cappellano Grillo e qualcuno che era stanco delle costui insolenze, – questione totalmente personale.

Ma la sera del sabato scorso era fissata una riunione del circolo; sin dalle cinque del dopo pranzo si vedeano presso al teatro alcuni soldati d’un battaglione il cui nome è assai noto pel valore con cui ha combattuto in Lombardia e principalmente nel fatto di Goito, e per una tradizionale simpatia alla causa della libertà: il battaglione R. Navi. Erano un quindici o venti che faceano schiamazzo accennando voler fare una dimostrazione, ma senza dirne lo scopo. Malizia che ci par piú pretina che militare. Però rimanevano quasi soli. Giungeva l’ora della radunanza del circolo – ed essi si riunivano a un’altra dozzina di loro compagni che li aspettavano al solito luogo delle sedute, entravano nella sala ove affiggeano un cartello che terminava con «Morte al Circolo», «Viva Carlo Alberto e il Cappellano Grillo» (ravvicinamento che deve riescir poco lusinghiero a S.M.). I socii si presentavano alla porta del circolo ed erano accolti prima da ingiurie a cui rispondevano con parole di persuasione, poi colla sciabola a cui rispondeano difendendosi benché inermi; parecchi italiani sfuggiti al cannone austriaco che affrontarono generosamente furono in quella sera proditoriamente feriti, e fra questi il capitano Vincenzini che solo, inerme, fu circondato da otto o dieci armati che volevano forzarlo a gridar «Viva Carlo Alberto», «Viva il Cappellano Grillo», e rifiutandosi egli, e difendendosi colle mani lo assalirono siffattamente ch’egli ne ricevette piú ferite e fu salvato in forse della vita da un amico nostro e dalla guardia nazionale. Il contegno dei soci fu dignitoso quant’altro mai, essi accorsero alla seduta in tal numero che gli armati si ritirarono, dopo di che, il presidente De Boni aprí la seduta che procedette calma e severa. Noi notiamo con orgoglio quest’atto di coraggio civile dei nostri concittadini.

Ci vien detto che terminato il circolo molti monelli condotti non si sa da chi si recassero sotto il quartier del battaglione R. Navi gridandogli parole di ingiuria. Noi siamo profondamente dolenti ed offesi di quest’insulto fatto ai nostri fratelli della milizia, ai prodi di Lombardia, tanto piú che al battaglione Real Navi non si può imputare il tristo errore di una ventina d’individui, sedotti da insinuazioni che è facile indovinare donde partano; anzi il vedere quanto poco numero arrendevole trovò nella milizia chi voleva farne strumento di raggiri, di sangue, ci accresce sempre piú la stima e l’amore che noi nutriamo per lei. Non vi sono nella nostra milizia che due circa dozzine di individui su cui, e anche su queste piú per errore che per colpa, possono contare le bieche arti della polizia; gli altri tutti sono soldati prodi al campo per valor militare, e generosi nella pace per virtú cittadina e sentimenti nazionali. Dicevamo sono pochi giorni: «è cessato il tempo in cui i soldati erano macchine che si fermavano, si moveano, faceano di tutto – anche il boia – secondo piaceva a chi li pagava e bastonava, ora i soldati sono cittadini armati che non intendono per niente di aver venduto il cuore, la coscienza, e l’anima loro». Noi siamo ora dal fatto confermati nella nostra opinione.

Al domani (ieri) nuovi scontri accadeano per la città, ma le nuove ci giunsero cosí varie e contraddittorie che noi non possiamo darne dettagli. Ci vien detto che un soldato delle R. Navi sia gravemente ferito, noi deploriamo coll’anima questo fatto, e non sapremmo trovar parole abbastanza acerbe per chi ne ebbe colpa; la vita di un nostro fratello ci è sempre cosa sacra, ma l’attentare alla vita di un soldato mentre si aspetta di momento in momento il segnale della battaglia, è un delitto di lesa nazionalità.

Aggiungeremo ancora due parole di considerazione circa questi fatti.

Che cosa sperano coloro i quali vanno organizzando questi assassinii? Di condurre ad un movimento precipitato colla provocazione? o di ridurre al silenzio col terrore gli uomini della libertà? Visto mancare nell’occasione del «ratto» di De Boni la politica dei sotterfugio, si è dunque deciso di ricorrere ai metodi del Borbone di Napoli. Si è cominciato colla viltà, si continua col delitto. Cosí va bene.

Noi contempliamo questi miserabili sforzi di chi sente sfuggirsi la vita, li contempliamo coll’anima dolorosa perché costano sangue italiano.

Noi vorremmo che la parola ci escisse calda dalle labbra, come ci ferve nel core, per consigliare quanti hanno veramente a cuore i destini dell’Italia a non accettare questo lurido guanto gittato da chi sente che non potrà gittarlo domani. Consigliamo il Circolo a tenersi lontano da ogni pensiero di reazione, ma a continuare le sue sedute, egli deve difendere in sé il «diritto di associazione»; se ciò spiace al governo bisogna ridurlo ad alzar totalmente la visiera. Noi lo conosciamo già, ma giova che tutti lo conoscano.

Che quanti amano la libertà sentano la santità della loro bandiera, che non rispondano ad una guerra miserabile con una guerra miserabile; ma procedano colla fronte alta, con l’occhio volto alla méta nella loro via, finché Dio li chiami ad iniziar migliori fati all’Italia. E non crediamo che il dí sia lontano.


Note

  1. Il Diario del Popolo, 23 ottobre 1848.