Paolina/Paolina

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Paolina

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Paolina La fava bianca e la fava nera

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In una sera di giugno del 1864, e nei primi giorni della mia residenza in Milano, io usciva da quel magnifico tempio col cuore agitato da mille commozioni di artista e di poeta (e solo per quella conoscenza ideale che dell’arte e della poesia hanno nel loro cuore tutti gli uomini sensibili) e fui arrestato da una moltitudine di curiosi che assisteva alla demolizione di un antico quartiere di fronte, laterale alla via dei Borsinari, e denominato il Coperto de’Figini.

Il Municipio ne aveva decretato l’abbattimento per l’ampliazione della nuova piazza di quella meravigliosa Cattedrale, e i Milanesi non passavano d’innanzi a quelle rovine senza trattenersi a contemplarle con un sentimento di meraviglia, oscillante tra il rammarico e la gioia. E infatti quel nuovo ornamento d’una piazza ammirabile per ampiezza e per eleganza, dovea costare la demolizione di quell’edificio ragguardevole per antichità e quasi monumentale in quella metropoli, dove d’una serie di avvenimenti gloriosi e splendidissimi non rimase altra testimonianza che nella storia. [p. 10 modifica]

Ma gli animi di coloro non erano mossi soltanto da questa considerazione: vi ha qualche cosa di triste e di solenne nelle ruine d’un edificio cha ha veduto succedersi tante generazioni d’uomini, che fu teatro degli affetti più teneri e miti, come della lotta delle passioni più disparate, che ha custodito nel suo seno, come in quello di un amico fedele, il segreto della vita intima della famiglia: pio e meraviglioso segreto, che se a tutti fosse concesso di svolgere, farebbe forse inorridire l’umanità del suo destino. È il sacro pudore della sventura che ci consiglia a serbarlo, e questa religione è per sè stessa e in tutti gli uomini una religione d’istinto, ma invigorita dalla delicatezza dei nostri animi, e da quella fatale, ma pur giusta convinzione, che gli uomini sogliono scorgere in tutto ciò che non è prospero qualche cosa di reietto e di colpevole.

Ma sia egli poi per un sentimento puerile di curiosità, o per quello nobilissimo della compassione, o eziandio per quel naturale egoismo che ci fa trarre conforto da un confronto favorevole tra le nostre fortune, non havvi desiderio più insistente e più inviscerato nella nostra natura ché quello di voler lacerare il velo che ci nasconde la storia della vita domestica degli altri uomini.

Egli è certamente per una conseguenza di questo principio, che noi restiamo compresi d’ammirazione d’innanzi alle più modeste reliquie di tutto ciò che vi ha appartenuto, come se ciascun oggetto avesse serbata con sè una parte di quella vita, e le traccie di quegli avvenimenti di cui fu testimonio. Ma ella è pur gentile questa illusione! E chi di voi non ha [p. 11 modifica] collocato una parte de’suoi affetti, e talora la più durevole, nel tetto che vi vide nascere, nell’albero del piccolo cortile, in un mobile antico della casa, in un abito, in un ornamento o in ogni altro oggetto che abbia più lungamente assistito alle molte vicissitudini della vostra esistenza? Ed è la confidenza di questi affetti che noi sogliamo chiedere a queste mute rèliquie, come per mezzo d’una rivelazione intima e soprannaturale? Chè se tutto l’universo ci parla tale linguaggio misterioso, e se in ogni punto della terra noi rinveniamo le traccie di coloro che ci hanno preceduti, il cuore umano non può appagarsi di questa rivelazione indistinta per quanto sublime, perché le sue facoltà sono limitate, ed esso tende assai meno alla società che alla famiglia.

Perciò il romanzo è più dilettevole della storia, perciò noi restiamo più commossi alla rappresentazione del dramma domestico che a quella delle grandi tragedie dei popoli, e le rovine d’una povera capanna sono talora più eloquenti dei ruderi di Eliopoli o di Palmira.

A ciò io pensava contemplando le mura sconnesse e diroccate di quell’antico quartiere, ove ogni pietra, ogni masso, ogni colonna parevano serbare in sè una storia tenera e confidente. — E chi può numerare quante generazioni d’uomini vi si fossero succedute fino ai giorni nostri, a quanti usi avesse servito, di quali avvenimenti fosse stato testimonio? — Eretto da Pietro Figini in memoria delle nozze di Giovanni Galeazzo Visconti con Isabella figlia di Giovanni re di Francia, e destinato a teatro di fasto e di mollezza, aveva giovato di poi ai calcoli dello speculatore, e i suoi [p. 12 modifica] arabeschi preziosi tolti e sfregiati, e mutato lo stile dell’architettura, era divenuto quartiere di operai e di venditori, e centro di commercio quale rimase fino ai dì nostri.

Lo spaccato dell’edificio presentava due ordini di camere, la maggior parte anguste e non simmetriche, e per ogni lato le traccie degli oggetti che le avevano occupate. Qui dove la parete è meno scolorita, era un pendolo che ha segnato forse delle ore felici attese con trepidazione: dal vano di quell’alcova, dove una lieve striscia orizzontale nel muro indica che vi fu un letto, quanti sguardi furono rivolti al cielo per quella finestra di fronte, a vedere se il mattino sorgeva limpido e puro, e nelle ore d’insonnia e di sconforto a contemplarvi le stelle che parlavano di pace e di rassegnazione. Là è l’impronta d’una croce appesa alla parete; poco più in alto quella d’una piccola immagine, forse d’una persona amata con trasporto e perduta: a quelle aste di ferro si è abbarbicata tanto tenacemente una brionia che dovette essere divelta dal vaso, come avesse avuto intendimento d’amore, e non avesse acconsentito di vivere e di prosperare in altro luogo. — La stessa sorte aveva subito uno stelo di gelsomino nell’incorniciatura di quella finestra; le sue foglie si rovesciano appassite, e i suoi fiori stellati, scossi dal vento, discendono lentamente roteando nella via.

Ma dove il cuore poteva attingere maggior copia di rimembranze, è nella parte più umile e più sconosciuta dell’edificio, in quelle camere oscure, angustissime, pregne di una mefite nociva, dove si consuma nobile ed ignorata l’esistenza del proletario e dell’operaio. Quanti spasimi, quante [p. 13 modifica] elegie, quanti segreti patimenti in quell’asilo di dolore! E dove sono le traccie delle lagrime che vi furono versate? Ove pianse la giovine cucitrice la sua innocenza venduta per un pane? Ove aveva dianzi tessuti i suoi sogni verginali sull’avvenire?

Ecco la camera che fu già abitata da un artista pittore, forse sconosciuto e forse valente. — Quei profili di donna nel muro, tutti simili, tutti riferentisi allo stesso viso, accusano in lui una passione amorosa : lì presso un’infinità di piccoli schizzi e di disegni: un cavallo sfrenato, un pollo vestito da dottore, uno sparviero in abito di notaio, un giudice che firmando una sentenza di morte fa scattare colla penna una molla che pone in moto la ghigliottina e uccide il paziente, e scrittovi sotto: Qual corra differenza tra il carnefice e il giudice: e nel lato opposto un’ampia macchia di vino lanciatavi con violenza, rammenta qualche orgia famosa, sfrenata, memorabile, giacche la povertà ha pure le sue orgie, sempre provocate da uno stimolo che si può definire disperazione, e in cui invece di perle si lasciano cadere nella tazza dello lacrime.

Nella camera che segue, quel disco di fumo nel soffitto fu prodotto dalla fiamma della lampada, intorno a cui si assembravano in comune le operaie per proseguire i loro lavori fino a notte inoltrata. — Ecco in quell’angolo un mazzo di fiori avvizzito. Chi lo donava? Forse, per uno strano contrasto delle nostre passioni, esso era stato abbandonato perché rammentava un affetto non colpevole. In un gabinetto più decente, un nastro lacerato sostiene tuttora [p. 14 modifica] uno specchietto infranto che sembra ancora riflettere un viso pallido e gentile, cogli occhi neri, coi capelli neri, colle guancie pallide, leggermente rosate, col volto talora sorridente, talora soffuso di lacrime. — Qui era una bellezza da vendersi, là una bellezza minacciata, pericolante; là presso ancora, una bellezza già venduta: dove adunque il sorriso dell’innocenza temperato dalla sventura, dove la lotta già quasi perduta tra la seduzione e la virtù, e il pentimento anticipato, e anticipate le gioie dell’agiatezza, dove finalmente l’ebbrezza che soffoca, ma non uccide il dolore.

È un dramma terribile e spettacoloso, un capolavoro dell’arte, di cui sarebbe utile che la società si facesse spettatrice: e non avrebbe a dolersene: ogni attore vi rappresenta bene la sua parte, è una gara di zelo e di maestria, vi sono artisti di merito insuperabile, tutto è rappresentato al vero: vere le lacrime, vera la miseria, vero il sangue versato, vera l’innocenza posta a mercato, vero l’alto delitto impunito, ovunque la verità, viva, nuda, palpitante... Chi non applaudirebbe dalla platea?

Ed è una scena di questo dramma che io mi accingo a raccontare. Nel contemplare le rovine di quell’edificio, mi sovvenni d’un fatto commovente che vi aveva avuto luogo quattro anni prima, e che, come farò conoscere appresso, mi era stato narrato in uno dei molti negozi che popolano la via di Saint—Honoré a Parigi. Le circostanze tutte di quel fatto mi tornarono alla mente esattissime, e pensai che valesse la spesa di raccontarlo.

Non è che una povera storia la mia, una storia che io [p. 15 modifica] espongo senza la pompa e senza le attrazioni del romanzo: i miei eroi appartengono all’infima classe del popolo, e tutto si aggira sopra una di quelle seduzioni, che gli uomini sogliono giudicare di nessuna conseguenza.

Che vi ha dunque di strano in ciò? Chi non assiste giornalmente a questo traffico dell’innocenza quasi legale? Chi non ha veduto in varie epoche un numero di fanciulle, scalze, povere, soffrenti comparire sulle scene del mondo, belle, eleganti, felici; poscia sparire, poi ritornarvi infermiccie, avvizzite, e quindi sottrarvisi per sempre? — È lo spettacolo che la società presenta ogni giorno all’osservatore, e dovunque la povertà pubblica i suoi avvisi, e invita l’opulenza onnipotente a discendere nella lizza per contendersi una bellezza.

Coloro adunque, tra voi, che hanno già messo il piede nell’arena, e vi hanno conquistate molte vittime, e portano con nobile orgoglio alle tempia gli allori della vittoria, non leggano questo racconto, chè non è scritto per essi: io non parlo che ai mansueti, i quali si appagarono nel fervore delle loro passioni della sola conquista di un cuore, a coloro che anelano all’emancipazione della virtù e al miglioramento delle classi operaie. Possa questa storia aggiungere dei fedeli allea mia causa. [p. 16 modifica]


L’alloggio e il laboratorio di madama Gioconda, negoziante di cappelli, di camicie e d’ogni articolo di moda, occupavano tutto il primo piano d’un bel palazzo nella via di S. Andrea.

Le sue undici allieve erano raccolte intorno ad un ampio tavolino da lavoro, in una sala elegante e vastissima: e se avessi a farne una descrizione minuziosa, direi che la tappezzeria era d’un bel verde oltremare, il soffitto dipinto a fresco con uno sfondo molto verosimile, e alcuni angeli che si contendevano un paniere di fiori; le cortine delle due finestre prospicienti il cortile, di seta rosea e azzurra alternate, aperte abbastanza da potersi scorgere tutta abbarbicata alle aste del balcone una passiflora fiorita, e in una gabbia verde e pulitissima il pappagallo parlante di madama Gioconda: ma le undici cucitrici meritano tutta la nostra attenzione.

Come diceva il povero Yorick del suo domestico, pareva che la natura, senza la spesa d’un soldo, avesse dato loro un viso piacevole ed un umore allegro e vivace, senza la perniciosa abitudine della riflessione; erano undici volti che sotto un cappello di trine, e in un cocchio tirato da due [p. 17 modifica] cavalli di Woodshire, avrebbero agitato più di un cuore nella sfera dell’eletta aristocrazia.

Figuratevi di vedere un’ampia tavola coperta di panno verde con un monte di nastri, di gomitoli, di velluti, di tela batista, e in mezzo a tutto ciò agitarsi ventidue manine, bianche, colle dita piccole e fusolate, se nonché la punta dell’indice sinistro è alquanto offesa dall’agucchiare. Il loro conversare si poteva paragonare a quel cicalio confuso, assordante, che fa una volata d’uccelli in una gabbia, quando vi penetra un raggio di sole.

— Siete molto seria oggi, Paolina, diceva una bella bruna dalle palpebre lunghe vellutate; troppo seria per un giorno di sabbato che ne precede uno di vacanza.

— Io seria! no davvero, rispose l’interrogata, non è mio costume — e per assicurarla maggiormente sorrise, e scoprì per metà una dentatura fina, candida, regolare, che una patrizia avrebbe acquistato, potendo, a prezzo d’un buon terzo della sua fortuna.

— Egli è che non è venuto ancora il suo marchese quinquagenario, mormorò una dispettosa dai capelli rossi, senza alzare gli occhi dal suo lavoro, e Paolina... Ma l’offesa l’interruppe con un’apostrofe severa e dignitosa, che non ammetteva risposta, e battè leggermente i suoi piccoli piedi in segno di dispetto.

A questo invito, tutti quei venti piedini disposti in circolo sopra un comune sgabello di velluto, si agitarono con percussioni assordanti.

— Chiedete scusa a Paolina, disse alla dispettosa una [p. 18 modifica] bionda che parea la più anziana; non va bene che voi abbiate sempre a rammentarle quello sfacciato, mentre non ignorata che se è ricco, è pure per l’età sua un pessimo soggetto, ed ella lo detesta con tutto il cuore.

Quella si disponeva a bisbigliare qualche parola di giustificazione, ma Paolina la prevenne, e alzandosi un poco dalla sedia, si chinò colla flessibilità d’un giunco curvato dal vento, e le porse la mano dicendole : Noi siamo sempre buone amiche, Caterina, non è vero?? Quindi ricomponendosi soggiunse : non verrete domani a sentire la musica ai giardini? mi dicono che si suonerà una bella sinfonia di Mercadante, e poi quel valzer, quel magnifico valzer che rapisce, e che farebbe ballare un’ottantenne.

Ma interruppe la risposta un cagnolino che si precipitò a salti nella camera, un botolo danese graziosissimo, con un collarino a sonagli, che annunziava l’arrivo della padrona, e che andò a baciare rispettosamente la mano a ciascuna delle allieve. «Zitte, zitte!» mormorarono sommessamente le ragazze, e si icquetarono come lo stormire delle foglie d’un albero al cessare del vento.

Madama Gioconda si presentò solennemente sul limitare dell’uscio, e lanciò uno sguardo severo ed imperioso su quelle undici vittime, quindi andò difilata alla finestra, e componendo le labbra al sorriso più dolce che le fosse possibile: «povero Bibi, disse al suo pappagallo, tu avrai molto sofferto non vedendomi da ieri.» Chiro, chiro! Rispose l’uccello, e madama entusiasmata da questa risposta, «oh caro! dammi un bacio,» soggiunse, e si chinò gravemente a riceverlo. [p. 19 modifica]

Esaurito questo eccesso di tenerezza col pappagallo, strinse ad una ad una la mano alle ragazze, e disse che si ritirava nella sua camera e sarebbe ritornata.

Mamma Gioconda (e tale era il nome che permetteva le fosse dato dalle sue operaie) era una donna sui cinquant’anni, non piccola, ma pingue e tarchiata, brutta senza essere ributtante; asseriva d’essere stata nella sua gioventù una bellezza rimarchevole, e conservava ancora a quell’età una freschezza ed un colorito di rosa che formavano tutto il tesoro delle sue attrattive. — Vedova a venticinque anni, con una fortuna ragguardevole pel suo stato, aveva saputo apprezzare i vantaggi della sua posizione, e invece di un marito si era scelto degli amanti, onde il suo cuore era corrotto e indurito, e ogni operaia diventava per la sua mediazione una virtù pericolante. Se v’era oggetto su cui avesse collocato un’affezione vera e durevole, era quel pappagallo che possedeva già da diciotto anni, e che quantunque non fosse capace che di pronunciare quell’esclamazione, che già ascoltammo, conosceva, diceva essa, tutte le lingue viventi, ed esprimeva qualunque pensiero colla semplice modulazione di quel suono: mentre per una strana antitesi delle sue piccole passioni, odiava mortalmente quel botolo fedele, grazioso, intelligente, perchè preveniva le ragazze dell’arrivo di lei, impedendole di sorprenderle, e cimentava talora l’uccello nella sua gabbia; e se ne sarebbe di buon grado privata, se nel tempo stesso non avesse subito da lui una specie di attrazione o d’influenza magnetica, a cui non potevasi sottrarre, e che la costringeva ad odiarlo nel [p. 20 modifica] segreto del suo cuore. Noi discendiamo a tali particolarità, perchè su quell’affetto e su questo rancore, e sui raggiri che riflettevano gli amori delle sue operaie, era basata tutta la vita morale di quella creatura sozza e volgare, di cui avremo a far parole più volte nel nostro racconto.

Al rumore di alcuni passi su per le scale, le ragazze interruppero il loro lavoro, e una biondina, aprendo tanto le tende di un uscio da farvi passare la testa e le mani e niente più, come quelle testine di angiolo con due alette, che vediamo dipinte tra due nubi nei quadri delle chiese, annunziò il marchese di B., il conte di F., il barone di C., il cavaliere di Z., e quattro o cinque sconosciuti.

All’udire profferito il nome del marchese di B, tutti gli sguardi delle ragazze si rivolsero su Paolina, che si sentì trafitta nell’anima, ma li sostenne con quella schietta impassibilità che sapeva attingere dalla coscienza del suo abborrimento verso quel ricco persecutore; e madama Gioconda uscì dalle sue camere in abito di casa, e venne ad accogliere gli ospiti. Qui fu un profferire di nomi indistinto, un porgere di mani, un fremere di esclamazioni, un bisbiglio, una gara di proteste impossibile ad esprimersi; se non che, nel sedarsi dell’assalto, si poteva scorgere che ogni cavaliere aveva acquistata una buona posizione presso la sua dama, e il marchese s’era collocato a fianco di Paolina, a cui offriva per la terza volta la sua mano senza che venisse accettata.

— Quanto siete sciocca! disse con calore madama Gioconda, alla bella renitente; e vedendo che l’epiteto era [p. 21 modifica] troppo insultante, e che il volto della ragazza s’era fatto di fiamme: via, Paolina, siate gentile, date la vostra mano al marchese: quante tose sarebbero fortunate di questa preferenza!

Quella vittima allungò macchinalmente la sua mano piccola, breve, leggermente affilata, e alzando gli occhi verso la signora, disse con risolutezza:

— Io vi obbedisco, madama, ma sappiate che non mi onoro punto di questa preferenza.

— Oh! oh! interruppe il conte F., che colle punte delle dita, stava inanellando un riccio alla dispettosa dai capelli rossi, questo è un parlare troppo reciso, è una severità, incompatibile con un viso così dolce come il vostro, e con un adoratore tanto sommesso ed ubbidiente come il mio amico: caro marchese, voi siete in credito d’una riparazione.

— No, no, rispose l’altro, con un tal fuoco d’asserzione che pareva reale, io non posso offendermi d’alcuna cosa che mi venga da questa ragazza: ella può odiarmi, abborrirmi, farmi morire di passione, io non mi indurrò mai ad usarle un tratto severo. E rivolgendosi a lei con piglio più sdolcinato: non lo credete Paolina? sarete sempre così inflessibile? così irragionevole?... Ma che vedo! voi state cucendo una delle mie camicie; oh, quanto mi saranno preziose!

— Appunto, interruppe madama dal suo trono — che era una sedia a bracciuoli più elevata, che usava per segno di distinzione, e da cui stava sorvegliando le operaie — prima di cucirvi il solino, misurate se l’apertura del collo non sia ancora troppo grande. [p. 22 modifica]

— Ninì, chiese allora la ragazza con un suono di voce argentino, e comparve ancora tra le tende la testa della biondina che aveva già annunziato l’arrivo di quei signori, con un: che si vuole?

— Vi prego, Ninì, disse Paolina, misurate il collo di questa camicia al signor marchese.

— Non lo fate, interruppe con fuoco madama Gioconda; la signorina può farlo da sè, non voglio voglio capricci, io, non voglio ostinazioni di questa sorta....

— Ma, madama, soggiunse la povera ragazza, bisogna togliere la cravatta al signore, ed io....

— E voi la toglierete.

— Io no, signora.

— Ah, voi siete una impertinente.

— Via, via, disse il marchese a modo di conciliazione; io non voglio essere qui motivo di dissapori, tanto più che questa camicia mi va ottimamente, e parmi superfluo misurarla.

— Non è per ciò, non è per ciò, continuava madama Gioconda gesticolando, e sollevandosi quattro dita dal suo trono; ma nel calore della perorazione le sfuggì un grido di dolore, acuto, profondo, straziante, e troncando a un tratto le sue invettive, si alzò dalla seggiola, e si slanciò furiosamente verso la finestra.

Tutti gli occhi si rivolsero a quella parte con terrore, e videro.... che il pappagallo, avendo messo una zampa fuori della gretole della gabbia, il cane l’aveva afferrata coi denti, e la tirava a sè con tanta violenza da spezzarla. [p. 23 modifica]

— Oh mio Dio! esclamò la signora con accento disperato — e afferrando il botolo per le orecchie, lo lanciò spietamente sullo spazzo: il poveretto corse tutto aggomitolato a rincantucciarsi, poi si rifugiò in grembo d’una sua protettrice, che lo compensò di carezze.

— Ah, signora, voi amate straordinariamente quell’uccello, disse il cavaliere di Z.

— Oh sì, straordinariamente; ma osservate.... non si sarà egli fatto male? pare che questo dito sia stato offeso non poco.... non ti senti tu male in alcun luogo, povero bibi?

Chiro, Chiro! rispose ancora il pappagallo.

— L’udite, cavaliere? egli asserisce di no. Oh quanto è intelligente e gentile!... E dopo averne accarezzato il collo e le ali colla guancia, lo ripose nella gabbia.

Questo avvenimento aveva interrotto molto a proposito lo spiacevole diverbio, e il barone di C., il quale non aveva ancora trovato modo d’intromettersi nella conversazione, incominciò a raccontare che quand’egli era in America, possedeva due pappagalli d’una bellezza sorprendente: dovendosi allontanare alcuni giorni li rinchiuse nella sua camera, e provvide pel loro sostentamento fino al suo ritorno che credeva quasi imminente, ma circostanze impreviste lo trattennero lungi di là quattro mesi. Quindi ritornato non osava inoltrarsi nella camera pel ribrezzo; ma si decide, apre l’uscio e.... oh sorpresa! invece di due pappagalli morti, ne rinviene sette viventi. Che è? che non è? Essi avevano scalcinate le pareti, e s’erano nutriti di questo cibo, e oltre a ciò avevano nidificato. Risa compresse e indizi di [p. 24 modifica] stupore accolgono il racconto, ma il barone lo giudica uno stupore sincero, e si applaude di questo trionfo.

Alcune ore dopo, quando quei signori e le operaie si erano ritirati alle loro case, madama Gioconda, tenendo la Paolina per le mani sul limitare dell’uscio, le mormorava non so quali parole, cui la povera ragazza rispondeva costantemente: — ah ciò è impossibile, madama, ciò è impossibile!

— Bene, sia come volete, ve ne farete ragione col tempo; ma pensate intanto che io non parlo che pel vostro meglio, per la vostra felicità, mia cara figliuola, pel vostro avvenire.

— Grazie, grazie, mia buona signora, ripeteva la Paolina, che nella sua semplicità, credeva innocenti e disinteressate quelle insinuazioni; e madama Gioconda, abbracciandola con un’effusione di tenerezza ben simulata, le augurò la buona notte, non senza aggiungere con un suono di voce più dolce: e vogliatemi perdonare le acerbe riprensioni di questa sera!

La povera fanciulla si sentì tutta commossa e intenerita da quelle parole, e quando fu nella via, nel calare il velo del suo cappello, si accorse che aveva le lacrime agli occhi. Oh! ella era una buona creatura, una fanciulla saggia e innocente, degna d’una fortuna migliore; ma è tempo che ne parliamo più diffusamente. [p. 25 modifica]


Verso le undici ore di quella sera medesima, Paolina vegliava ancora nella sua camera lavorando di ricamo; e dal sostare improvviso al minimo rumore, dal volgere continuamente gli occhi alla porta, e dal trasalire ad ogni passo che si udisse per le scale, pareva che attendesse l’arrivo di qualche persona aspettata con molta impazienza.

Una tersa lampada di latta gialla dorata rifletteva la sua luce su quella testa gentile curvata leggermente sul telaio, le si sarebbe detto che tutti i raggi della fiamma si riunissero su quelle treccie copiose e biondissime, ondate come il mare, quasi per una misteriosa attrazione.

Essa era una di quelle bellezze che si vagheggiano a quindici anni, che si sognano lungo tempo nella vita, finchè non si è disperato di rinvenirle, che una volta incontrate da un uomo sensibile, debbono assolutamente decidere di tutto il suo destino.

Il suo viso era un ovale inimitabile; l’epidermide, d’una bianchezza e d’una trasparenza abbagliante, lasciava quasi scorgere in alcuni punti la ramificazione azzurra delle vene; una tinta di rose leggiera e incarnata attestava il vigore della gioventù e della salute: un naso greco affilato, una [p. 26 modifica] bocca breve e purissima, le labbra colorite di cinabro, e sempre molli e rugiadose, le sopracciglie esatte e bene arcate, le ciglia lunghe e pieghevoli, le pupille dell’azzurro più puro del cielo.

Ma non era da questi lineamenti di una perfezione quasi ideale, che avessero origine tutte le sue attrattive; vi era in lei qualche cosa d’inconcepibile, non provato che pe’suoi effetti, un’emanazione, un profumo, un’armonia che andavano all’anima e la facevano sua; e quel sorriso, quel solo sorriso avrebbe piegato alla tenerezza e alla virtù il cuore più abbietto e colpevole.

Per ciò ella incontrava dovunque un’accoglienza onesta e cordiale, nè aveva potuto farsi un’idea sfavorevole degli uomini, perché non aveva veduto mai che mani sporte a stringere la sua, e non aveva udito parole che non suonassero un omaggio alla sua innocenza. — La medesima dissolutezza avrebbe arrossito di attentare a quella virtù che ignorava sè stessa, e rinveniva in questa medesima ignoranza una difesa.

L’odio, il timore, l’amarezza, lo sconforto, il dolore le erano state per lungo tempo sensazioni sconosciute. — Orfana appena nata, vissuta fino a sedici anni in una agiatezza superiore al suo stato, educata da una saggia tutrice a principi retti ed austeri, fiduciosa nella Divinità e negli uomini; docile, buona, lieta, contenta per una proprietà della sua natura, quantunque dotata d’una sensibilità squisitissima, non aveva avuto che fiori e sorrisi nella vita. Ma nulla è sacro a quegli illustri viziosi che la ricchezza rende [p. 27 modifica] petulanti, e già da alcuni mesi la povera fanciulla soffriva le persecuzioni del marchese continuate colla più impudente perseveranza. — Ciò non ostante, essa godeva di quella ineffabile tranquillità che nasce dal lavoro e dall’esercizio d’una vita innocua e virtuosa; amava un onesto operaio cui era fidanzata, e rammentava come i più bei giorni della sua esistenza alcune passeggiate fatte con lui in campagna: un ruscello che scorre, un salice agitato dal vento, una farfalla che aleggia intorno a un rosaio, una gemma di rugiada tremolante sopra una foglia di pervinca, erano i punti più luminosi di quel gran quadro, in cui ella vedeva come riprodotto il suo passato.

Concorrevano per altro a questa felicità molte circostanze che ne facevano una delle più agiate operaie. Essa guadagnava circa diciotto soldi al giorno, ciò che è il massimo guadagno ottenibile in quell’arte, e possedeva nel vecchio quartiere del Coperto Figini, un piccolo, ma grazioso appartamento, lasciatole come in eredità da sua madre. Consisteva in una piccola sala, una cameretta da letto, e una specie di tinello che serviale da cucina, pulito, quasi elegante: vi si entrava per uno stretto corridoio che partiva dalla scala comune, due finestre erano prospicienti alla piazza ornate sempre d’alcuni vasi d’azzalee, con cortine di mussola bianca listata. — La cameretta da letto conteneva un lettino a padiglione, una toletta con tavola di tarso e un vaso di porcellana sempre ripieno di fiori freschi; la sala una gran tavola intarsiata, un tavolino da lavoro con cestello, un pendolo a muro, un Sofà e alcune sedie coperte [p. 28 modifica] di stoffa cremisina a fiori gialli. Era assai più che non convenisse ad un’operaia, e questa superiorità di fortuna, e le sue abitudini al ritiro, e la sua stessa bellezza creavano quasi una distanza tra lei e le sue compagne.

Ma stava ella ancora lavorando, come si è detto, al lume della lampada, quando intese due colpi battuti lievemente alla porta colla nocca delle dita — Luigi.... disse la ragazza trasalendo, così tardi!... e corse ad aprire.

Il nuovo giunto era un bel giovine sui ventidue anni, coi capelli neri ricciuti, due baffi sottili che finivano in una punta un po’ voltata all’insù, occhi vivaci, inquieti, ma esprimenti la bontà e la schiettezza, colorito bruno, corporatura maschia, spigliata, nervosa, in tutto il vero tipo dell’artigiano.

— Come? siete venuto solo stassera? disse Paolina arrossendo.

— Sì, solo, rispose l’altro, con un’esitazione cagionata da un poco di vergogna. Marianna è malata di febbre da stamattina: ma se ciò vi dispiace.... se credete bene ch’io mi ritiri....

— No no, vi scongiuro.... che dite, Luigi? voi sapete ch’io sto con voi come con un fratello, e poi.... aveva quasi bisogno di vedervi stasera, oh sì!... aveva bisogno di vedervi.

— Che intendete di dire, Paolina? ma che vedo!... il vostro turbamento.... la vostra tristezza, i vostri occhi.... per Dio! giurerei che avete pianto....

— Voi sapete che le donne piangono facilmente; per un [p. 29 modifica] nastro, per uno spillo, per un nonnulla, esse hanno delle lacrime per le più piccole sventure, disse Paolina tentando di rimediare in qualche modo alla sua confessione.

— Via Via, esclamò il giovine profondamente attristato; io so bene che voi non piangete per queste cose; e dopo un istante di silenzio, ah! mi trattate dunque ben duramente, se temete di confidarmi i motivi che vi hanno fatto piangere.

— Io trattarvi duramente! ah Luigi, quanto siete cattivo, quanto siete duro ed inconsiderato voi stesso!

— Ma perché dunque volete farmi un mistero dei vostri dispiaceri?

— Perchè siete sempre irragionevole, perché vi lasciate vincere troppo facilmente dallo sdegno; e poi esagerate le cose, vi abbandonate ciecamente alla gelosia, e quasi mi credete colpevole di....

— Ah cane! ah cane! ancora quel marchese di B.! interruppe il giovine alzandosi impetuosamente dalla sedia: ho capito, ho capito; non dite altro, non aggiungete una parola, non proseguite, non mi ponete nel caso....

— Ecco, ecco dunque come fate, esclamò Paolina — e diede in uno scoppio di pianto.

Ma Luigi prese a passeggiare furiosamente per la camera, continuando nelle sue invettive al marchese.... “Cane—assassino! e crede che un’operaia non possa essere onesta perché operaia; crede che tutto deva cedere al danaro, anche la virtù, anche l’innocenza di questa povera tosa? ma è cosa da impazzire, cosa da fare un colpo, e lo farò, tant’è, [p. 30 modifica] non v’ha rimedio, non vi ha via di transazione.... Pensare che potrei essere così felice, così immensamente felice, e sempre questo sospetto, sempre questo spavento, sempre questo tarlo nel cuore!... E Paolina essa pure.... Ma rivolgendosi a lei, e vedendola singhiozzare col volto nascosto tra le mani, si sentì a un tratto mutato.

— Che fate, Paolina? le disse, non affliggetevi, per carità! perdonate al mio risentimento.

— Andate, andate Luigi; voi non mi amate, perchè non mi fate che soffrire.

— Oh cielo! esclamò il giovine tutto intenerito; io non amarvi? e non è non egli per ciò che mi sento tutto rabbrividire al pensiero di quello scellerato, che non so contenermi quando me ne parlate, che farò.... ma non dite che non vi ami, non mi giudicate troppo severamente.

— Non dico questo io, rispose Paolina per via di conciliazione, sollevando la faccia umida di pianto e illuminata bizzarramente dalla lampada, come un fiore di giglio stillante ancora di pioggia dopo un temporale, su cui venga a cadere un raggio di sole; non dico questo, ma la vostra facile suscettibilità mi è motivo di molti dolori, e se non vi foste così tosto adirato, avreste inteso, che il mio dispiacere d’oggi non provenne tanto dall’insistenza di quell’insolente, quanto da un piccolo dissapore colla mia padrona.

— Quando è così, crederò dunque che non mi vorrete perdonare, soggiunse il giovine con accento umile e dimesso. Paolina sorrise malinconicamente, e gli porse per tutta [p. 31 modifica] risposta la mano che egli strinse al cuore con un trasporto di riconoscenza.

In quell’intervallo di silenzio, il pendolo suonò dodici ore: mezzanotte! dissero ad un tempo i due giovani; e tenendosi ancora per mano, si abbandonarono a delle tristi riflessioni.

Mezzanotte! chi non ha ascoltato il suono di quest’ora senza una sensibile commozione? Chi non ha provato quanto esso sopraggiunga doloroso nell’istante del godimento e dell’ebbrezza, e quanto discenda invece confortevole a coloro che soffrono, perchè indica il principio d’un nuovo giorno, e l’origine di nuove speranze? Chi non lo ha ascoltato in quelle lunghe veglie d’inverno, quando il vento investe urlando per le vie, e la fiamma crepita nel domestico focolare come linguaggio d’un ente invisibile: in quelle notti d’insonnia e di dolore, quando si geme travagliati da un affanno che non ci abbandona! Nell’istante di meditare una vendetta, di spiare un tradimento, di avvicinarsi alla donna lungamente desiderata.... oh, ella è una terribile ora cotesta! e non vi ha cuore per quanto inaridito che non lo senta: — ma nel momento dell’addio, nell’istante della separazione, quando i cuori si spezzano, e lo spasimo stagna le lacrime, e l’accento esce rotto nel singulto, come il frangersi lamentevole dell’onda.... oh allora non havvi parola che valga a definirne il linguaggio! Vi ha lo sconforto del rivedersi, vi ha la malinconia che ammollisce gli animi e ne raddoppia l’affetto, vi ha un’idea confusa e lontana dell’infinito, in cui vengono meno il coraggio e la volontà, e si estingue la più nobile rassegnazione. [p. 32 modifica]

Poco dissimili da queste mie, potevano essere in quell’ora le meditazioni dei due giovani; e quando Paolina accomiatando il suo fidanzato, mosse la luce della lampada sul suo volto, vide o le parve di vedere che anche i suoi occhi fossero rossi di pianto.

Il giovine la contemplò lungamente con amore, e dopo un indugio silenzioso, prima di lasciare la sua mano, cedette ad un impulso irresistibile, e la baciò sulle guancie.

— Oh Dio! esclamò la fanciulla, e rientrò precipitosamente.

La luna mandava una luce viva come un crepuscolo, e le stelle brillavano limpide e numerose. Paolina le vide, e aprendo la finestra, vi si appoggiò a contemplarle.

Non passava una creatura sulla via — un vento tiepido e profumato vi faceva roteare alcune foglie cadutevi dai balconi; i colombi annidiati nelle nicchie delle guglie tubavano sommessamente.

La fanciulla rimase assorta in quella contemplazione per lungo tempo. Che pensò ella? che vi fece? fu una preghiera, un sogno, un’aspirazione? L’orologio dei Mercanti suonò due ore; essa rinchiuse la finestra, sorrise, e disse: sono pazza io! quali motivi ho forse di non essere lieta? perchè affliggermi tanto? grazie, grazie, o mio Dio, della felicità che mi hai dato e perdonami per averla un istante disconosciuta.

Ciò detto, si spogliò come per incanto, e levando fuori dal letto un braccio nudo e tornito, tirò a sè le cortine del padiglione, perchè ella amava di dormire così racchiusa, come [p. 33 modifica] un’ondina nella sua conca di madreperla, o come l’efimera nel calice d’una tuberosa, e ne aveva dei sogni dolci e soavi, perchè i suoi sogni erano quelli della virtù e dell’innocenza.

Ma lasciamo ora questi affetti rozzi e volgari dell’infima classe sociale; togliamoci a questo lezzo delle soffitte dell’operaio, questo paria della società civile, condannato perpetuamente al lavoro come gli animali che arano i nostri solchi, e a un disprezzo perpetuo, e a una perpetua miseria come il delinquente. Chi s’indurrà mai a credere che l’operaio abbia un cuore, una volontà, de’desideri, delle passioni? Esso è nato pel lavoro forzato, come l’operaia è nata per la prostituzione, e pei piaceri del ricco. Inneggiamo alla ricchezza!

Il marchese di B. stava discorrendo col conte di F. nella sala più splendida del suo palazzo. Io non mi farò a descrivere questa sala, perciò potrebbe destare delle supposizioni sull’entità di questo personaggio, che non posso far conoscere al lettore; ma vi collochi l’immaginazione quanto le arti dànno di più meraviglioso, quanto la mollezza ha di più ricercato, quanto il sentimento più squisito del bello può collocare in un soggiorno destinato a tale cui riesce [p. 34 modifica] possibile l’effettuazione di ogni desiderio che abbia un fomite nella ricchezza, e sarà ancor lontana dall’aver un’idea adeguata di quel luogo, più degno d’essere il soggiorno della Divinità che dell’uomo.

Dall’apparato straordinario dei doppieri, dal movimento incessante dei servi, da alcun ordini dati, rimossi, e ridati in breve spazio di tempo, appariva manifesto che dovesse avervi luogo in quella sera qualche cosa di eccezionale — Ed era.... un’orgia solenne, colossale, gigantesca, al cui confronto, le cene tanto famose dei Romani, e le refezioni di Claudio e di Eliogabalo, erano merende da fanciulli, erano un passatempo scipito che si riferiva solo al senso del gusto; una di quelle orgie, cui non tutti gli eroi della più eletta società hanno preso parte, dove si profonde in un’ora quanto basta per nutrire in un lustro cento famiglie povere; dove le più belle ree ricercano di abbracciamenti voluttuosi come le Urì del Corano, e la vita quasi si scioglie pel senso troppo eccitato del godimento.

Questa è la grande, la vera, la nobile esistenza, alla cui misura d’un giorno, contribuiscono per un anno mille braccia incallite nel lavoro, mille giovani creature, gracili, vaghe, soffrenti, rimunerate in ragione di cinquantacinque centesimi al giorno, nutrientisi di solo latte e di pane, e finalmente costrette a prostituirsi per vivere, giacché bisogna pur vivere.

Ma a ciò non pensavano il marchese ed il suo amico, perocchè vi ha un abisso tra queste due classi estreme della società, e la ricchezza accieca sempre l’intelletto e rende [p. 35 modifica] quasi impossibile la conoscenza degli enormi patimenti del proletario.

Il marchese, di cui non palesiamo il nome, nè i connotati più essenziali, pel motivo che vive tuttora, e si occupa perdutamente d’imprese galanti, che non gli tolgono per nulla il prestigio d’un uomo onesto e distinto, è sdraiato oscenamente sopra un sofà orientale, fumando tabacco turco in una pipa di Scemnitz dorata.

La sua età forma un contrasto ripugnante co’suoi costumi; egli può aver cinquant’anni, ma alcune rughe che solcano le sue guancie smunte ed illividite, e una fronte breve e sporgente, accusano una virilità accelerata dalle dissolutezze, e una vecchiaia precoce.

Nella sua gioventù viaggiò per l’Italia; passò alcuni anni in Francia, dove lasciò non poca fama di sè negli annali amorosi di quella nazione. — Splendido, ma per ambire distinzione, sozzo, brutale per istinto, abbietto e codardo per natura, egli riuniva in sè tutti gli attributi malvagi della nostra razza; cosicchè, ciò che è disseminato in molti individui, si compendiava in lui solo, e non aveva una sola virtù, nulla di nobile ad opporvi, tranne un’abilità inimitabile di celarli.

Noi ne faremo l’innominato del nostro racconto, e con maggiori motivi che non avesse il celebre romanziere di nascondere il suo. — Egli è a dispetto dei buoni che la ricchezza offre agli iniqui una difesa contro la comunione delle opinioni, contro le leggi, e non di rado anche contro la giustizia e la severità della fama; e a questa condizione vi [p. 36 modifica] sarebbe di che scoraggiarsi troppo sui nostri destini — ma Dio non paga il sabato.

— Voi non sapete, diceva egli al conte di F., e diceva il vero, voi non sapete quanto io darei per quella ragazza. — Mi sono avveduto che l’amate seriamente.

— Seriamente! dite pazzamente, disperatamente, come un insensato....

— È strano in voi questo sentimento.

— Sì, strano, ne convengo: ma ne avete indovinato il motivo?

— Diamine! può esservene un altro per voi, tranne la sua bellezza, la sua gioventù, il suo buon naturale? ma ascoltate.... vi aggiungerei quasi la sua ostinazione.

— A meraviglia, interruppe il marchese, voi avete proprio colpito nel segno; è la sua ostinazione, il suo odio..., non vi pare, conte, che ella mi odi?

— Veramente non l’oserei asserire; ma che non vi ami, poi, non se ne può dubitare: è una fanciulla molto capricciosa cotesta, molto riservata, e si vede ben chiaro che si è data tutta a quell’artigiano.

Il marchese non rispose, ma fece schiattare coi denti la cannuccia d’ambra della sua pipa.

— Vedo ben ora, soggiunse l’altro sorridendo, che l’amate più seriamente di quanto immaginassi e....

— Non vorrei però che prendeste abbaglio sull’indole della mia passione.

— Come sarebbe a dire?

— Che mi credeste innamorato come un collegiale, o come un amoroso da commedia. [p. 37 modifica]

— Oh, questo no; vi conosco bene, molto bene, marchese, e poi non ho forse indovinato che vi ci siete incaponito per la sua renitenza?

— Appunto, e più vi medito sopra, vedo che non vi ha altro motivo; ben inteso, lasciamo da un lato la sua bellezza, perché io sono uomo, e peccatore, e un ostinato peccatore. Quando è così, non si tratterebbe dunque che di procurare una soddisfazione al vostro amor proprio....

— Parmi che voi mi leggiate nel cuore, ma il modo?

— Ve ne sono molti.

— Per esempio?

— Si può simulare un amore di sentimento, si cerca di attirarla in casa vostra, le si toglie dal fianco quell’amoroso, e se occorre, le si promette di sposarla; che ne dite? e poi io credo che la mediazione di quella signora possa molto, possa tutto, ove sia eccitata da una ricompensa vistosa.

— Non ve ne ha uno tra questi consigli, che io non abbia già effettuato, meno quello di togliere di mezzo, con qualche modo, quel giovinastro.

— Ed ecco ciò che dovete fare.

— È presto detto.

— E anche agevole il farlo; vi sono mille maniere.

— Ma voi mi fareste impazzire, ditele, dunque; non sapete che sono pressoché due mesi che mi occupo di questo affare, ed è una cosa vergognosa per me, il non esserci ancora riuscito; una cosa umiliante, lo capisco. — Figuratevi, e non vo’dirlo per vantarmene, che non ho sciupato neppur tanto tempo per quella baronessa di..., e sì che era quella [p. 38 modifica] donna che voi sapete.... Ah! vi giuro, caro conte, proseguì il marchese, sollevandosi dai sofà col volto acceso, e con certo sorriso di trionfo, che parea una contrazione nervosa eccitata da qualche passione feroce, vi giuro che se la mi cade tra le mani una sola volta, ne avrò una vendetta esemplare, inaudita: sarà un buon ammaestramento, una lezione salutare per coteste sedicenti virtuose.

— E noi vi serberemo la nostra parte di riconoscenza, per il profitto che ne verrà alla nostra causa.

A questo punto del discorso, entrò un domestico ad annunziare l’arrivo dei signori e delle signore.

— Spicciatevi dunque, mio caro amico, disse il marchese di B., indicatemi queste mille maniere per disfarmi di quel rivale poco onorevole.

— Ma lasciate che io maturi prima un progetto — già non è cosa da deliberarsi così su due piedi; vi basti che io ve la do per fatta, e ne impegno la mia parola di conte.

— Ma il tempo, mio caro, il tempo....

— Vi fornirò, non più tardi di domani a sera, il piano di tutta l’impresa.

— Veramente! me lo promettete?

— Diamine! potete dubitarne?

— Io riposo dunque tranquillo sulla vostra parola, e ciò mi renderà questa notte più deliziosa. Ora andiamo ad accogliere i nostri amici.

I nuovi giunti si annunziarono con una armonia assordante di grida, di risa, di battimani, di passi concitati, di fruscio di abiti di seta e invasero in un batter d’occhio la sala. [p. 39 modifica]

Erano sette cavalieri con nove dame, vestite con eleganza abbagliante: i più bei visi che la fantasia d’uomo possa delineare: parea che la natura, nel comporne le fibre, ne avesse escluso l’elemento predominante, il dolore, e che il vizio non vi avesse lasciato alcuna traccia di sè, come veggiamo accadere di quei fiori bianchi, su cui sia passato un bruco nero, peloso, ributtante, senza offenderne la bellezza e il profumo. Vi vorrebbe il pennello fantastico di Grande—ville, per offrire un’idea di quel gran quadro, di quelle nove donne, giovani, bellissime, pieghevoli, molli, voluttuose come le baccanti, e arrendevoli come le visioni d’un sogno.

Nè credo compatibile col carattere del mio racconto una descrizione più estesa di quell’orgia superba e straordinaria, di questi segreti baccanali della società moderna di cui nulla si trova di più stupendo nell’effemminatezza e nelle lascivie degli antichi.

Basti il rammentare, fra le altre splendidezze innumerevoli, un bagno tiepido di punch per venti persone, una pioggia di foglie di rosa continuata sino al mattino, una battaglia a zampilli di Champagne da quindici franchi la bottiglia, un enorme pasticcio automa che lanciava confetture e spruzzi di vino del Reno per ogni direzione, una di quelle danze che il Certaldese chiamerebbe Trivigiane, e finalmente una quantità innumerevole di veli azzurri trapuntati di fiori di’gelsomino, che discendendo verticalmente dal soffitto a cui restavano assicurati, formavano tante linee di separazione tra una e l’altra coppia danzante.

Al primo mattino, alcuni raggi di sole introducendosi per [p. 40 modifica] gli spiragli delle finestre, gittavano una luce fantastica attraverso quei veli, e nelle altre camere, dove ardeva ancora qualche lucignolo, con una luce azzurra e guizzante ad intervalli, come avviene nell’aliare d’una lucciola. — Non un accento; non un’eco di quell’armonia bizzarra della notte: solo il respiro agitato o tranquillo di chi dorme, e qua e là, sporgente da quel letto di rose, una treccia bionda disciolta, un braccio nudo giacente con un abbandono più profondo del sonno, un piccolo piede calzato di raso bianco, o qualche candido seno di donna rilevantesi come due bocciuoli di magnolia in un cespo di rododendri fioriti.

Ma mentre qui incomincia il riposo, ed il sonno vi scuote tutta la polvere de’suoi papaveri, in una soffitta della via di S. Eustorgio si riprendeva la scena della vita e del lavoro.



Sei ore e mezzo! diceva Luigi rimettendo nel taschino il suo grand’orologio d’argento; mi sono alzato assai tardi stamane; e aprendo delicatamente una cortina di grossa tela dipinta che formava una divisione tra un’estremità e l’altra della soffitta: come state oggi, Marianna?

— Non male, rispose l’interrogata dal suo lettuccio, [p. 41 modifica] toccate; e levando di sotto la coltre un braccio sottile e cadaverico, presentò il suo polso a Luigi, che sorridendo vi soprappose il pollice della man sinistra, e dopo un momento di attenzione: — veramente, disse, le pulsazioni sono oggi molto regolari, il vostro sangue è tranquillo, la febbre vi ha quasi abbandonata, — e posò la palma della mano sulla fronte alta e pallida dell’inferma, come per accertarsene.

— Quanto mi fa bene questo fresco della vostra mano, disse Marianna.

— Egli è perché la vostra fronte è scottante; volete che io resti in casa oggi? voi non siete ancora guarita, e così sola....

— No, no, interruppe l’altra con vivacità, e con uno sguardo dolcissimo che lasciava trasparire la più ingenua riconoscenza; andate pure, Luigi; io mi sento bene, e poi sapete che la nostra vicina viene ogni due ore a vedermi; fate soltanto il favore di porgermi quella limonata.

Il giovine ubbidì, e avendo rinnovata la sua domanda di rimanere, e avendone avuta una seconda negazione, raccolse e assicurò con diligenza sotto il materasso di piume le coltri del lettuccio dell’inferma, e dandole mille consigli di rimaner ben coperta, di starsene quieta, di mandarlo a chiamare dalla vicina ove occorresse, uscì e corse difilato al suo laboratorio.

Quando la ragazza fu sola, si raccolse tutta in sè stessa, e recitò a mezza voce le sue orazioni del mattino. — Erano una preghiera semplice, breve, affettuosa, pronunciata colle palme giunte, e con un abbandono di fiducia tutto infantile, quali ciascuno di noi le ha recitate a quattro anni dell’età [p. 42 modifica] sua, prostrato tra le ginocchia di sua madre, tenendo i nostri occhi fissi ne’suoi, e ripetendo ad una ad una le sue parole. Se non che Marianna aveva quindici anni compiuti, e questo paragone potrebbe parere intempestivo, per chi non avesse conosciuto l’innocenza e la bontà angelica e rassegnata di quella fanciulla.

Vi hanno creature che l’avversità inasprisce e rende malvagie, come ve ne hanno di quelle, di cui ingentilisce e perfeziona lo spirito, e l’avvicina lentamente a quegli attributi ideali che noi supponiamo nell’angelo. Così era avvenuto di lei, che una serie di orribili patimenti, quali appena l’immaginazione ha potere di comprendere, non aveva potuto irritare contro gli uomini, che aveva pur tanti motivi di odiare. Non ch’ella avesse obliato le amarezze di cui le avevano ricolma la vita, ma aveva trovato in sè la forza di perdonarle — aveva pur conosciuto tanti infelici, aveva veduto in essi tanti buoni, aveva fruito dell’amore immutabile e santo d’un affettuoso fratello, e questi benefici erano sufficienti a suggerirle un sentimento di verace riconoscenza verso l’umanità e verso Iddio.

Lasciata orfana con Luigi a cinque anni, la poveretta aveva errato per le campagne mendicando, aveva trascorse delle lunghe ore nel fango delle vie, aveva passate delle rigide notti d’inverno nei fienili e sotto gli atrii delle porte; e nell’estate aveva dormito nei prati e sugli argini, aveva sentito scorrere i ruscelli, aveva veduto volare le farfalle, fiorire le viole lungo le siepi, nella notte aveva ascoltato il trillo delle locuste nelle stoppie, e il gorgheggio [p. 43 modifica] melanconico degli usignuoli; e la povera fanciulla, debole, brutta, malaticcia, talora percossa, cacciata sempre dalle porte, non vista e non avvicinata che con ribrezzo, si era come innamorata della natura, e si rivolgeva continuamente a quell’essere grande ed incomprensibile, che aveva create tante cose meravigliose, di cui la chiamava a fruire come il ricco.

Non è a dirsi quanto questo sentimento istintivo di religione si nobilitasse e s’immedesimasse quasi con lei, allorchè per le occupazioni del fratello le fu dato di vivere con esso in una bella soffitta, di conversare alla sera dai loro lettini, di pranzare assieme seduti ad un tavolino, di coltivare sulla sua finestra un cespo di rose muscate.... oh! queste gioie erano troppo grandi per la povera fanciulla; ma, ohimè! essa non prevedeva ancora quanto sarebbero state fugaci.

Uno spirito così squisitamente sensibile, così puro, così delicato, animava forme troppo neglette dalla natura. Quantunque la sua anima trapelasse tutta dallo sguardo, e la sua fisonomia non potesse quindi essere spiacevole, essa era piccola di statura, alquanto curva, molto sottile ed immagrita; i suoi lineamenti erano irregolari, la sua bocca assai grande, le guancie sparute; la poveretta nulla aveva di bello, nulla di attraente, e per una corruzione del dialetto milanese, il suo stesso nome erale stato alterato, e veniva chiamata la Mineu, unico appellattivo sotto cui ella fosse conosciuta. Però questa medesima bruttezza l’aveva difesa dalla corruzione, e l’aveva tratta innocente dal trivio e dalle bische, ove era vissuta fino ai tredici anni. [p. 44 modifica]

Da quel tempo in poi, ella s’era data indefessamente al lavoro, era orlatrice di occhielli, ma col massimo guadagno di quarantacinque centesimi al giorno, ed i suoi occhi, e la sua debole complessione non reggevano a questa fatica; essa aveva resistito coraggiosamente, poi era caduta inferma di febbre.

Tuttavia ella tollerava questo stato con rassegnazione, e s’era formata come una religione di questa grande virtù, che riunisce in sè l’essenza di tutte le altre, che ci fa sorridere piangendo, che ci guida tranquilli e fiduciosi attraverso un cammino di spine, ad una meta lontana, incerta, e talora anche insperata.

Dopo che ebbe recitate le sue orazioni, la fanciulla sorrise con dolcezza, come le fosse balenato nella mente qualche pensiero gentile e confortevole, e fermò la sua attenzione ad un raggio di sole che, penetrando dalla finestra, batteva allargandosi sul pavimento. — Quanti atomi che si aggirano, salgono, discendono, fuggono, si rialzano, scompaiono in quel raggio! essa vi spingeva un debole filo di fiato, e produceva dei turbini, dei molinelli, delle fughe, uno scompiglio, un disordine meraviglioso. — Così è del mondo, pensava la fanciulla — e continuava a soffiare in quel caos.

In quel mentre un piccolo gattino dal pelo liscio di seta, saltò sul lettuccio e si aggomitolò sulla coltre, essa allungò la sua mano, prese ad accarezzarlo, e a parlargli coll’ingenuità d’un bambino: — povero miccio, quanto sei buono!... e come ti sei fatto bello da quel giorno che ti raccolsi sulla [p. 45 modifica] via tutto brutto, sudicio, malato egli è perché nessuno aveva cura di nutrirti, di pettinarti, nessuno ti voleva bene, povero miccio! e t’hanno anche tagliata la coda! perché mozzarti la coda? oh quanto gli uomini sono cattivi! — La povera bestia così accarezzata, si allungava, si distendeva, e cominciò come a rumare, quasi ad attestarle con ciò la sua riconoscenza.

In mezzo a queste occupazioni puerili, quella fanciulla, la cui innocenza e la cui ingenuità erano così grandi, non ostante i suoi quindici anni e lo sviluppo precoce della sua intelligenza, passava dei lunghi giorni sola, inferma, mal nutrita, non allettata da una speranza, e tuttavia senza dolersi punto del suo destino.

Intanto Luigi dalla sua officina di tornitore pensava spesso a Paolina, e talora movendo il tornio, o appuntando un trapano, o intagliando una tavola, poneva così poca attenzione al suo lavoro, che guai a lui se papà Giacomo non fosse stato un padrone tanto paziente. Gli accadeva talora di rimanere estatico col martelletto sospeso in atto di configgere un chiavello, o di arrestarsi ad un tratto a meditare colla forcella o colla rasiera tra le mani, per modo che parea un insensato. I suoi compagni ne lo rampognavano scherzando, e papà Giacomo gli perdonava molte cose, perché era, diceva egli, il miglior operaio, e il giovino più onesto della officina.

Al contrario, egli si occupava con assiduità e con estrema diligenza di quei lavori che intendeva offrire a Marianna o a Paolina. La sua soffitta era ornata di molti oggetti [p. 46 modifica] dell’arte sua: un piccolo stipetto di legno di mirto, un canestro di tavole sottili a trafori, uno specchietto con una cornice a foglie di acanto, un agoraio di osso a basso rilievo; e Paolina possedeva due ovaroli veramente pregevoli, e alcuni oggetti di corno fuso, e molti altri ninnoli che formavano l’ornamento principale del suo piccolo appartamento.

Nella sera di quel giorno stesso, dopo essersi assicurato che Marianna stava bene, e aver pregato una buona vicina di sorvegliarla, Luigi tornò da Paolina.

La giovine stava leggendo con grande attenzione una lettera, giuntale in quel momento da Parigi, e aveva perciò lasciata a mezzo la sua cena di pane e butirro, che appariva disposta sopra un piccolo tavolino, con alcune pesche vermiglie, e un grappolo di uva muscata.

Checché si sia detto della virtù dello sguardo nel rivelare le sensazioni più occulte del cuore, non si potrà mai definirne la potenza del linguaggio in coloro che non conobbero mai la simulazione e non si avvezzarono a nascondere colla maschera dell’apatia le pronte e ingenue rivelazioni della natura.

Un osservatore qualunque, il meno perspicace, avrebbe potuto leggere ad una ad una negli occhi e nel sorriso di Paolina quelle parole ché essa leggeva nella lettera: ma quel viso era così aperto, quegli occhi così sinceri, quei lineamenti così puri, che la menoma alterazione, movessela il dolore o la gioia, appariva tosto visibile.

Quando la giovine ebbe finito di leggere, ripiegò la lettera, e avvicinandola alle labbra ve le premette con [p. 47 modifica] ardore: un sorriso soave, diffuso su tutto il suo volto, ne animava le sembianze, velandole con un non so che di molle e di aereo, quale ci appare talora l’immagine graziosa e sorridente di un bambino, che, contemplandosi in uno specchio, ne abbia appannato coll’alito il cristallo. Oh! essa era tanto felice, prevedeva un avvenire così lusinghiero, che quasi si sentiva venir meno nell’idearlo; e nel sedersi, si portò una mano al cuore come per contenerne i trasporti.

Volete aprirmi, Paolina? disse Luigi a bassa voce toccando lievemente la porta. La fanciulla si riscosse e volò ad introdurre l’amante. Essa non avrebbe saputo esitare un momento nel metterlo a parte della sua felicità, onde non si erano per anco abbracciati, che già avevagli detto aver ricevuto una lettera da Parigi, e da madama Elisa, in cui erano scritte tante belle cose, tutte liete, tutte favorevoli al loro amore; per modo che (sallo Iddio come) si trovarono ad un tratto seduti vicino, vicino, colle braccia dell’una passate in quelle dell’altro, e i visi appressati, e le mani strette e riunite, mentre che Paolina gli dava lettura di quel foglio, così concepito:


«Mia cara Paolina,

«Quanto sarete stata afflitta del mio indugio nel rispondere alla vostra lettera! Io non so darmi pace al pensiero che vi fui certamente cagione di molti dispiaceri e di molti dubbi sulla felicità del vostro avvenire; ma Dio buono! io era assente da Parigi, e prima di rispondere definitivamente [p. 48 modifica] a ciò che riguarda la piccola eredità di vostra madre, mi era d’uopo raccogliere alcune informazioni da coloro, presso i quali aveva collocato a frutto il vostro capitale.

«Ecco dunque avveratosi il mio presentimento; voi sposerete, mi dite, quel giovine onesto e dabbene che io conobbi nel mio soggiorno a Milano, e la vostra scelta non poteva essere più giudiziosa. Come avete potuto dubitare della mia approvazione? L’officina di tornitore e di stipettaio che intendete di avviare col capitale della vostra dote, potrà offrirvi una posizione stabile ed agiata ma ciò non sarà effettuabile che fra quattro mesi (non ve ne sgomentate Paolina); io non potrò recarmi costà prima di quel tempo, nè ritirare così subito queste somme da coloro che le tengono a prestanza per un tempo determinato. Esse ascenderanno allora a settemila trecentocinquantadue franchi, ciò che non è un capitale indifferente per voi, mia cara figliuola; — permettetemi di chiamarvi con questo nome, per l’affetto assai grande che vi porto, e per la santa memoria di vostra madre, di cui non avrete certamente obbliati i consigli; — rileggete spesso quelle pagine che, prima di morire, essa dettava per la vostra educazione, e ne trarrete degli utili ammaestramenti per la vostra vita.

«Non v’incresca l’indugio di quattro mesi che una dura necessità frappone al compimento dei vostri voti, e apprendete che i giorni più belli dell’amore non sono già quelli che seguono alle nozze, ma quelli che le precedono: per voi che siete saggia e sensibile, saranno forse i migliori dell’esistenza. [p. 49 modifica]

«Addio, Paolina, addio con tutto il cuore, amate costantemente la vostra madre di elezione —

«Elisa.»


I due giovani restarono lungamente silenziosi, quasi si sentissero oppressi dalla felicità che quella lettera sembrava aver loro assicurato. Quattro mesi! Erano un indugio assai lungo, assai penoso: essi non potevano credere che i giorni più deliziosi della vita fossero quelli che precedono un legame tanto desiderato; ma erano così liberi, così felici! potevano vedersi ogni sera, conversare da soli, fare delle lunghe passeggiate per le campagne, allora che l’autunno faceva cadere le foglie, e i prati si coprivano di anemoni; e che mancava dunque perché la loro felicità fosse compiuta?

A ciò aveva pensato Luigi, e vedendo che Paolina era assorta in una meditazione che gli pareva penosa, le domandò come per distorgliernela: avete voi dunque delle memorie di vostra madre?

Pareva che la fanciulla avesse preveduta questa domanda, perché dando in uno scoppio dirotto di lacrime, e gettandosi a suoi ginocchi:

— Perdonatemi, Luigi, gli disse, io vi ho ingannato.

— Oh cielo! che dite, Paolina?

— Io non conobbi mio padre; mia madre morì di vergogna e di crepacuore, pochi giorni dopo avermi data la vita, e io sono ciò che gli uomini chiamano una....

— Per carità, Paolina, rialzatevi; valeva la spesa di [p. 50 modifica] atterrirmi a questo modo? — e che colpa avete voi della vostra nascita? dovrei amarvi meno per questo?

— Vi dirò tutto, rispose la ragazza, ancora singhiozzando; era tempo, e questo segreto mi pesava troppo sul cuore: venite meco, Luigi; e tenendo il giovane per mano, lo condusse nel vano d’una finestra; poi nell’allontanare l’imposta dal muro, gli disse: non vedete nulla?

— Nulla, tranne quella cosa lucida, parmi un bottone di acciaio, rispose l’amante meravigliato; ma mi volete voi ammaliare?

— Non voglio che il mio segreto vi appaia una cosa tanto da poco, e lo circonderò di tutto il prestigio possibile, disse Paolina quasi sorridendo; premete.

Avendo il giovine obbedito, si aprì nella parete un usciolino che lasciò scorgere una specie di botola o di cateratta ripiena di oggetti che l’oscurità rendeva impossibile distinguere. — Ecco tutto ciò che mi resta di mia madre, esclamò la ragazza con tuono di voce rattristante, e levandone un rotolo di carte, aggiunse: e son queste quelle memorie cui accenna madama Elisa nella sua lettera; voi apprenderete forse per esse più a venerare quella donna che accusarla; sediamoci Luigi; — e la fanciulla incominciò a leggere [p. 51 modifica]


«...stassera tornò il medico, e dopo molte esitazioni, mi disse che morirò d’aneurisma nel dare alla luce.... ma la creatura che nascerà da me?... egli mi assicurò che potrà vivere.... oh mio Dio! A questo pensiero mi sento atterrita dalla certezza della morte. — Egli vivrà, apprenderà il mio disonore, maledirà forse la mia memoria.... Ah questo sospetto è troppo straziante.... Ma s’egli conoscesse come fui ingannata, s’egli sapesse quanto ho sofferto, come ho espiato crudelmente la mia colpa.... Sì, sì, scriviamogli tutto; sia questa la mia confessione, e la funesta eredità d’una povera madre.

«Mi chiamo Anna ***, e nacqui nel contado di Firenze.— Elisa paleserà il nome del mio villaggio natale. — Due anni or sono, io era la giovine più felice che passeggiasse per le praterie sempre verdi della valle del Falco, e taluni dicevano anche la più bella.

«Aveva diciassette anni, non conosceva la vita, non aveva mai discesa la vetta di quei monti, che restringevano in un cerchio abbastanza vasto quel ridente paradiso della mia patria. — A questo isolamento naturale del mio paese, io sono debitrice della mia educazione di selvaggia e [p. 52 modifica] dell’ignoranza di quei raggiri degli uomini, da cui ebbero origine tutte le mie sventure.

«Il primo raggio di sole che s’innalzasse dietro quella piccola catena addentellata di monti, mi trovava seduta sopra il margine d’una rupe, sotto la quale si inabbissava il torrente, a contemplarvi le iridi, che s’incrociavano, sparivano, tornavano ad incrociarsi su quelle onde come una ridda fantastica. Di là ammirava quei gran massi di nebbie che erravano per la valle, e che talora, collocandosi sotto di me, parevano separarmi dal mondo. Io volgeva intorno lo sguardo, e non rinveniva più il mio villaggio, nè la mia casa: solo al mio fianco alcune zolle fiorite, di sotto un oceano errante, di sopra un cielo azzurro, lieto, infinito, ridente, e sospesa sul mio capo, lontana, lontana, appena visibile, colle ali aperte, e fissa in un raggio di sole, unica creatura animata che si scorgesse in quella vasta solitudine, una mattolina gorgheggiava la sua canzone del mattino, ripetuta da tutti gli echi della valle. Chiunque tu sia che leggerai queste pagine, o mio figlio, vedrai qui le traccie di quelle lacrime che questa rimembranza mi ha fatto versare sul mio letto di morte.... Sì, io era pura ed ingenua, e quando trassi un giudizio su di me dal confronto degli uomini che conobbi nei grandi centri della società, io vidi che quantunque attaccata alla terra, mi era librata sempre verso il cielo, e che ci era un abisso di separazione tra la mia anima e quelle delle altre creature.

«Io non credeva che il cuore potesse simulare dei [p. 53 modifica] sentimenti non sentiti, non credeva che gli uomini mi avrebbero osteggiata essi stessi quella felicità che mi veniva tutta dalla natura: io aveva appreso ad amarli; vedeva in essi degli amici che mi porgevano una mano soccorrevole; e perchè dubitare che mi avrebbero respinta coll’altra? Speranze, inganni, fiducia, fiori, profumi, amore, amore generoso e universale; così, e non altrimenti, si affaccia la vita a quindici anni.

«Mio padre era medico del villaggio; spesso, tornando da una passeggiata su per l’erta del monte io lo discerneva in fondo d’una valle, sul suo vecchio cavallo pomellato, al principio d’un sentiero, che si distendeva serpeggiando d’innanzi a lui, in mezzo al verde del prato, come un nastro bianco ondoleggiante, avviarsi al paesetto vicino, o alla capanna di qualche colono malato. Io gli rimaneva, sola di tutta, la famiglia, e non è a dirsi quanto mi amasse: sulle sue ginocchia aveva imparato a balbutire, a compitare, a leggere, ad esprimere con chiarezza e con ordine i miei pensieri, ad ascoltare la lettura di alcune pagine del buon Lafontaine, i suoi consigli paterni, le pietose tradizioni della famiglia, le novelle d’un mondo che mi era sconosciuto; e quante volte gli chiesi di valicare quei monti che mi contendevano di conoscerlo; va, va, Annuccia, mi diceva con aspetto conturbato, ponendomi a terra — va a coltivare i tuoi fiori, e a sentire a cantare i tuoi uccelli; non t’incresca questa ignoranza, che ti rende felice, e non affrettare il momento di dissiparla. [p. 54 modifica]

«In una sera d’autunno (aveva allora diciassette anni), dopo aver raccolte molte delle viole che fioriscono in quella stagione e paiono di triste presagio, stava riposandomi seduta su quella rupe, e contemplava di sotto il torrente che travolgeva le buccie spinose delle castagne, quando odo, dietro di me, lo sparo di un fucile, e nello stesso istante mi cade ai piedi un uccello ferito: io innalzo un grido di stupore, raccolgo quel poveretto, ed oh! quanto era bello! aveva le ali bianche e turchine, la testa d’un azzurro cangiante, le gambe color di rosa, se non che una di esse era spezzata, e gli bruttava le piume di sangue; il suo piccolo cuore batteva così accelerato che era impossibile numerarne le pulsazioni, e mentre lo accarezzo e tento di acquietarlo, odo una voce sconosciuta che dice: vediamo..., in questi luoghi.... è dessa un genio o una donna? innalzo gli occhi, e.... non era già un cacciatore del mio villaggio, ma un giovane straniero, avvenente, alto della persona, vestito d’un costume sconosciuto, quale non aveva veduto mai, che nelle vignette de’miei romanzi — Ecco, gli dico, il vostro uccello; e raccogliendo in fretta le mie viole tento di allontanarmi. Egli mi trattiene ed esclama: — fermatevi, ve ne prego, vi faccio io forse paura? — È tardi, replico io, e devo tornare presso mio padre. — Vi farò dunque compagnia. Io era docile e paurosa, nè ebbi animo di oppormi.

«Camminiamo per un tratto silenziosi. Finalmente egli si arresta, mi guarda con espressione di stupore, e mi dice come chi sente rossore d’una sua debolezza: — Ma non [p. 55 modifica] sapete che produceste in me un’impressione stranissima, impossibile a definirsi?... voi mi rendeste in un attimo timido e scimunito; in verità, siete voi qualche cosa di soprannaturale, una visione, una larva, una creazione meravigliosa della mia fantasia, o una delle più adorabili figliuole della terra?

«— Io non sono che la figlia del medico del villaggio, l’interruppi sorridendo, e voi? se mi concedete di conoscerlo.

«— Io sono il duca Alessandro di Saint—Aubaine: riconoscete in me uno scapestrato di prima forza.

«Il duca di Saint—Aubaine: io non aveva mai conosciuto dei duchi che ne’miei romanzi; quel linguaggio mi era inusitato, e la sua arditezza medesima mi conciliava in suo favore.

«Giungemmo tosto al crocicchio della via e udimmo un cicalio di voci poco lontano, e uno squittìo di cani che si approssimavano da varie direzioni a quel luogo.

«— Fermatevi, mi disse il duca, sonvi colà i miei compagni, che non posso assolutamente evitare per questa sera: non avvi altro sentiero che questo per recarvi alla vostra casa? — Havvene un altro, risposi io, ma perché mi fate questa domanda?

«— Egli è.... vi prego, mia cara.... come vi chiamate?

«— Anna.

«— Vi prego dunque, mia cara Anna, non lasciatevi scorgere dai miei compagni.... ve lo dirò, via, questo perché: egli è che vi voglio bene e sono geloso. [p. 56 modifica]

«— Io arrossii, e chinai il capo confusa.

«— Datemi una di quello viole, proseguì il giovine, e ditemi, vi potrò ancora rivedere?

«Io gli offersi quei fiori senza rispondere. Egli mi abbracciò e mi disse: sarò ancora qui domani a quest’ora; venitevi, perciò io non partirò più da questo luogo finché non vi avrò riveduta.

«Io non rammento più come tornassi a mio padre, come trascorressi quella notte, come reggessi alla tremenda commozione di quell’incontro: so bene che giurai di non recarmi al convegno, e mi vi trovai due ore prima del tempo convenuto. — Egli venne, mi abbracciò ancora, io piansi, egli mi rincorò, mi disse che mi adorava, che non m’avrebbe abbandonata, e che non ostante la disparità delle nostre fortune, avrebbe ottenuto di farmi sua sposa.

«Così ci vedemmo quel giorno, e un altro, e un altro ancora, finché l’amore divenne così potente da rendere una separazione impossibile.

«Non dirò come questa nuova passione mutasse o spegnesse, come per incanto, in me tutte le altre. — Io non amava più la natura; i fiori, le farfalle, le acque non avevano più nulla di attraente per me; tornai a visitare il torrente, tornai a sedermi su quella rupe, risalii la costa di quei monti; essi avevano cessato di parlare al mio cuore, e non vi vedeva che un velo fitto e impenetrabile che mi celava la vista di quel gran mondo sconosciato, e che anelava di lacerare.

«In una di quelle notti, mio padre ebbe vaghezza di [p. 57 modifica] uscir meco alla campagna, e mi condusse attraverso una gran foresta di pini. — La luna vi diffondeva una luce viva e malinconica, i luppoli e le vitalbe lanciandosi da un albero all’altro avevano formato coi loro festoni e colle loro ghirlande pensili alcuni padiglioni naturali che parevano invitare al raccoglimento e alla meditazione. — Noi sedemmo in uno di essi: il vento ci agitava sul capo quei gran fiocchi bianchi delle vitalbe, e faceva crepitare con uno strano mormorìo nelle loro coccole i semi già maturi del pino. Le ombre di quelle ghirlande così sospese, e di quegli alberi così agitati parevano andare e venire come fantasmi che, senza uscire dal luogo del loro convegno, gesticolassero con violenza e definissero con accento animato qualche loro vecchio rancore. — Non si udiva altra voce che il canto interrotto e ripreso ad intervalli d’una di quelle piccole rane verdi delle siepi, le cui note sono così malinconiche e toccanti: fu allora che la natura riebbe per un istante il mio cuore, e che i miei antichi affetti soverchiarono ancora la passione recente: io piansi lungamente e con abbandono, trattenendo il singulto; piansi tacitamente, perocchè non sieno le lagrime che segnino la misura del pianto; ma fu un ravvedimento fugace; nulla valse a ridonarmi quella verginità di pensieri che aveva già in parte perduta; nulla potè spegnere in me quel desiderio funesto di conoscere un mondo che mi era dipinto con colori così abbaglianti: io non temeva nulla dall’avvenire, ed amava disperatamente quell’uomo. [p. 58 modifica]

«Infine venne il giorno in cui egli mi disse che non poteva trattenersi di più nel mio villaggio, e che era d’uopo seguirlo; avrebbe allora soltanto ottenuta dalla sua famiglia l’approvazione della sua scelta quando noi fossimo uniti; mi guardassi bene dal lasciar trapelare a persona il mio segreto, e soprattutto a mio padre.

«Questo progetto mi atterrì e lo giudicai tosto ineffettuabile. fuggire il mio villaggio, abbandonare mio padre, macchiare cosi la mia fama, rendere palese una passione che mi avrebbe fruttato il ridicolo e il disonore!... Ah ciò mi parve impossibile, e mi opposi con risolutezza al suo disegno. — Egli sembrò calmo e rassegnato, mi disse che avrebbe procurato di protrarre la sua partenza; mi trovassi ancora al nostro luogo di convegno per prendere di accordo una risoluzione decisiva.... io vi andai, e oh sorpresa! vedo tra il musco d’un sasso, dove soleva sedermi, una lettera, l’apro tremando, e leggo queste parole:

«— Ho conosciuto troppo tardi che non mi amate; era mio dovere di lasciarvi e l’ho fatto: quando voi leggerete questa mia, io sarò a Firenze, e di là rientrerò nella mia patria. Se comprenderete quanto mi avete reso infelice, e vorrete rimediare alla vostra colpa, scrivetemi, e verrò a favorire la vostra fuga. — Attenderò dieci giorni; in caso negativo, partirò per la Francia. — Alessandro di Saint—Aubaine.

«Ecco il primo giorno veramente infelice della mia vita, la prima volta che io conobbi in tutta la sua potenza il «dolore. — Quella sensazione soverchiava troppo le mie [p. 59 modifica] forze; mi ammalai, la febbre mi procurò uno stato di delirio e di vaneggiamento, durante il quale fui incapace di risolvermi, e quando rinsavii, i dieci giorni fatali erano scorsi.

«Chi mi vedeva dopo quel tempo errare per i sentieri più solitari di quelle campagne, col volto pallido, coll’occhio affossato, coll’andatura cadente, meravigliava del mutamento improvviso avvenuto nelle mie abitudini e nella mia salute. — Io così florida un giorno, così lieta, così vivace, così orgogliosa della mia gioventù e delle mie gioie innocenti, non era più che un’ombra del passato: spesso contemplava nello specchio i miei lineamenti alterati, il mio viso disfatto, le mie guancie pallide per etisia; ascoltava il mormorare maligno del vicinato, udivo le riprensioni severe di mio padre per la mia tristezza, e per la mia ostinazione a serbarne segreti i motivi, e mi doleva della mia virtù, e mi rammaricavo di quell’ostinato rifiuto.

«In quello stato di cose, erano già trascorsi assai giorni, quando nel visitare un mattino, per vaghezza di malinconia, quel luogo romito, ove solevamo convenire, vedo un cacciatore seduto su quei massi col fucile sulle ginocchi; e col volto celato tra le mani: al rumore dei miei passi solleva il capo e ne discerno le sembianze.... poco mancò che io cadessi morta; era lui, e mi arrestai vacillante sul sentiero.

«Egli si alzò trasalendo, e mi si avvicinò sorridente, ma nel vedermi così disfatta, si rattristò profondamente, e mi [p. 60 modifica] disse: Oh! Anna, quanto siete pallida, quanto avete dovuto soffrire!... io non ebbi la forza di abbandonarvi, e sono quattro giorni che frequento questo luogo per vedervi e per ricevere almeno il vostro addio se rifiutate ancora di seguirmi.

«La malattia aveva affievolite le mie risoluzioni, e reso debole e impotente il mio coraggio: io mi gettai piangendo tra le sue braccia, e gli dissi: io sono vostra, fate di me quello che volete, perchè vi seguirò sempre e dovunque.

«In quella stessa notte, una carrozza del duca mi attendeva al crocicchio della via; io uscii dalla mia camera trattenendo il respiro, e mi rivolsi a contemplare ancora una volta quel soggiorno puro e tranquillo, ove era stata per diciassette anni così felice.

«Scorsi sul pavimento alcuni mazzi di fiori avvizziti che vi aveva buttato nello scompiglio della fuga, le coltri del mio letto rovesciate, molti fogli dispersi, su cui avevo abbozzate alcune linee di addio a mio padre; il mio viso pallido pallido coi capelli in disordine, e collo sguardo atterrito, riflesso da uno specchio nel fondo dell’opposta parete, e finalmente la vecchia immagine di mia madre, che pareva divenir viva e guardarmi con occhi torvi e terribili.... Ma era troppo tardi..., un filo di luce usciva dalle imposte socchiuse di mio padre, porsi orecchio, udii il suo respiro regolare e tranquillo? dormiva.? L’istante è propizio: addio, dunque, o miei monti, addio, mio villaggio natale, e voi colli salienti col pendìo dolce e [p. 61 modifica] sicuro, valli ingemmate sempre di fiori, torrente che mormori con armonia lamentevole: e tu, vecchio maniere della famiglia, santuario della virtù e dell’innocenza, addio.

«Oh mio figlio! con quali parole potrò ora dipingerti la crudeltà e la bassezza di quell’uomo a cui aveva tutto sacrificato? — come descriverti le mie orribili disillusioni, i dolori, le lagrime, i patimenti, coi quali ho lungamente espiata la mia colpa?

«Dopo aver molto viaggiato per l’Italia e per la Svizzera, e avermi tenuta a bada nelle promesse di matrimonio, colla mentita giustificazione degli ostacoli della nobiltà e della famiglia, mi condusse a Milano, dove appresi che mio padre era morto pochi mesi dopo la mia partenza.

«Io non poteva vivere con lui, e venni ad abitare questo modesto appartamento, ove ricevevo le sue visite dapprima frequenti, poi rare, poi attese per lunghe settimane, finché un giorno non ebbi da lui che questa letttera:

«Cara Anna,

«Io parto in questo momento per BadenBaden. La disparità troppo grande delle nostre fortune, rendendo impossibile la nostra unione, io ho creduto partito salutare per entrambi quello di separarci.

«La morte di vostro padre vi pone in grado di ritornare al vostro paese e di vivervi agiatamente con vostro figlio. — Voi siete stata amica del duca di Saint-Aubaine, non è una cosa disonorante; siete giovine e [p. 62 modifica] avvenente, e troverete ancora un marito, che potrà rendervi più felice di me. — Addio, mia cara Anna, non dimenaticatemi così presto, ma ricordatevi ch’io sono inesorabile nelle mie determinazioni.»

«In seguito a questa lettera, la lontananza del duca rendendomi la mia libertà, e non sapendomi risolvere a restituirmi al mio villaggio, ove non aveva più il legame d’alcun affetto, e dove mi era stata usurpata quasi interamente la piccola eredità di mio padre, m’appigliai al partito più semplice di rimanere in Milano — tant’è, dove avrei ancora potuto essere felice?

«È qui che conobbi Elisa***, questa donna saggia, operosa e caritatevole, da cui riceverai le cure d’una madre, quelle cure che avresti ricevute da me, o mio figlio. — Io non ti vedrò, nè potrò compensarti colla mia tenerezza la sventura della tua nascita. — Tu non saprai di quali sacrifizi io sarei stata capace per la tua felicità.... La tua felicità! oh! potessi scorgere almeno quale avvenire ti è riserbato! Ma qualunque esso sia per essere, tu non maledirai, no, la mia memoria, nè attenterai alla vita di quell’uomo ingrato e colpevole che fu tuo padre. — Forse neppure ti sarà dato conoscerlo, forse.... ma Elisa lo ha veduto, e ti additerà le vie di rintracciarlo, se l’età avendo modificata la sua indole e purificati i suoi costumi, potrai sperare da lui, se non una protezione e un appoggio, almeno la cordiale affezione di un padre.

«Addio, o mio figlio; il dolore mi vieta di scriverti di più, e quante cose mi rimangono a dirti: morrò dunque [p. 63 modifica] col cuore ripieno di te, e non fare che il tuo rimanga chiuso alla sventurata memoria di tua madre.

· · · · · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

«Oh Paolina! oh mia figlia!... sono sopravvissuta alla tua nascita, vivo ancora per conoscere la felicità e per agognarla nell’istante in cui mi opprime la certezza di perderla. Oh sì, io desidero ardentemente la vita ora, ora che avrei un fine cui riferirla, un cuore cui dirigere queste passioni che mi divorano ancora inesaudite. Ma il mio destino è inflessibile, e sono assicurata che non ti sopravviverò che di qualche giorno breve e doloroso.

«Dedicherò almeno alla tua educazione e alla tua possibile felicità questo avanzo di vita: le pagine che unirò a questa memoria ti insegneranno a conoscere il cuore degli uomini, e a difenderti dai raggiri della società a schermirti contro una parte delle sue istituzioni, ad adoprarti per conoscerne l’indole ed il modo di lusingarla, giacché non ti sarà lecito fuggirla. Vedrai per esse, quanto sia più nobile e più utile pel tuo benessere l’appartenere alla classe infima, alla classe del proletario, come quella che è più pura dei gran delitti sociali, e che si crea col lavoro il diritto di esistere e di essere felice, checché si faccia dalle classi più elevate per disconoscerlo.

«Oh mia figlia! tu sei bella: se l’età ed il dolore non altereranno questa tua piccola testa di angelo, se il tuo cuore sarà dolce ed affettuoso come quello di tua madre, la tua virtù avrà molto a lottare contro la seduzione, ma non ti gioverà a nulla il mio esempio? Oh! tolga il cielo [p. 64 modifica] che tu abbia ad essere, come me, colpevole e sventurata! La delicatezza dell’anima della femmina, la conoscenza più sicura che una donna può avere della colpa d’un’altra donna mi fanno sperare da te un giudizio più indulgente sul mio fallo; oh Paolina! oh mia figlia! saprai tu perdonarmi?»

Ma a questo punto, Paolina si lasciò cadere il manoscritto sulle ginocchia, e si portò le mani al viso, come per nasconderne le alterazioni e le lagrime.

— Cessate, cessate, diceva intanto Luigi con un suono di voce rotto e mancante. Dio! qual santa donna fu vostra madre!... e voi, figlia di un duca, e temevate ch’io.... ma asciugate le vostre guancie, Paolina; quella buona Anna sarà ora più felice di noi che pur lo siamo già tanto; via, non leggete più per questa sera!

— No, no, rispose la fanciulla, sarebbe impossibile: oh! se sentiste, se sentiste ciò che sta ancora scritto in questi fogli.... Non sono più di quattro anni che Elisa mi scrisse dalla Francia, e mi rese noto che quel nascondiglio celava queste preziose memorie.

— E perchè vi ha essa abbandonata?

— Le sue esigenze commerciali la costrinsero a soggiornare in Parigi: non ero che uscita dall’infanzia quando essa partì, e mi affidò alle cure di sua sorella che voi pure avete conosciuta, e che morì or fa un anno. — D’allora io rimasi sola, ma Elisa venìa spesso a vedermi, e volle che vivessi sempre qui, per ricordarmi, essa diceva, di mia madre, che pur visse e morì in queste camere; voi sapete che mi ha assicurato a vita questo appartamento. [p. 65 modifica]

— È vero disse il giovane, ma poichè essa era donna tanto severa, e parmi di ricordarlo, fu utile per voi che le esigenze del suo commercio la costringessero a vivere in Parigi.

— Non dite ciò, Luigi, voi non la vedeste che poche volte; essa mi fu più indulgente che una madre, nè la stessa ingratitudine potrebbe farmi dimenticare la sua bontà, e i numerosi sacrifici che ha compiuti per la mia fortuna.

Ma non riferiremo tutto intiero questo colloquio dei due giovani. — Un’ora dopo Luigi entrava in punta dei piedi nella sua soffitta, e accesa una candela di grasso, ne appressava la fiamma al volto pallido, ma tranquillo della Mineu. La giovinetta dormiva in un atteggiamento commovente: sporgeva dalla coltre la sua testa coperta da una cuffietta bianca a reticella, e una grossa treccia nera, discendendo per una guancia, rendeva stranamente vivo il distacco di quel viso bianco, irregolare, ma pur tanto piacevole. — Le punte delle sue mani riunite, ed appressate alle labbra, facevano fede che la buona fanciulla si era addormentata pregando.

Luigi la contemplò lungamente con una espressione di tenerezza vivissima; poi rialzando la cortina, la lasciò ricadere dietro di sè, e si trovò isolato nella sua metà della soffitta.

Noi lo lasceremo dormire: sono così facili i sogni a quell’età, ed oh! come belli i sogni quando si ama! [p. 66 modifica]


— Oh, signor marchese! disse madama Gioconda alzandosi premurosamente e offrendo una sedia al nuovo giunto; ella è venuta oggi a proposito per ascoltare delle notizie decisive sul nostro tentativo, quantunque per nulla favorevoli.

— Dica, dica, madama, rispose il marchese sedendosi, e facendo passare il braccio destro sulla spalliera della sedia, per ostentare un’indifferenza mal simulata.

— Egli è.... ma.... Dio buono! io mi trovo terribilmente imbarazzata nel dirlo; mi è doloroso, molto doloroso il non averle potuto dimostrare la mia devozione con un favore in apparenza così facile e di poca importanza: insomma a che giova esitare? quella giovine non vuol saperne.

— Paolina? esclamò il marchese macchinalmente.

— Sì, Paolina, disse la sarta, e non vi ha mezzo al mondo per smoverla dalla sua ostinazione: immagini....

— Ma le ha ella fatto l’offerta di?...

— È d’uopo chiederlo? immagini, ripeto, che invece di aderirvi, o almeno di schermirsene in bella maniera, s’alzò, prese senz’altro il suo cappello, e se n’è uscita; e senza piangere come le altre volte, ma con una fierezza, con un [p. 67 modifica] furore che mi colmò di meraviglia. — Io l’aveva chiamata in disparte nella mia camera, e dopo averle dipinto bene il suo stato con colori ancora più tetri di quello che fosse d’uopo, e fattole toccar con mano quanto il suo avvenire fosse incerto e male assicurato, come fossele conveniente saper trarre partito dalla sua bellezza, finchè l’età e le privazioni non l’avessero alterata, le feci improvvisamente la sua offerta per renderne la impressione più sensibile col contrasto della sua condizione presente. — Voi siete una fanciulla fortunata, le dissi, molto fortunata: mille franchi al mese, un appartamento principesco, una carrozza a vostra disposizione, la vostra giornata libera, ogni capriccio appagato, un amante accondiscendente ed affettuoso come il signor marchese; voi formerete l’invidia di tutte le tose della vostra condizione, e vi giudicherei poco meno che pazza se ricusaste. Or bene, sa ella quale fu la risposta di Paolina? «Non credevo, madama, di averle inspirato tale opinione di me che le permettesse di farmi sul serio questa proposta; ma spero bene che troverò altrove del lavoro» e uscì prima che io rinvenissi dalla mia meraviglia.

— Ah! giuro per Dio, esclamò il marchese, tutto infiammato nel viso, e percotendo il pavimento colla mazza che teneva tra le ginocchia, che avrò ad ogni costo una soddisfazione da quella ragazza, e una soddisfazione che le riuscirà ben amara: non è più amore, è onore, è una questione di puntiglio, e vedremo se la sapremo spuntare. — Quand’è così, non sarà dunque più tornata?

— No, rispose madama Gioconda, e veramente sarei [p. 68 modifica] addolorata d’aver perduta un’operaia così abile ed attiva, se non tenessi per certo che non troverà dove collocarsi altrove, e che la necessità la ricondurrà a me suo malgrado.

— Ciò fa sì ch’io non mi perda d’animo, cara signora, perché io conto sempre sul suo aiuto, come ella non deve cessare di contare sulle mie promesse.

Madama non rispose, ma guardando il marchese con occhi appassionati, lasciò scorgere uno di quei sorrisi che riserbava esclusivamente pel pappagallo, e lo averne fatto uso in quella circostanza, indicava che il suo soddisfacimento era completo.

Il marchese dal canto suo, non ignaro della eloquenza di quel sorriso, si sentì potentemente rassicurato, e aggiunse con volto un poco più sereno:

— Converrebbe inventare uno stratagemma per trarla una sola volta in mia casa; il primo passo sarebbe fatto, il resto viene da sè; è tutta mia attribuzione....

— Penserò, penserò, rispose madama, chinando il capo in atto di meditare, ma dubito assai che vi possa essere un motivo così potente da farle prendere a forza questo partito.

— A ciò aveva pensato il conte di F. o almeno aveva promesso di pensare, saranno ora dieci giorni, e mi aveva dato per sicuro che m’avrebbe suggerito a questo scopo un pretesto infallibile, ma....

— Il conte di F..., interruppe la signora, appunto, è stato qui poc’anzi un suo domestico per una lettera, che gli aveva ordinato di rimettere esclusivamente nelle di lei mani.

— Nelle mie!... egli è dunque tornato, sta bene — e ciò [p. 69 modifica] non può riguardare altro quesito che questo; a meraviglia, noi siamo a cavallo, madama; il conte ha uno spirito insuperabile per queste invenzioni, e n’è prova quella Caterina; sallo il cielo come è riuscito a farla delle sue.

— E a farsi amare.

— Sul serio?

— L’assicuro che lo ama perdutamente.

Il marchese restò un istante pensieroso, poi presentando la sua mano alla signora, io volo, disse, in traccia di quella lettera.

— E stia di buon animo, io mi adoprerò quanto valgo, e senza risparmio.

— Non ne dubito, non ne dubito, disse l’altro quasi rassicurato, e scosse due o tre volte la mano che teneva tra le sue.

Madama lo guardò con tenerezza e sorrise nuovamente come dianzi.

— Ancora quel sorriso.... due volte in pochi minuti; è una vittoria completa, mormorò tra di sè il marchese, e si accommiatò dalla signora.

— Non è tutto perduto; duemila franchi!... disse ella dal canto suo attraversando il corridoio che metteva alla sala da lavoro, e facendo passare frettolosamente le sue piccole mani l’una sull’altra; se i miei affari vanno di questo passo, al nuovo anno non uscirà più un cappello dalla mia officina.

— È proprio lui, diceva il marchese nella sua camera, spezzando il suggello di quella lettera; vediamo se si è impegnato con coscienza, e lesse: [p. 70 modifica]

«Saprete che fui assente fino a ieri, e che non avrei potuto serbare prima d’oggi la mia promessa, per quanto avessi desiderato di farlo con sollecitudine. Al mio allontanarmi di qui, incaricai persone di sorvegliare le abitudini dei due amanti, e specialmente del giovine, ora da queste cognizioni doveva trarre il miglior partito per ideare il mio progetto, nè poterono essermi partecipate prima di ieri sera. Eccovi adesso quello che avrei deciso di fare, al doppio scopo di porre fuori della scena quell’artigiano, e di trarre Paolina in vostra casa: già il mio disegno si limita a ciò, io non potrei fare di più, e voi mi dovete subentrare in tutto il resto. Quel giovane si chiama Luigi ***, e, per quanto mi consta, ama la ragazza di un amore puramente sentimentale: come ciò possa accadere io non lo so, ma si hanno degli strani gusti quaggiù, ed ho motivi abbastanza ragionevoli per crederlo. Ciò non ostante, essi si vedono tutte le sere ed egli non esce dalla casa di lei che a notte molto inoltrata. Costui ha una sorella sciancata che lo accompagna nelle sue visite serali, e questa circostanza sarebbe stato un ostacolo quasi insuperabile pel mio progetto, se la fortuna non ci avesse favoriti col mandarle una buona febbre che l’incatena perpetuamente alla sua cuccia. Da ciò consegue che il giovine ci va solo, ed esce solo. Voi non ignorate che io conto fra i miei servitori intimi alcuni bravi in sedicesimo, la cui abnegazione, e il cui eroismo hanno già resistito a prove di bomba. Due di essi, e i più arditi, si offrirebbero dunque di avere uno scontro col giovine nell’ora ch’ei suole rientrare alla sua soffitta nella via di S. [p. 71 modifica] Eustorgio, di provocarlo, e di venire alle vie di fatto pubblicamente. Durante la mischia, uno di essi si farebbe alcune scalfitture poco profonde, e getterebbe l’arma che verrebbe giudicata di pertinenza del preteso feritore. L’altro compagno sarebbe un valido testimonio; l’azione comincierebbe in un momento in cui la via fosse deserta; questa è condizione assoluta, il resto viene da sè; la folla non può dar giudicio che del fatto, l’origine n’è ignorata; d’altronde gli attori sono famosi; essi si dànno pensiero di tutte le particolarità del progetto, e ne promettono l’esito sicuro. Io, dal canto mio, darò loro qualche ordine che giustifichi la loro presenza in quel luogo e in quell’ora avanzata. — Ne conseguirà necessariamente l’imprigionamento del giovine. Allora spetterà alla signora Gioconda il far credere a Paolina, che per certi vostri rapporti colle prime autorità giudiziarie, la vostra mediazione potrà subito restituire la libertà al suo amante. Voi non dovrete dunque più recarvi da madama, e Paolina, non sapendo come parlarvi altrimenti, verrà, suo malgrado, in casa vostra. Io tengo la cosa per certa: questa sventura porrà quella ragazza alla disperazione, e non vi sarà mezzo che ella esiti a tentare per trarlo dal carcere.

«Se accettate questo progetto, manifestatemi tosto il vostro acconsentimento, perchè io possa affrettarne l’esecuzione, finché dura la malattia della sorella del giovine. Ad ogni modo abbiate in ciò una prova della mia amicizia per voi, giacchè, come vedete, mi metto in ballo io pure, e con non lievi pericoli. [p. 72 modifica]

«Ho poi troppa fiducia nella vostra tattica amorosa, per consigliarvi, in caso positivo, a trattare rispettosamente Paolina, e ad inspirarle la più ampia confidenza sulla vostra virtù, e sul preteso interessamento che prenderete per quel giovine operaio, finché non possiate togliervi a vostro comodo, e con piena sicurezza, cotesta spina dal cuore. Non dimenticate che attendo premurosamente la vostra risposta.»

— Vivaddio! disse il marchese, tirando a sè il cassettino dello scrittoio, e levandone certa carta per corrispondenze segnata coll’impresa della famiglia; non frapporrò alla mia. risposta un solo minuto; e scrisse con mano tremante per commozione:

«Voi siete un grand’uomo, il più grand’uomo che io abbia conosciuto; uno strategico pari ad Alessandro, e un amico da disgradarne Damone. Accetto con riconoscenza il servizio generoso che mi volete prestare.»



Verso l’albeggiare d’un bel mattino, due ragazze ed un giovane uscivano dalla porta di S. Celso, e s’avviavano per i sentieri più remoti di quei prati che si distendono dalle mura della città fin dove l’occhio può giungere ad ammirarli come un immenso tappeto di verzura. — Fra le varie [p. 73 modifica] suddivisioni del giorno, il mattino è l’istante più delizioso, come avviene del principio di tutte le cose: infanzia è il mattino della vita e ne è la parte più felice, il primo amore è il più caldo e il più durevole, i primi piaceri sono i più squisiti, le prime aspirazioni sono sempre le più nobili: pare adunque che tutto si contamini col tempo, o sia destinato a deperire prima di accostarsi alla sua perfezione. Questa verità si palesa per sè stessa ogni giorno: non v’ha creatura che non sorrida al primo raggio di sole, non v’ha creatura che non ne saluti il tramonto gemendo. Da quello a questo istante, chi non ha avuto un’amarezza, un dolore?

Il mattino è una festa, la sera è un istante di lutto comune. — Avete voi mai osservato lo spettacolo d’una sera in un villaggio? avete veduto all’allumarsi dei fuochi nelle case, andare e venire per la cucina la famiglia del massaio con faccie tristi e pensierose? Avete udito strillare i bambini nelle loro cune, belare i capretti nelle stalle con voce lamentevole e quasi umana, la vacca tornarsene sola dai campi colla testa china, e a passo uguale e accelerato, una nottola strisciarvi colle sue ali gelate sul viso, il mastino accovacciato sulla soglia dell’uscio, ringhiare sommesso tra di sè, e guardare con occhi spaventati la luna? È una scena di profondo terrore per un osservatore fantastico e sensibile; ma tale tristezza non sfugge neppure all’apata o alla creatura irragionevole. Gli uccelli cessano in quell’ora di cantare, o non fanno sentire che note di lamento, i fiori trattengono nei calici i loro profumi, e nello scorrere dell’acqua, nel mormorìo delle foglie, nelle cadenze [p. 74 modifica] prolungate delle canzoni dei viandanti, in ogni suono che accusi ancora un indizio di vita, v’ha un non so che di mesto e d’inusitato, che penetra in tutti i cuori e si diffonde per tutta la natura. Miseri coloro che si rallegrano allo spettacolo della sera, perchè precede le tenebre, il silenzio, l’isolamento e la dimenticanza, la felice dimenticanza del sonno: essi riaprono gli occhi alla luce con sgomento, vedono in essa un richiamo alla vita e al dolore e vorrebbero che le tenebre durassero eterne, e si eternasse con esse il loro sonno.

Ma coloro che si sentono felici, o si lusingano almeno di divenirlo, salutano, con un trasporto di gioia, il mattino, come il primo periodo d’una nuova esistenza. — Quando si è giovani, quando si ama, quando si hanno molte speranze nel cuore, in un mattino delizioso di primavera, al primo raggio di sole che penetra spezzato per le gretole delle persiane, al profumo di un fiore di giacinto sulla nostra finestra, al gorgheggiare vivace d’un cardellino nell’atrio della casa, la prima sensazione nel ridestarsi è una gioia pura, serena, indefinita che ha qualche cosa di quella tristezza soave e misteriosa che accompagna in noi ogni sentimento sublime, quasi si potesse da ciò congetturare che l’essenza della divinità fosse il dolore.

Tra costoro noi annoveriamo i nostri tre giovani che camminano frettolosamente per la campagna: ora ristanno, ora corrono, ora vanno a passo lento e disordinato: un passero che si culla sopra un ramo flessibile di salice fa piovere sul loro capo delle goccie di rugiada, il vento trasporta tra [p. 75 modifica] i loro capelli agitati i candidi fiocchi del pioppo, le grosse lucertole delle siepi fuggono su per gli alberi e vi si arrestano a contemplarli con due occhietti neri, lucidi, affascinanti, e intanto le campane dei dintorni martellano a festa, e le contadine che vanno alla città col loro canestro dicono: — che bei giovani! e vanno a fare una colazione in campagna.

Luigi dà il braccio alla Paolina, e la Mineu li seguita da lontano. Nonché essi non attendano la povera ragazza impedita nel camminare e debole ancora per la febbre, ché anzi la riprendono per volersene star sola, e la Paolina le dice spesso: — Che fate Marianna? venite con noi, appoggiatevi al mio braccio; ma la fanciulla rimane più volentieri sola, e si compiace di rivedere quei luoghi che le ricordano la sua infanzia, e trattenere in sè stessa i suoi pensieri e le sue commozioni.

La sventura aveva data a quell’anima una potenza profonda nella meditazione, una delicatezza squisita che si eccitava al minimo contatto, una mente vasta, riflessiva, creatrice, e se l’arte avesse governate quelle virtù e direttele ad uno scopo, ne avrebbe modellato un poeta.

Noi diciamo spesso: ogni grand’uomo fu sventurato, e collochiamo la causa al luogo dell’effetto; si dovrebbe dire: ogni uomo sventurato fu grande. — Di fatto la sventura fu in ogni tempo unica maestra di sapienza. Ogni monumento letterario del genio umano (e nella letteratura come manifestazione del pensiero sta la reale testimonianza del genio), è un’elegia sul destino dell’umanità, ogni libro, ogni pagina, [p. 76 modifica] ci rivela una storia di dolore, e se vi ha in esse un sorriso è un velo pietoso che copre una ferita, ma non la nasconde; nulla supera la tristezza muta, profonda, inesauribile che emana dallo stesso capolavoro di Cervantes reputato la creazione più comica della letteratura umana.

Ma tra le anime elette non annoveriamo solamente coloro che ci lasciarono memoria di sè nei loro libri; chi ebbe l’arte e la natura e fu conosciuto, chi ebbe la natura soltanto e fu ignorato; ma questo non è meno dotto di quello, e talora è poeta gentile, poeta sommo senza sapere di esserlo, o sapendolo, senza desiderare di farlo conoscere, e la Mineu era di costoro.

Se fosse possibile tradurre con esattezza in parole ogni suo pensiero durante quella passeggiata, se ne avrebbe un idilio sublime di Gessner, o una pagina non indegna di Klopstock, il poeta della Divinità e della natura.

I nostri giovani camminavano in un oceano di luce, il sole, avendo dissipate alcune nebbie grigie e pesanti, illuminava dal cerchio delle Alpi quelle campagne con tutta la pienezza de’suoi raggi: centinaia di allodole svolazzavano in cerchio nel punto più sereno del cielo, appena visibili come uno sciame di moscherini; il vento portava in giro le foglie ingiallite del gelso, e curvava sulle acque del canale i pappi vellutati del giunco. L’onda scorreva limpida, pura, quieta: in tutto quella malinconia pensierosa che emana dall’autunno. L’autunno e la primavera si rassomigliano come la vecchiaia e l’infanzia. Nell’autunno tornano a fiorire le viole e le primule, alcune volte anche le tussilagini, e [p. 77 modifica] vediamo le brionie e il sambuco ornarsi ancora delle loro gemme: pare che la natura tratta in inganno si accinga a richiamare la sua stagione favorita, o che nell’istante di morire brami di circondarsi almeno delle sue pompe.

Vi ha lungo quella via, dalla parte che guarda il cimitero del Gentilino, un punto in cui il canale si divide e il prato si china in declivio formando un piccolo seno circondato da salici e da alcuni onizzi quasi secolari: l’acqua vi fa prosperare i ranuncoli e le erbe di palude, ma il prato più in su è tutto verde di serpillo dalle piccole foglie odorose, bene asciutto, e olezzante del profumo della menta.

Colà si arrestarono i nostri giovani e si sedettero in circolo. Nulla di più magnifico di quel gruppo. — Lorenzo Sterne avrebbe potuto descriverlo; per me vi rinuncio, e domando se alcuno di voi non si è mai seduto in un prato con una donna. — Èquesta una di quelle rimembranze che negli anni più aridi della vita e nei ritiri forzati della città si evocano con maggiore predilezione. Fu un tempo, si ha amato: tutto appariva nuovo e festevole, lo spettacolo della natura inebbriava: una fanciulla seduta al vostro fianco sull’erba, sta pensierosa, sfogliando una margherita, e mormora: mi amate, non mi amate.... mi amate..., oh gioia! e vi porge la sua mano, e vi guarda sorridendo; pare un fiore tra i fiori; poi vi mostra lontano, lontano una nube nera, gigantesca, mostruosa; si avanza, s’ingrossa, incomincia a rumoreggiare il tuono, cadono delle grosse goccie di pioggia... «Vedi!» e ve ne indica una sopra la palma della mano: «fuggiamo, fuggiamo, oh il mio povero cappello nuovo!» [p. 78 modifica] e vi abbraccia per lo sgomento, e così abbracciati si corre, si corre.... il vento agita i capelli e le vesti, il volto, le guancie si toccano, pare che appena si pieghino le erbe coi piedi, si è tanto leggieri, si è tanto felici, si è tanto lontani dalla terra in quel momento!

Paolina trasse da un piccolo paniere la colazione, consistente in alcuni pani di fior di farina, una torta colle prune, del butirro, dello zucchero e delle frutta, mentre Luigi tornava correndo da una fattoria con un vaso ripieno fino all’orlo di latte ancora tiepido, e una bottiglia di certo amarone confortevole che riserbava a se solo, come non avvezzo a quelle bevande delicate delle ragazze. — La mensa fu coperta con un fazzoletto di bucato, le stoviglie furono pampini di vite selvatica, e si bevve in una sola tazza inneggiando alla felicità, e all’amicizia.

— Oh bel giorno! disse Paolina, dopo un istante di quel silenzio che è prodotto talora da un’eccessiva felicità, perocchè la felicità eserciti sopra di noi un’oppressione poco dissimile da quella del dolore.

— Sì, un giorno delizioso, rispose la Mineu, ma non per tutti; vi hanno di coloro che soffrono molto in questo momento, e a cui parrebbero un gran favore della fortuna queste stesse reliquie della nostra colazione.

— Oh sì, disse Paolina tristamente, avete osservato voi pure quei poverelli che ci sporgevano le mani supplichevoli lungo la via! Io non so guardarli mai senza che mi rattristi, e vi fu un tempo in cui questa compassione divenne così profonda, che gli stessi motivi che la moveano non [p. 79 modifica] potevano certamente essere più tormentosi: ma possiamo noi rimediarvi, e non dobbiamo forse accettare questo stato di cose come è piaciuto al buon Dio di stabilirlo?

— Oh! non dite così, non dite così, Paolina: non vedete voi questi begli alberi, queste campagne, queste pianure così ubertose, e potreste credere che il cielo le abbia date in retaggio a pochi uomini, escludendo la più gran parte dalla comune eredità cui sono chiamati? Perché alcuni tra di essi dovranno consumare la loro vita in una tediosa inoperosità nociva agli interessi della grande famiglia, ed altri essere destinati ad un lavoro forzato, continuo, senza speranza di premio, non rimunerati almeno in ragione delle imperiose necessità della loro natura? Quale differenza tra il nobile ed il plebeo, tra il grande proprietario e l’operaio, tra l’uomo prospero e l’uomo mendico! E chi ha creato questi abissi di separazione tra un essere e l’altro, se non l’uomo stesso? Buon Dio!... non vedete come da tutti gli ordini, da tutte le leggi della natura, sembra emanare una continua sorgente di felicità per le sue creature? Quale bellezza in questo universo delizioso! Quale predilezione la Divinità ha dimostrato pell’uomo! Tutto fu sottoposto al suo dominio, tutti gli elementi furono da lui signoreggiati: le variazioni più incantevoli della luce, le modulazioni dei suoni, le mille gradazioni dei colori, le dolci voluttà dei profumi furono destinati per lui, come i prodotti della terra necessari alla sua esistenza materiale. — E se in ciò lo condannava al lavoro gliene donava l’istinto e gliene faceva una legge pel suo benessere, chè se le migliaia di braccia che [p. 80 modifica] giacciono inoperose nella ricchezza fecondassero il seno della gran madre, il lavoro così suddiviso nulla avrebbe di spiacevole e di faticoso. È bensì vero che tante calamità naturali e che non giungiamo a sfuggire, sembrano allontanarci dallo scopo della felicità, ma per ciò ci furono donati i sentimenti dell’amore e della compassione; la proprietà ha generato l’egoismo che li spense, o se esistono ancora in qualche cuore, essi sono divenuti impotenti, e cessano di essere nobili e grandi restringendosi alla famiglia e cessando di essere universali.... Oh il cielo!... non dite così, Paolina, Dio è grande, Dio è buono... guardatelo il cielo, poi vedete questo fiorellino come è gentile, questa piccola formica rossa come o bene organizzata.... Dalle cose più grandi alle più piccole, quale ordine meraviglioso, quale bontà veramente divina! Non ascoltate una voce che vi dice: voi siete nata per essere felice?... ah! ma voi lo siete veramente, Paolina; voi non avete, come me, errato per questi prati nell’inverno, non avete dormito al rovaio sotto questi alberi, non avete provato gli spasimi della vita del povero, i tormenti crudeli della fame, il freddo, le malattie trascurate, le battiture.... eppure io era una povera bambina, buona, docile, innocente, e non aveva fatto nulla di male agli uomini....

Pronunciando queste parole, la voce della fanciulla divenne fioca e lamentevole, e chinò la testa sul seno, come sopraffatta dal peso mortale di quelle rimembranze, poi rialzandosi, aggiunse con accento più animato: «ma io non li odio gli uomini, no, io era nata per amarli, e mi addoloro profondamente pensando che i prosperi e i doviziosi dovranno [p. 81 modifica] un giorno render conto di quella parte di beni e di felicità che hanno usurpata ai loro fratelli.

— E quando credete voi, che sarà per aver luogo questa resa di conti? disse Luigi sorridendo.

— Oh! non qui, non qui, rispose Marianna, io spero che non dubiterete d’una vita migliore.

— Me ne guardi il cielo, replicò il giovine ricomponendosi, ma voi vi crucciate di mali insussistenti, e poi non va bene questo dolersi tanto del nostro stato, il quale, valga il vero, non è poi molto cattivo.

— Sì, disse Paolina, parmi che noi siamo abbastanza felici.

— Nè io lo nego, proseguì la Mineu; io sarei per me stessa felicissima; ma forse che tale convinzione può estinguere la mia sensibilità, può rendermi indifferente ai dolori degli altri? può egli accadere che un uomo sensibile possa essere completamente felice? — E vedete come la società ha vòlto a nostro tormento questa dote più sublime dell’anima, la sensibilità stessa, da cui sembravamo riprometterci una serie di piaceri infiniti e dolcissimi.

— Basta, basta, disse Luigi, accettiamo la vita come ci vien data; vorreste voi mutare tutto quest’ordine di cose? vorreste che il principe coltivasse il suo campo come l’ultimo cittadino, e fare di tutta l’umanità una generazione di coloni? Benedetti quei vostri libri da cui attingeste delle cognizioni così singolari!... ma questo è un sogno, mia cara Marianna, uno stranissimo sogno, e io temo che voi siate ancora febbricitante. [p. 82 modifica]

— Ma se questa rivoluzione radicale fosse ineffettuabile, disse ancora la Mineu, credereste dunque anche dannoso il porgere un limite alla ricchezza, l’impedire la povertà assoluta, il migliorare la sorte della classe pensante e della classe operaia, chiamandola a dividere i profitti del loro lavoro, invece d’una mercede insufficiente che rende impossibile l’aspirare ad una classe più elevata; ma voi dite bene, mio buon fratello, bisogna accettare la vita come piacque alla società di modificarcela, per me ne sono paga, nè oserei chiedere di più; io sono abbastanza felice così, e voi non mi vedeste mai che sorridere.

— È perciò che la vostra commozione mi riempie di meraviglia, e io vorrei che voi aveste più spesso tra le mani i vostri ferretti delle calze che cotesti libri sciagurati; ma ritorniamo alla città prima che il caldo si faccia più intenso e che la fatica non vi rinnovi la febbre.

— Che uccello è questo che canta? chiese Paolina a Luigi.

— Una cingallegra, il primo uccello che canti in primavera; esso ha fatto qualche disegno sulle bricciole della nostra colazione.

— S’egli è così, alziamoci subito, e porse il suo braccio a Marianna, dicendole: volete che corriamo?

— Corriamo.

Le due ragazze si arrestarono ansanti e trafelate sul ciglione della via; quella corsa aveva scacciato dai loro animi ogni pensiero fastidioso, e il resto della passeggiata fu dolce e piacevole, come avviene a quegli uccelli che riparano al nido dopo una tempesta, per uno spazio di cielo sereno. [p. 83 modifica]

Era l’ultima passeggiata che facevano assieme.... poverette!... era l’ultimo giorno veramente felice della loro vita; ma esse lo ignoravano, e chi avrebbe potuto predirlo?



Nella sera di quel giorno medesimo Luigi tornava da Paolina, e s’avviava tacitamente verso casa. Dopo aver passato con lei una buona metà della giornata, avrebbe potuto far a meno di quella visita; ma chi porrà un freno all’amore e gli dirà: tu farai questo soltanto, tu non uscirai da questi limiti, tu ti assoggetterai a queste leggi? La passione ci signoreggia nostro malgrado, e la volontà non è che un ostacolo che la sprona a superarla. — Marianna aveva provato un nuovo accesso di febbre e s’era posta a letto; il giovine era nuovamente uscito, aveva celebrato la domenica co’suoi compagni al piccolo albergo della Croce bianca, poi era andato da Paolina, aveva parlato di cose tutte piacevoli, tutte lusinghiere; la ragazza non gli era sembrata mai così bella, così buona, l’avvenire non gli s’era mai affacciato così ridente; egli ne era uscito esilarato; camminava verso la sua soffitta col pensiero lontano le mille miglia dalla terra; la via era deserta, poneva innanzi un piede, poi l’altro con quel moto meccanico ed indeciso dell’automa, gesticolava e [p. 84 modifica] parlava tra di sè a mezza voce, ora ristandosi, ora allentando il passo, ora camminando concitato, quando giunto all’angolo della via di Sant’Eustorgio, in un momento in cui il suo passo secondava forse la celerità e l’impeto di qualche pensiero violento, urtò con tutto il corpo in due passeggieri che andavano a zonzo per quella via, e parevano attenderlo da qualche ora a quella posta. Luigi non ebbe il tempo di ricomporsi dalla scossa improvvisa, e di richiamare la sua ragione smarrita nei campi dell’ideale alla penosa realtà di quell’avvenimento, chè uno degli offesi sclamando: Mal abbia questo marrano! gli appiccicò sulla guancia un pugno così vigoroso che lo fece vacillare tramortito.

— Per Sant’Ambrogio! disse il giovine ritornato tosto in sè stesso, t’insegnerò io come si tratti un buon figliuolo, che non lo ha fatto a posta, ed era pronto a chiederne le mille scuse, — e vibrò colla destra un tal pugno, che mal per lui, se quel mal arrivato non avesse saputo evitarlo chinandosi a terra colla celerità del pensiero. Il braccio di Luigi descrisse lievemente fischiando una curva invisibile, e andò a percuotere col pugno nello spigolo della parete. Per l’inferno! urlò il giovine inacerbito dal dolore, e ritraendo la mano sanguinosa e lacerata in più luoghi, si precipitò sull’offensore che stava rialzandosi, e afferrandolo al collo e stringendolo col vigore d’una morsa, lo fece basire sulle ginocchia, mentre ascoltandone il rantolo, e vedendone al lume della luna il volto pavonazzo e chiazzato, si sentiva impietosire, e pendeva incerto se dovesse lasciarlo libero o [p. 85 modifica] confirmare la lotta. Ma l’altro compagno venne a toglierlo da questa titubanza, che avendogli poste per di dietro le mani sul viso colle dita intrecciate a foggia di catena, e tirandolo a sè, e premendolo a tergo col ginocchio, lo rovesciò bruscamente sul terreno.

Luigi non vide, non sentì più nulla; per una proprietà di quelle costituzioni nervose e facilmente eccitabili, in cui la ragione resta agevolmente oppressa ed acciecata da una esuberanza di vita e dagli slanci delle sensazioni materiali, dimenticò Paolina e la sorella, non previde le conseguenze di quel fatto, prevedendole non le avrebbe forse temute: non pensò che a colpire e a difendersi, se pure lo pensava, giacché in quelle circostanze non agisce il pensiero, ma l’istinto. Egli riuniva in sè una forza ed una agilità prodigiosa, onde i due assalitori avevano la peggio, e si dolevano tacitamente d’essersi impegnati in una lotta che non pareva ed era disuguale: più per l’istinto del dolore che per eseguire con esattezza il loro progetto si posero a chiamare soccorso.

Intanto negli intervalli di silenzio si poteva udire un rumore cupo e lontano, simile a quel muto incalzarsi delle onde in un seno di mare dopo una tempesta: eran grida di dolore soffocate, talora seguite da un tonfo, o troncate a mezzo da una caduta, un gemere compresso, un ansare affannoso; si vedeva un rialzarsi, un ricadere, un avventarsi, un agitarsi di petti e di braccia; ciò che formava uno spettacolo meraviglioso sullo spianato della via, dove la luna e i fanali riflettendo in un campo bianco quei corpi e quelle [p. 86 modifica] braccia, e moltiplicandoli sotto mille forme mostruose, simulavano una feroce battaglia di giganti.

Alle grida replicate di aiuto si apersero su nell’alto alcune finestre, e si videro dei lumi sporti da qualche braccio nudo, qualche testa d’uomo avvolta in un berretto da notte, che scompariva tosto e richiudeva le griglie, come una testuggine impaurita si ritira nella sua nicchia, e si udì una voce di donna che diceva: — da bravi, figliuoli, la finiscano, abbiano carità; ora viene mio marito, è un uomo vigoroso mio marito, lo so io, e se non smetteranno andrà a chiamare le guardie.

Ma le guardie avvertite da un passeggiero che, avviandosi colà, aveva veduto tutto da lontano e aveva rifatta la via, giunsero in un batter d’occhio sul luogo.

I due assalitori erano macerati di percosse, e non avendo miglior desiderio che di finire la lotta, si acquietarono in un baleno, e si posero in un atteggiamento di assaliti, snocciolando una serie di accuse, di lagnanze e di proteste con tanta apparenza di verità, che avrebbero tratto in inganno il più provetto magistrato: ma Luigi infuriava e si durava fatica a contenerlo, nè si acquietò che pochi momenti dopo dinanzi al delegato di giustizia.

— Come vi chiamate? gli chiese quel personaggio con un tuono di voce così cupo e terribile che pareva voler dire: rispondete subito e a dovere, perchè voi siete morto.

— Luigi ***, rispose il paziente.

— Ed esercitate qualche professione?

— Sono tornitore, e lavoro all’officina di Giacomo ***. [p. 87 modifica]

— Bene, disse l’altro, e d’onde venivate per trovarvi a quell’ora nella via di S. Eustorgio?

— Veniva da.... da.... da passeggiare.

— Ih, ih, interruppe il delegato, ecco già, un po’di confusione nel vostro cervello; bisogna rispondere a dovere, figliuolo mio, o siamo perduti; noi vediamo tutto, noi sappiamo tutto, e il vostro caso è grave; vi ha la punizione di otto anni di carcere duro, lo dice chiaro l’articolo 473... Se alcuno....

— Sì, sì interruppe Luigi impazientito, io veniva giusto da passeggiare, ho urtato all’angolo della via quei signori; non l’ho fatto apposta, ne avrei chiesto scusa, e n’ebbi delle percosse; fui provocato, non sono poi un santo io, ho voluto difendermi.

— Male, male, replicò dal canto suo il delegato; e conoscereste per caso questo coltello a molla, che fu raccolto sul luogo dello scontro?

— Ah cani, cani!... anche un coltello!... esclamò il giovine; io spero bene di non essere ferito, e si tastò tutto lungo le membra, esaminando i suoi abiti: io non porto coltelli, aggiunse poi, rivolgendosi al delegato.

— Dunque! esclamò costui.

— Dunque, disse l’altro, è naturale che debba appartenere ad uno dei due.

— E non avete ad aggiungere altro?

— Non una parola, rispose Luigi; ella conosce benissimo come è andata la cosa; io mi sono difeso, ho dato e ricevuto e ne ho fatta la quietanza. Ora spero bene che vorrà [p. 88 modifica] lasciarmi in libertà: ho una sorella malata, che mi vuol molto bene, ed è sola; guai se quella poveretta conoscesse già questo fatto! Povera Marianna! aggiunse il giovine fra di sè, e si pose a riflettere con dolore alle conseguenze del disgraziato avvenimento.

A quella speranza di pronta libertà manifestata da Luigi, il delegato contrasse la muscolatura della faccia in un sorriso pieno e sonoro; poi, riprendendo, come per incanto, un aspetto truce e severo, e sollevandosi dalla sua sedia, e avanzandosi due passi verso l’interrogato:

— Signor Luigi *** tornitore; e se io vi dicessi che quest’arma vi appartiene, che quei vostri avversari sono due bravi figliuoli conosciutissimi per la loro condotta esemplare; due uomini di scuderia al servizio del conte F., che andavano in quel momento pei fatti loro a recare un messaggio del loro padrone; che per tutto ciò vi sono delle prove incontrastabili; che uno di essi riportò da voi due leggere ferite di coltello, e n’ebbe l’abito forato in più luoghi — che voi lo avete urtato col disegno di venire alle mani, perchè passaste una buona metà della giornata nell’albergo della Croce Bianca in uno stato di completa ubbriachezza, e che uscivate a quell’ora dalla casa d’una sgualdrina, e...

Ma Luigi, che si era a stento contenuto fino a questo momento, e si sentiva già tutto infiammato per l’enormità di quelle accuse, nell’ascoltare questa insultante allusione a Paolina, si sentì venire i bordoni alla testa, provò prima una confusione, uno sbalordimento, poi una specie di vertigine, e si pose ad urlare: [p. 89 modifica]

— Presto, presto, mi conducano via di qui, mi mettano in prigione; ella mente per la gola, signor delegato, ella insulta bassamente una ragazza onorata, ma non lo farebbe impunemente a quattr’occhi; via, via dunque, mi mettano in prigione, e presto, perché io non so più contenermi.

— Non avete avuto l’astuzia di proseguire almeno nella vostra parte colla stessa simulazione, disse l’ufficiale di giustizia, ritraendosi due passi; vi siete tradito troppo facilmente, mio caro giovine; poi avete offeso un agente della legge nell’esercizio delle sue funzioni, e di ciò si terrà conto nel nostro verbale, e il caso contemplato dell’articolo 37.... Bene, bene, si farà un conto solo: conducetelo al direttore delle carceri di S. Zeno.


E all’alba del mattino, mentre Luigi, dopo aver lungamente vegliato, cadeva in un assopimento poco dissimile dal sonno, Paolina e Marianna erano già deste da qualche ora, e le povere ragazze non avevano più lacrime da versare.



Ma dal pensiero di Luigi, Paolina passava come per un nesso invisibile a quello della Mineu, e si sentiva atterrita all’immaginare l’avvenire di quella fanciulla debole, sola, [p. 90 modifica] malata, incapace di provvedere al suo sostentamento. Alla prima notizia di quell’avventura essa si era recata dal delegato, e ne avea avute notizie desolanti — «Era un cattivo soggetto, portava armi vietate, aveva ferito due passaggieri innocui, e non avrebbe così presto riveduto il sole da una finestra senza scacchiere; tornasse per vederlo verso le quattro di sera» — ella scorgeva dunque d’innanzi alla povera fanciulla una serie di orribili giorni, vi intravedeva l’isolamento, lo sconforto, le privazioni, la fame; e in un istante in cui la Mineu che stava prostrata in un angolo della camera col volto celato nel grembiale, sollevò i suoi occhi soffusi di lagrime verso quelli di Paolina e ve li tenne fissi un momento con espressione quasi supplichevole; costei vi lesse, vi indovinò una preghiera, e chinandosi e gettandole le braccia al collo, le disse:

— Che faremo noi, Marianna?

La fanciulla non rispose che con singhiozzi; e allora Paolina aggiunse, sforzandosi di rialzarla:

— Perché non potrete vivere con me? Andate, andate Marianna, e ponete in ordine le cose vostre, e poi tornerete qui, e vi tornerete per sempre: non saremo poi tanto sventurate se potremo ancora piangere insieme.

Vi hanno dei dolori tanto potenti, tanto superiori a quella forza opposta, mista di amor proprio e di speranze, di cui la provvidenza ci ha armati per sopportarli, che la loro sensazione, soverchiando la nostra natura mortale, sembra mutarne l’essenza. Tutto è limitato nelle nostre facoltà, e, oltre questi limiti, le sensazioni si confondono, e ci [p. 91 modifica] mono senza che noi possiamo quasi sentirle, o, sentendole, senza poterle discernere. Il piacere eccessivo è una vera oppressione, il dolore eccessivo non ci fa sentire tutto quel grado d’intensità che ha raggiunto; non cagiona talora quel patimento vero, profondo, misurato, che ci dà un affanno minore. Noi vediamo talora meravigliando come alcune persone sopravvivano a una sventura fra le più terribili che le condizioni del nostro essere possono creare, e cedano lentamente ad un male, che giudichiamo minore. Ma questo era nelle loro facoltà, quella le superava. Dallo sforzo di questa sensazione, dall’infrazione che ella fa di questi limiti della nostra natura, emergono la stupidezza o la pazzia; e per un mistero singolare altrettanto che sconfortante, dalla monomania per dolore deriva spesso una gioia sfrenata; dalla monomania per gioia, un dolore eccessivo ed inesauribile, quasi queste due passioni si riunissero nei punti estremi della loro essenza.

Gli arredi della Mineu erano così pochi e di così lieve pregio, che non le occorsero molte cure e molto tempo a compierne il trasporto. La fanciulla si sentì stringere il cuore, quando si volse a guardare per l’ultima volta la sua soffitta, e la vide deserta, e sentì che le sue parole producevano un suono strano ed inusitato in quel vuoto; provossi a chiamare Luigi, e la sua voce suonava cupa e lamentevole; parevale che in un istante tutto si fosse mutato e le fosse divenuto nemico; essa rinchiuse l’uscio e discese frettolosamente le scale. Ma al secondo pianerottolo s’abbattè nella vicina che saliva, e che aprendo il grembiale che [p. 92 modifica] teneva chiuso alla cintola per le due estremità, le disse: io vi riporto un amico, e lasciò scorgere il suo gattino rosso, che poco riconoscente alle carezze della fanciulla, l’avea da qualche giorno abbandonata. Marianna lo riebbe con piacere, e ringraziò la buona donna che le disse:

— Se non sapessi che andate a star meglio che qui, vi offrirei un posto nella mia povera casa; ma contate su di me in qualunque circostanza: voi siete buona e compassionevole, e se perciò non potrete essere molto felice, giacchè i buoni lo sono difficilmente quaggiù, non sarete però troppo sventurata, poiché il Cielo avrà compassione di voi che la meritate.

Poi vedendo che la fanciulla si asciugava le lagrime col suo fazzoletto:

— Via, aggiunse, siate forte, siate ragionevole, abbiate fiducia nel buon Dio, ed egli si ricorderà di voi; pensate che è una grave colpa il dubitarne, e che possiamo solamente essere felici nell’accettare con rassegnazione e con coraggio i nostri mali: quanto più avremo sofferto quaggiù, avremo tanto maggior diritto di essere altrove felici.

E chinandosi la baciò sulle guancie, e continuò a salire alla sua soffitta.

Marianna si sentì tutta intenerita dalle parole della vicina, e quantunque il suo cuore ne avesse acquistato coraggio, avrebbe voluto piangere e piangere più che mai; essa ne sentiva un bisogno irresistibile.

Chi non ha provato come nelle grandi sventure, quando tutto sembra congiurare contro di noi, tutto ci abbandona, [p. 93 modifica] o ci si affaccia nemico, ci giunga soave e commovente la parola dell’uomo compassionevole? Pare che i nostri affetti accumulati e trattenuti loro malgrado in sè stessi, amino di rivolgersi interamente a costui, e l’anima ve li accompagna in tutta la pienezza dell’abbandono e dell’amore.

Ma noi accusiamo troppo spesso la società di alcuni mali che non dipendono che da noi, o che, anche essendone indipendenti, non possiamo giustamente attribuirle. Pur troppo si soffre e si vive nella convinzione che la società sia nemica nata degli individui, e da questo principio deriva l’accusa tacita, ma universale, che le moviamo segretamente della maggior parte delle nostre sventure, quasi ne fosse cagione l’istituzione stessa, non alcune sue leggi agevolmente modificabili.

Perciò se Paolina e Marianna provavano senza premeditazione, ma per un principio istintivo, un rancore segreto contro gli uomini, è ben agevole l’immaginare quanto questo sentimento riempisse e possedesse il cuore di Luigi.

Condotto quella notte stessa nel carcere, gli era stata assegnata una camera umida ed angusta: due tavole traforate dal tarlo sostenevano in un angolo un pagliericcio ripieno di foglie già trite di grano turco; una brocca senza manico, una sedia senza spalliera, un’asta sporgente dal muro per uso di attacca—vestiti, erano tutti i mobili della prigione che il carceriere gli era andato vantando come la migliore dello stabilimento, e per cui aveva, diceva egli, un diritto speciale alla sua riconoscenza.

Luigi si era posto a letto brancolando nel buio, aveva [p. 94 modifica] vegliato lungamente, aveva vaneggiato, si era collocato su d’un fianco, poi sull’altro; parevano spine; finalmente era riuscito ad addormentarsi, nè si svegliò che in sul far del mattino.

I suoi sensi avvezzati a ricevere in quell’ora le medesime impressioni, l’avvertono del mutamento universale avvenuto negli oggetti che lo circondano; il suo orecchio, invece dell’alitare tranquillo della Mineu, ascolta nella camera vicina un respiro irregolare e fragoroso; i suoi occhi, invece delle rose muscate coltivate sulla sua finestra, osservano due inferriate a grosse sbarre, e qua e là, lungo le pareti, quelle striscie d’argento che lasciano le lumache striciando; non è quell’elisio profumo di fiori e di vergine che ferisce il suo odorato, ma un lezzo pesante e intollerabile; egli muta fianco e prova in tutte le membra punture e dolori penosissimi; allora la verità non indugia a palesarsi, e il povero giovine si sente venir meno a quella terribile rivelazione. Per la prima volta nella sua vita egli si conosce più debole della sua fortuna: rammenta la spaventevole punizione minacciatagli dal delegato, l’accusa gravissima di ferimento, Paolina, il suo amore, Marianna; e accosciatosi sul letto prende a gemere e a singhiozzare senza speranza, e quasi senza desiderio di conforto.

Senza desiderio! Noi mostriamo sempre di avere in abborrimento il dolore, e pure non vi ha alcuno tra di noi che non lo abbia qualche volta accarezzato, e non vi abbia rinvenuto qualche cosa di dolce poco dissimile dal piacere. Si potrebbe dire che queste due sensazioni si confondano [p. 95 modifica] tra di loro senza che si possano disunirle: il dolore ha degli istanti di voluttà e degli intervalli di cessazione che superano pel confronto il godimento più squisito, mentre il piacere più eletto ha sempre in fondo di sè un’amarezza che disgusta. Se Luigi avesse desiderato di ritornare alla sua vita normale non è a dirsi, ma per la certezza di non poterlo, rinveniva appunto un conforto disperato nell’abbandonarsi al proprio dolore, e nell’accusare altrui della sua sventura. Certamente una gran parte di questa sensazione si lenisce con questo rimedio, si esala col lamento e colle lacrime, e lo sanno coloro che non possono piangere.

Luigi era di questo numero e cercava un altro sollievo nel fantasticare puerilmente una vendetta impossibile.

— Se io fossi un re, diceva egli, o solamente il primo ministro, (ah! questo pensiero m’inebbria come fosse il vino migliore della Croce Bianca), se io fossi il primo ministro, farei tosto appendere le guardie, — audaci, insolenti quelle guardie! — e poi quel signor delegato col suo viso di civettone e la sua voce di papero..., vorrei citargli io l’articolo a dovere: e ve ne deve esser qualcuno contro la prepotenza e l’ingiustizia dei giudici.... Ingiustizia! non vi ha dubbio ma procediamo per bene, facciamo un buon esame di coscienza. Avevo io diritto di percuotere quei due passeggieri? Certamente, perché io fui percosso pel primo; ne ho urtato uno, è vero, ma involontariamente; questa non era una percossa, e poi voglio vedere io se tra due corpi in moto l’uno verso l’altro, si possa definire quale urti e quale rimanga urtato. È un quesito che renderà impossibile [p. 96 modifica] l’attribuirmi una provocazione. Doveva forse presentargli l’altra guancia? Io capisco come ciò possa essere predicato dal pulpito, ma non effettuato sulla via, e in quell’ora, quando i miei pensieri erano tutti di pace, e dopo aver ricevuto un pugno così violento da spezzarmi una mandibola.... ah! no, ciò è impossibile, e sì che non credo poi di essere un cattivo figliuolo. Non devo dunque crucciarmi di questo; almeno mi giova la coscienza di non aver torto. Ma che vedo! una brocca.... e senza manico! Che sorta d’un beverone può esservi lì dentro! E si provò a discendere dal letto, ma le membra gli doloravano in tutte le giunture, e mise suo malgrado più d’un grido.

— Non è già sugo di grappolo, disse poi esaminando il contenuto di quel recipiente, ma acqua di fontana colle anguille: ecco qui una magnifica sedia, e le posso trovar sempre una comodissima spalliera ponendola contro il muro, una finestra così ben collocata che non potendomivi affacciare mi risparmierà qualche fastidioso raffreddore, un bravo catenaccio che mi assicura contro ogni malvivente, una buona camera di cui non pago fitto, un servitore e una pensione gratuita; e tutto ciò a titolo di compenso per la mia bravata di questa notte: ella è una compìta persona quel delegato!

Ma questo intervallo d’ilarità fu tanto breve quanto non era stato spontaneo, e non giovò che a fargli esaminare più da vicino le minute particolarità della sua nuova posizione. Egli passò da questo stato ad una disperazione muta, tormentosa, inconsolabile; respinse con acerbe parole il [p. 97 modifica] carceriere che si attentava a prodigargli qualche consolazione, e si buttò supino sul letto, meditando i disegni più strani per la sua salvezza, e formulando le accuse più inaudite contro la società e contro le leggi. Che avrebbe egli detto se non avesse ignorato che si trovava colà per le trame di quegli uomini abbiettissimi che erano il marchese di B. e il conte di F.?

Aveva passate molte ore in quella situazione, quando gli parve di udire il suono di una voce conosciuta, una voce che non aveva ascoltato mai senza trasalire. — Io vi ripeto che non vorrà veder persona, diceva il carceriere — ma non sarà così di noi, rispondeva questa voce, e poi abbiamo il permesso.

— Sta bene, sta bene, replicava l’altro, quando lo volete ad ogni costo, io vado a prevenirlo.

Luigi ritornò tosto in sè stesso ascoltando quelle parole di Paolina, e prevedendo quanto la poveretta avrebbe sofferto di più se lo avesse visto così sconsolato, si ricompose, e si passò le mani sul viso, come a disperderne le traccie dell’alterazione e a dargli un’apparenza più serena.

— Siete voi? disse poi astrattamente alle due fanciulle che entravano quasi paurose, esitando.

— Oh Luigi! risposero quelle ad un tempo, e si gettarono nelle sue braccia.

Vi fu un istante di silenzio solamente interrotto dalla pulsazione dei loro tre cuori, e dal singhiozzo soffocato delle ragazze.

— Ma che avete fatto, Luigi, per meritare una così [p. 98 modifica] severa punizione? disse finalmente Paolina, sciogliendosi dolcemente dalle braccia del giovane, voi che foste sempre così buono?

— Nulla che possa giustificare questo castigo; e fece loro il racconto di quanto eragli avvenuto nella notte.

— Sia benedetto il Signore, disse allora la Mineu, sollevando verso di lui i suoi grand’occhi inumiditi dalle lacrime; io temeva che foste realmente colpevole, e questa certezza ci avrebbe fatto morire ben presto, mentre adesso ci sentiremo la forza di sopportare con coraggio la terribile sventura.

— Mia buona sorella! esclamò il giovane intenerito, e strinse al suo cuore le piccole mani affilate della fanciulla: egli è per voi soprattutto ch’io mi lagno della mia avversità, per non potervi proteggere, per non potervi essere vicino, voi che siete così buona, così buona, e tanto sventurata.... ah! può il cielo essere così ingiusto come gli uomini?

— Non vi lagnate del cielo, disse Paolina, non vi ha alcuno che sia perfettamente felice e vi sono molti che sono più sventurati di noi: noi ignoriamo i disegni della Provvidenza nel collocarci in questo stato, e con quale diritto potremmo disapprovarli? Marianna non è meno vostra sorella che mia, ella vivrà d’ora innanzi con me, e s’io non fossi stata, qualcun altro avrebbe avuto cura di lei, perché Iddio non si dimentica delle sue creature.

— Grazie, grazie, disse Luigi, ah no! io non posso lagnarmi del cielo, che mi ha unito a due fanciulle così rare; [p. 99 modifica] voi siete un angelo, Paolina, e le vostre parole mi ricondurrebbero alla virtù, fossi io pure il più sciagurato degli uomini. Dianzi ho meditato una vendetta, ho avuto mille pensieri colpevoli, ho creduto che non mi sarei mai potuto rassegnare a questa orrenda solitudine della prigione; ora mi sento già più tranquillo, e vedo che potrò vivere qui qualche tempo senza diventare un malvagio; ma io ho bisogno di voi, Paolina, io ho bisogno dei vostri suggerimenti per non essere del tutto infelice.

— Ohimè, disse la fanciulla, io sono anche così debole, io ho tanto bisogno di essere consolata!... — e quel signore ci ha detto che non potremo vederci tanto spesso! ma quanti giorni avrete a restar qui?

— Quanti giorni! non lo so, forse quattro, otto mesi, forse un anno, così mi ha fatto credere il carceriere.

— Oh mio Dio! esclamarono le due fanciulle.

— Udite, Paolina, disse Luigi, vedendo che il custode impazientiva, e pensando che il tempo del loro colloquio era numerato; qualunque cosa sia per accadere di noi, i nostri destini non possono più rimanere disuniti; porgetemi la vostra mano, Iddio ci benedice da lassù, noi siamo marito e moglie: io ne chiamo a testimonio l’anima della vostra povera madre.

Mentre Paolina porgeva tremando la sua mano col volto soffuso di lagrime e di rossore, e la Mineu prostrata in un angolo della prigione, pregava per la felicità di suo fratello e della sua amica, una rondine venne a posarsi cantando sopra una sbarra della finestra: le sue note uscivano [p. 100 modifica] limpide e pure, e riempivano la cella d’una armonia divina e inusitata. Un raggio del sole presso al tramonto illuminò all’improvviso quella scena, e parve ai tre giovani che la provvidenza mostrasse in tal modo di accettare e benedire i loro voti, vegliando sui loro destini.


Dio di bontà e di amore, Dio immenso e misericordioso, Voi che ci avete guidate finora sulla via del bene e della virtù, Voi che ci avete data un’anima sensibile ed affettuosa, i cui benefizi non potremmo rammentare che con lagrime riconoscenti, Voi così grande e così buono, degnatevi di proteggere ancora il nostro fratello, dategli la forza di sopportare questa prima avversità con coraggio e senza lamenti, perdonate a coloro che lo hanno offeso, e fate che i nostri cuori possano sempre benedirvi ed amarvi nell’amore e nella carità inesauribile degli uomini.

Recitata a voce sommessa questa preghiera, le due fanciulle si addormentarono senza profferire parola; chè glielo vietava il dolore, ma tenendosi strette per mano, quasi per dirsi che si amavano, che l’una aveva bisogno dell’altra, e che la fortuna non le avrebbe così facilmente disgiunte. [p. 101 modifica]


Sono trascorsi molti giorni da quest’ultimo avvenimento. L’inverno, il triste inverno è succeduto all’autunno, la stagione severa e malinconica. Nulla fu definito per Luigi, e Paolina e Marianna, sebbene pensino a lui continuamente, e lo vedano una volta per settimana nella prigione alla presenza del custode, si sono rassegnate a viverne ancora disgiunte per qualche tempo; esse possono parlarne senza piangere, possono vederlo senza soffrire, e Marianna non dà più a temere per la sua salute.

Spesso a notte inoltrata, quando tutto è silenzio nella natura, e una pioggia lenta e malinconica batte contro i vetri della finestra, e la piccola fiamma del caminetto mormora e geme come una voce misteriosa e lamentevole, le due fanciulle occupate da lunghe ore al loro telaio, provano un sentimento di pace e di tranquillità indefinito; esse amano di ragionare dei loro affetti, del loro avvenire, e accarezzano volontieri quei sogni che tutti abbiamo fatto in quell’età, con maggiore o con minore potenza di fantasia, ma sempre colla maggiore potenza di fede che si abbia nella vita.

Se i loro bisogni non fossero inadeguati ai profitti del [p. 102 modifica] loro lavoro, se Luigi potesse riavere la propria libertà, non vi sarebbe posizione sociale, per quanto elevata, che esse desiderassero mutare colla loro; ma come si può rinunciare ad un amante, come ad un fratello?

Vi sono certi cuori che si fanno di un affetto solo l’oggetto di tutte le loro aspirazioni, lo scopo di tutte le loro opere, il fine unico ed immediato della loro esistenza. Io credo che costoro sieno quelli che amano con maggiore intensità di passione, gli unici forse che traggano dall’amore i godimenti più puri e più squisiti; ma gli unici senza dubbio che ne sieno meritevoli. L’incostante, come colui che non sa amare, non è mai amato; egli porta con sè la punizione della sua colpa, e si arrovella d’inspirare un affetto intenso e durevole che non saprebbe alimentare e serbare. La molteplicità delle passioni amorose non è già quella che ci faccia conoscere le dolcezze del sentimento sublime dell’amore. Vi furono alcuni che amarono una sola volta, talora senza palesarlo, e che pure le conobbero: Lasailly che muore impazzito d’amore in un ospedale, serrandosi alle labbra un mazzetto di viole avvizzite, amò per lunghi anni una donna sconosciuta, e che forse ignorava quella passione di cui l’infelice aveva voluto morire.

Se l’affetto di Paolina era calmo e soave, aveva però in sè quella forza di durata che è straniera a tutte le passioni veementi: esso non aveva la pompa delle grandi passioni, ma ne aveva tutto il vigore; era uno di quegli affetti ingenui e pudichi che amano di avvolgersi nel mistero, che rifuggono dalle labbra per rimaner celati nel cuore, alla cui [p. 103 modifica] esistenza, al cui termine non si è mai pensato, ma per il quale non si ignora che si deve morire. Essa poteva dunque sopportare con coraggio quella separazione, ma non senza sentirne l’amarezza, perché un dolore non perde nulla della sua natura per quanto sia fortemente tollerato; e questa nuova condizione di cose aveva alterata la sua indole, aveva dissipata la sua vivacità, aveva iniziato in lei quella disillusione lenta e pensierosa, ma attiva e instancabile, per cui da una fede cieca ed universale si passa ad un cinismo assoluto e inguaribile. Ma la religione arrestava Paolina su questa via, e quante volte essa era afflitta della terra si rivolgeva al cielo, e i suoi pensieri tornavano vergini e puri: vi aveva colà una fonte di fede e di amore, a cui attingeva la forza di perseverare nella virtù e nella rassegnazione. Essa non vi scorgeva quell’Essere terribile e vendicativo che la nostra religione ha vestito di tutti gli attributi, e delle passioni più abbiette degli uomini, ma un Dio infinitamente grande, infinitamente buono e misericordioso, che le parlava nella maestà dell’universo, nel linguaggio delle stelle e dei fiori, che le ragionava d’un premio alla virtù, e d’una seconda vita incomparabilmente migliore.

Così trattenuta sull’abisso di quel terribile disinganno, da cui, una volta caduti, non si risorge più nella vita; nè troppo illusa, nè troppo sfiduciata sui nostri destini, la sua esistenza si compendiava tutta nel pensiero: essa era uno di quegli esseri nobili e delicati, sempre pensanti, ma sempre amorevoli e fiduciosi, la cui sensibilità ha fibre che si riscuotono ai dolori di tutta la grande famiglia, ovunque sieno sentiti, [p. 104 modifica] e non per trarne motivo di sfiducia sulla sorte dell’umanità, ma per alleviarli almeno con una parola compassionevole.

Se la sua indole non era più così lieta e vivace, essa non aveva però l’impronta di quella mestizia continua con cui si sembra accusare instancabilmente la divinità dei nostri mali; quella tristezza inalterabile che gli uomini retti reputano giustamente una gran colpa al cospetto di Dio: il suo sorriso così temperato dalla sventura era anzi più dolce, e se il suo volto era alcun poco impallidito, l’avversità lo aveva reso più gentile, segnandolo colle traccie del pensiero e della benevolenza. Essa obbliava tutto lavorando.

Il lavoro indefesso, eseguito con animo contento e deliberato, adeguato alle nostre forze, è il più gran movente di felicità, perchè l’uomo è nato per il lavoro, come è nato per essere felice. — Se migliaia di creature non lo sono, non accusiamo sfacciatamente il cielo, ma noi stessi. — La coscienza del lavoro c’inspira il sentimento della dignità individuale, sembra crearci un diritto all’esistenza e alla protezione della società a cui offriamo le nostre braccia, e dare ai nostri animi quella vera e sentita nobiltà che vorrebbe usurparsi sotto altri aspetti l’uomo ricco ed ozioso. Chi non comprende ciò per meditazione, lo sente per istinto, nè vi ha volto di operaio onesto, intelligente ed attivo che non porti scolpiti i caratteri della dignità umana e non riveli un animo pago e contento.

Ma se in noi sta la possibilità del lavoro, i profitti non sono regolati dalla natura che in vaste proporzioni, e le loro suddivisioni per individuo appartengono [p. 105 modifica] esclusivamente agli uomini. Di qui l’origine dei grandi mali che travagliano la società: braccia instancabili non rimunerate, e braccia inattive ozianti nell’agiatezza; mezzi di sussistenza accumulati a dismisura sopra un solo membro, e assoluta privazione in un altro: dovunque una varietà di fortune, una disparità di compensi, una noncuranza dei meriti, una violazione dei diritti, una pompa di egoismo che fa raccapricciare l’uomo onesto di questo dileggio sanguinoso della giustizia.

Questi pensieri avevano occupato lungo tempo la mente di Marianna, e quella buona fanciulla vi era giunta per un ragionamento facile altrettanto che naturale. Un giorno aveva detto a sè medesima: io lavoro dodici ore e talvolta quattordici tra il giorno e la notte; è tutto ciò che è umanamente possibile di fare, e tuttavia non ricevo che quaranta centesimi alla giornata, una somma che non basta al mio sostentamento. Perchè ciò? E mentre stava cercando la soluzione di questo quesito, Paolina le aveva detto: — Mia buona sorella, se le cose nostre camminano a questo modo, io temo che i nostri guadagni non basteranno neppure ai bisogni più essenziali della vita: la venditrice di ricami mi ha prevenuta stamane che non acquisterà altri lavori fino a che non abbia dato un migliore avviamento al suo commercio e nel tornarmene attristata da questa notizia, ho avuto sentore del fallimento della vostra sartoria, perciò entrambe rimarremo senza lavoro: ma non è motivo questo di affliggersi a dismisura. Che ne dite?

— Io non mi affliggerò perchè mi infondete molto [p. 106 modifica] coraggio, aveva risposto la fanciulla, e perché il buon Dio non vorrà certamente abbandonarci.

— Grazie della vostra fede, disse Paolina, io non ne aveva dubitato, ma conviene pensare prontamente ad un rimedio ed avrei quasi deciso di tornarmene dalla signora Gioconda; voi sapete che me ne ha rinnovata l’istanza.

— È vero, andiate, aveva risposto Marianna; il pensiero che io vi possa essere di peso mi darà molta forza, e andrò cercando io pure del lavoro; noi ci vedremo soltanto alla sera, e in quei momenti potremo ancora esser felici; ma ohimè! quanto saranno lunghe le ore della nostra separazione!

E Paolina risalì un giorno tremando quelle scale che mettevano al laboratorio di madama Gioconda. Quante rimembranze in quel luogo! Giunta sul pianerottolo si posò una mano sul cuore, e si arrestò qualche istante per ricomporsi. Ma premeva alla signora il farle un’accoglienza cordiale assai più che Paolina nol desiderasse, e la fanciulla si sentì riconfortata, quando essa stringendola nelle sue braccia le disse:

— Io vi devo ringraziare Paolina perché voi mi avete procurato un momento felice.

Del resto nulla era mutato nelle sue abitudini; essa era sempre quella donna sozza e pericolosa che s’interponeva per danaro e per l’abitudine dell’intrigo negli affetti delle sue allieve, e che speculava sopra i vezzi della gioventù e dell’innocenza, come sopra una stoffa nuova od un costume di moda. L’inverno teneva radunato le ragazze in una sala meno ampia: il pappagallo parlante occupava una gabbia [p. 107 modifica] pensile tra le doppie invetriate e le cortine azzurre della finestra, una grande stufa russa produceva una temperatura molto elevata. Madama Gioconda vi aveva avvicinata la sua sedia d’onore, e il brio, il riso, la vivacità, la maldicenza, i colloquî animati, la facile spensieratezza, le buone e le cattive passioni regnavano come sempre in quel luogo, sviluppate, alternate, confuse col pensiero del lavoro e del bisogno, e talora anche con più affliggenti pensieri, ma per modo da risultarne quella forzata noncuranza dei nostri mali, quel rimedio fatale che li assopisce nella gioventù, per farli risorgere più tardi rigogliosi e inguaribili.

Non erano scorsi due giorni dacchè Paolina aveva ripreso colà i suoi lavori, che madama Gioconda, chiamatala in disparte nella sua camera, le aveva tenuto questo discorso:

— Mia cara figliuola, non vogliate prendere sotto un aspetto falso e sfavorevole quanto sono per dirvi. Il marchese di B..., ma io vi veggo trasalire a questo nome — avete ragione Paolina; vi fu un tempo in cui egli ed io vi abbiamo offesa gravemente, ma io lo faceva pel desiderio della vostra felicità; credetelo, ho sempre avuto per voi una predilezione segreta, e la vostra felicità mi pesava sul cuore quanto la mia.

— Io vi ringrazio, aveva interrotto Paolina con accento umile e sincero.

— No, no, mia buona ragazza, voi non avete a ringraziarmi di nulla, perché non v’avrei forse fatto che del male; ma le cose sono adesso molto mutate: ascoltatemi. Il marchese [p. 108 modifica] di B. non fu qui che una sola volta dopo la vostra lontananza; egli mi chiese di voi e me ne parlò con tali parole che mi facevano conoscere abbastanza il suo pentimento: io gli confidai la sventura del vostro amoroso; un buon giovine, gli diss’io, un giovine eccellente, un operaio onesto ed attivo che non può aver fatto alcun male... Oh se voi poteste giovargli! Il marchese si mostrò pronto a darvi, come diceva egli, una riparazione dei vecchi suoi torti, e mi assicurò che una sola sua parola avrebbe bastato a trarlo dal carcere, ove le cose fossero realmente accadute qual’io gliele aveva raccontate.

— Ah! vi giuro, esclamò Paolina giungendo le sue mani e facendo atto d’inginocchiarsi, vi giuro che Luigi è innocente; egli fu provocato, barbaramente provocato.... Oh salvatelo, mia buona signora, io vi sarò riconoscente per tutta la vita.

— Rialzatevi, Paolina, che fate? aveva detto madama rallegrandosi internamente della commozione della giovine. Dio buono! oh se fosse in mio potere il salvarlo! E l’ho tentato, ma tardi: mentre stava per recarmi da voi allo scopo di farvi conoscere questo disegno, intesi che il marchese era partito non so per dove, a raccogliere l’eredità di sua madre, e doveva rimanere lontano gran tempo.

Paolina scosse la testa con espressione profonda di rammarico.

— Ma ora preparatevi a sentire qualche cosa di meglio, continuò madama, osservando con compiacenza l’agitazione della fanciulla. Si tratta nientemeno che di fare oggi.... [p. 109 modifica] domani.... quando lo vorrete, ciò che non s’è potuto far subito allora.

— E come? disse Paolina meravigliata e confusa dalla gioia.

— Nulla di più facile, aggiunse la signora, egli è tornato, io lo rividi stamane: oh quanto mutato, cara fanciulla, quanto mutato! La perdita di sua madre lo ha guarito del tutto, lo ha trasformato; scommetterei che non lo riconoscereste più rivedendolo. Immaginatevi un uomo grave, benefico, onesto, generoso, in una parola tutto diverso da quello che fu un tempo, e con nessun’altra intenzione che di rimediare con buone opere alle storditezze del suo passato.

— Povero signore! esclamò Paolina.

— Oh sì, disse madama, egli è ora veramente meritevole della vostra compassione, e posso dire anche del vostro perdono — perché, sapete che cosa mi ha detto di voi? Quando io gli rinnovai il racconto della prigionia di Luigi, egli m’interruppe con calore: ancora prigione! ma è un’ingiustizia;... un abuso.... parlerò io al mio amico il presidente.... e quella signora Paolina.... ah vorrei pur giovarle! io ho molti torti, troppi torti verso di lei; potessi almeno ripararli; ma lo farò ad ogni modo. Se nel venire alla vostra scuola passasse un momento da me, se l’osasse; solo che io intendessi da lei i più minuti schiarimenti del fatto, e non tarderei un istante a mostrarle la mia devozione.

Ecco quello che voleva dirvi Paolina; ora farete a modo vostro, vedrete voi a qual partito sarà meglio appigliarvi; se lasciar fare al tempo o presentarvi al marchese. [p. 110 modifica]

— E non potrei parlargli qui al marchese? disse la giovine esitando.

— Egli ha cessato affatto di venirvi: non vi ho detto che è oggi un altr’uomo? che la sue abitudini sono del tutto mutate? Ma mia cara, voi siete sospettosa all’eccesso; credete che la vostra diffidenza sia una buona ragione per animarlo a questo tentativo?

Paolina stette un istante silenziosa; pensò che l’interessamento del marchese poteva essere sincero, per quanto le paresse straordinario: poi la speranza le dipinse un mondo meraviglioso, l’amore lo vestiva di tutto il bello fantastico: Marianna, Luigi, degli affetti, una famiglia, il paradiso della vita domestica — questo baleno di felicità accrebbe a dismisura il suo coraggio, e stringendo le mani della signora tra le sue: io vi andrò subito domani: oh madama quanto vi devo essere riconoscente!

E al domani ella s’avviava tacitamente al palazzo del marchese, e con molte speranze, nel cuore, ma nell’atteggiamento della vittima che sale le scale del patibolo.

L’avvenimento della lontananza del marchese accennata dalla signora Gioconda a Paolina, non era già un pretesto per giustificarne l’inazione fino a quel tempo, ma sappiamo [p. 111 modifica] di fatto che egli abbandonava Milano il giorno susseguente alla cattura di Luigi. Forse era una impresa galante che lo chiamava altrove, forse una fuga meditata allo scopo di sfuggire una vendetta giustamente temuta, forse veramente le esigenze d’una splendida eredità: ad ogni modo noi troviamo in ciò il motivo di questo indugio nell’effettuazione del suo disegno. Costante e tenace nel vizio come lo si potrebbe essere per una nobile fermezza della virtù, egli non aveva obbliato Paolina, nè l’immagine della fanciulla gli si affacciava alla mente con quel suo profilo di angelo senza eccitarne le passioni abbiettissime e rinfocarne i progetti.

Io dissi che quell’immagine avrebbe piegato alla tenerezza e alla virtù il cuore più indurito nell’abbiezione, ma vi hanno di coloro, cui non possono giungere mai queste voci misteriose dell’innocenza, questo pio e tacito richiamo che uno spirito puro fa sentire ad uno spirito colpevole, rivelandosi anche soltanto nella bellezza fisica e nella verginità delle forme; espressione divina e indefinibile che emana da un volto, come dalle stelle, dall’oceano, o da un’altra splendida scena della natura, emana il linguaggio di Dio.

Aborti mostruosi nella razza umana, i più riprovevoli fra i reprobi, stanno tra il vizio e la virtù, senza osare di mirare a viso aperto la colpa, e senza piegarsi a sentimenti generosi: si celano nelle tenebre, assalgono una creatura impotente, non hanno il coraggio del grande assassino che lotta colla vittima; sciagurati! non hanno neppure la grandezza feroce del delitto: poi accusano l’insufficienza delle leggi, e gettano in volto alla società le loro colpe, perché [p. 112 modifica] fanno traboccare la bilancia della giustizia con biglietti di banca.

E la giustizia umana non ha punizioni che per piccoli delitti, delitti quasi necessari, delitti palesi, delitti che si aggirano sopra l’infima classe sociale e che sono provocati dalle privazioni, dalla fame e dall’oppressione silenziosa ma attiva della classe superiore. — La seduzione esercitata come un giuoco di borsa, e consumata nel secreto ben custodito del mediatore, scelta a scopo unico di vita, e maturata sulla via senza la maschera della simulazione, trova un appoggio nell’apatia e quasi nel consenso della legge, per quanto apporti la morte civile della famiglia e svincoli per sempre i mille affetti che la compongono; ma il furto di un pane è punito con sette anni di reclusione. Quanti Valjeans gemono nelle galere dello Stato! Da questa reazione della giustizia procedendo il libero esercizio di questo delitto domestico, non impedito che debolmente dall’opinione, ne deriva quella trasformazione mostruosa del carattere umano, per cui non potendo avviarsi decisamente ad una meta, nè a quella della virtù, nè a quella del vizio, sconosciuta ed osteggiata sempre la prima, contesa l’altra dall’istinto, e dalla severità dei giudizi, si rimane in una via di mezzo, in una mediocrità che ne impicciolisce e ne snatura l’essenza, perchè l’uomo nel suo stato di natura fu sempre grande, sia nella virtù che nel delitto. Indarno cercheremmo nella società attuale le traccie giganti di quegli uomini che ci hanno preceduti; noi vi troviamo una plebe di fanciulli incanutiti, anime sterili e monche, le cui aspirazioni furono travolte, troncate [p. 113 modifica] loro malgrado, poi annichilite nel trivio; la cui generosa natura fu trattenuta, spenta nel suo sviluppo, come il fiore inaridito dal gelo nella sua gemma. Nove decimi dell’umanità vivono e muoiono vittime dei bisogni che la società ha creato all’individuo, e nello sforzo di soddisfarli si compendia tutto intero il sentimento della vita, spenta talora a mezzo in questa lotta sanguinosa e mortale. — L’altra parte fruisce dei vantaggi innumerevoli che le concede questa predilezione della società, e valendosi della supremazia della ricchezza sull’uomo povero, e potendo esercitare senza ostacoli le sue passioni, e appagare senza dolore i suoi bisogni, si smarrisce nella via dell’egoismo e del godimento, e devia tutte le sue facoltà dal loro scopo retto e naturale.

Di qui quella turba di viziosi illustri che aspirano manifestamente alla celebrità del libertinaggio e dell’infamia colla prostituzione delle loro coscienze, e collo sciopero del danaro accumulato delle classi povere: esseri che sembrano voler uscire illibati della sozzura, sempre sorridenti in mezzo alle lacrime che fanno versare, stranamente gelosi del loro onore contaminato, assassini omeopatici della felicità delle famiglie, che gli uomini semplici additano col nome appena non ambito, e quasi lusinghiero di dissoluti.

A questa categoria apparteneva il marchese di B., e non ne lo toglievano l’età avanzata e il fatuo prestigio del suo nome. Non accenneremo alla sua coscienza; ne aveva egli udito le voci? Aveva egli mai pensato quanti affetti avesse delusi, quanti fiori avvizziti, quanti vincoli d’amore spezzati, quante vite morali spente o sovvertite? Strana potenza della [p. 114 modifica] ricchezza! ch’essa valga non solo a giustificare una colpa in faccia alla società, ma talora in faccia a se stessi. E nessuno di coloro che voi vedete esercitare il libertinaggio con quell’esito sciagurato che danno il danaro, la gioventù e la bellezza, ha forse mai creduto di essere più scellerato e più codardo dell’assassino, che se vi toglie i mezzi di felicità materiale non vi contamina il cuore, e se spegne una vita, non uccide con essa l’onore.

Io non tesserò qui la fisiologia della sua passione: arrestiamoci dinanzi a questi esseri, e abborriamo dal desiderio di scrutare le fibre che li compongono: la virtù potrebbe inorridirne, e smarrire quella potenza di carità e di speranze che ci rende fiduciosi a seguirla. Ascoltando da Gioconda, come Paolina fosse tornata al suo laboratorio, e come il giovine stesse ancora incarcerato e senza certezza di uscirne, aveva sentito un perverso compiacimento al pensiero che l’effettuazione de’suoi disegni era completamente assicurata; ma quando intese che la fanciulla sarebbe venuta subito, sarebbe venuta domani, e sola, e colla più ingenua fiducia nelle sue promesse di giovarle, provò una gioia indefinibile e sfrenata, quale appena può suscitare nell’uomo giusto un nobile entusiasmo per qualche cosa di retto e di generoso.

Era seduto vicino al caminetto tracciando nella cenere colle molle alcuni nomi ripetuti e serbati a memoria per abitudine, ma senza essergli suggeriti dal pensiero; guardavali senza vederli, l’occhio era fisso e non aveva in quel momento alcuna virtù, era dominato da un’idea diversa e superiore che lo faceva sorridere, e si vedeva che quel [p. 115 modifica] sorriso veniva tutto dalla mente, e nasceva da una compiacenza intima e scellerata. Si drizzò sulla sedia, lasciò cadere le molle tra le ginocchia, e disse a sè stesso con qualche serietà:

«Ma converrà simulare per bene, o tutto è rovinato — simulare; sicuro, mi spetta la parte d’un convertito, come dice la signora Gioconda: oh la sarà una conversione sincera!» E dando in uno scoppio di risa, riprese le molle, e tornò a tracciare i nomi delle sue vittime nella cenere.

Paolina poneva in quel momento il piede sull’ultimo gradino: innalzando gli occhi al cielo come per implorarne coraggio, osservò il soffitto della scala dipinto a gruppi di angeli; e ve ne aveva uno allusivo al suo destino. Parevale che in un soggiorno così delizioso, circondato da tante ricchezze, e allettato da ogni mezzo di beneficare e di essere felice, un uomo non potesse mai essere cattivo: ma l’immagine del marchese tornavale alla mente, fosca, imperscrutabile, bassamente severa, e quella illusione non bastava a rassicurarla. Sotto il suo scialletto turchino, l’ondeggiamento visibile del seno attestava le pulsazioni rapidissime del cuore, e le sue lunghe palpebre di seta battevano concitate sotto il velo del suo cappello. Portò la mano al bottone del campanello, e rimase in quell’atteggiamento senza premerlo.... ritornare, fuggire, scrivergli, andarvi con madama Gioconda.... ma ogni pensiero era accarezzato e respinto ad un tempo: Luigi.... le mormorò allora all’orecchio una voce sconosciuta, e questa parola troncò la sua esitazione; il campanello fece sentire il suo strillo nell’anticamera, si udì il passo [p. 116 modifica] accelerato dei servi che venivano ad aprire alla giovine: Paolina raccolse tutte le sue forze ed il suo coraggio, e il marchese trasalendo posò le molle contro la parete e si ricompose con molt’aria di gravità, sopra la sua sedia.

«Avanzatevi mia buona giovine, disse il marchese dopo che il servo fu partito, a Paolina rimasta immobile nel mezzo nel gabinetto; ma vedendo che la fanciulla si avvicinava con lentezza, si alzò, e traendo una sedia presso la sua, e indicandogliela e tornandosi a sedere, aggiunse: Come state Paolina? apritemi il vostro cuore, io sono impaziente di sentire la storia di quel vostro fidanzato, e di giovargli per quanto mi sarà possibile, correggendo almeno con questo favore il cattivo concetto che voi dovete avere di me.

Pronunciando queste ultime parole con suono di voce più vibrato e più lento, innalzò gli occhi che aveva tenuti fino allora rivolti al caminetto, e fissò in volto la fanciulla che scolorì un poco, ma sostenne quello sguardo con franchezza, mormorando quasi intelligibilmente: — Mio Dio! ciò non è affatto vero..., la mi voglia perdonare, e poi.... la signora mi ha disingannata.

— No, no, interruppe il marchese con un’apparenza molto verosimile di compunzione: voi avete fatto di me quel giudizio che meritavo; è giusto, io vi ho fatto del male, era traviato dalla mia passione; ma credetemi, Paolina, che non desidero tanto la libertà di quel giovine per la vostra felicità, quanto per obbligarvi a dimenticare per un po’di riconoscenza i miei torti. Ma ascoltiamo, ascoltiamo questa storia e non tacetemi alcuna circostanza. [p. 117 modifica]

Paolina confusa, ma rincorata da questo linguaggio, incominciò con quella sua voce gentile il racconto che noi conosciamo, accompagnandolo col suo gesto delicato e pudico; e dapprima, esitando, poi con lentezza, poi animandosi, e finalmente cogli occhi pieni di lacrime che parevano ad ogni istante traboccare, e che la vergogna le tratteneva sulle ciglia, come quelle goccie di rugiada tremolanti intatte sopra la corolla d’un fiore agitato dal vento, senza scomporsi o cadere.

— Povero giovine! disse il marchese quando Paolina ebbe finito, povero giovine! egli è molto crudele il dover soffrire una punizione inflittaci ingiustamente; ma giova almeno ad alleviarla la coscienza di non averla meritata. Or se io avessi saputo tutto ciò prima d’ora!...

— Sarebbe già libero? interruppe Paolina, come per trarre da questa supposizione una certezza pel presente.

— Non vi ha luogo a dubitarne, replicò il marchese con un sorriso che pareva compatire l’incredulità della fanciulla, ma giacchè non si è potuto far prima, lo faremo almeno subito, oggi stesso, e se occorrerà al mio amico il presidente di redigere per ciò qualche atto, non lascieremo passar tutto il domani.

Paolina non rispose, ma rivolse al suo finto benefattore uno sguardo che significava l’impotenza della parola ad esprimere la sua gratitudine. Infatti ella non avrebbe potuto articolare un accento: era una gioia troppo opprimente, una felicità pianta, perduta e ritornata più fulgida dopo la disperanza; un sogno di tutta la vita in un istante [p. 118 modifica] interrotto, mutato, deriso quasi dalla fortuna, e in un istante rinato più abbagliante, e colla certezza che non si sarebbe più dileguato. Ma in mezzo a questo turbamento delle sue passioni, il sentimento della riconoscenza occupava tutta la sua anima, e cancellava tutte le rimembranze delle persecuzioni sofferte dal marchese: essa avrebbe voluto dirglielo, accostarsi, stringere le sue mani, portarsele al cuore.... oh la felicità rende così buoni e la virtù è tanto facile a perdonare!... Ma quell’uomo era lì, muto, freddo, impassibile, il suo volto non s’era mutato, l’influenza magnetica del suo sguardo era sempre la stessa; essa pensava e taceva. Il marchese contemplava intanto quel volto bellissimo, i cui lineamenti parevano agitarsi ad ogni pensiero che si agitava nel cuore, e quasi manifestarlo concretizzato nella forma; come facciamo concretizzandolo nella parola; poco mancò che la natura svelasse il suo inganno, e prevalesse sulla sua finzione: egli si sentiva attratto irresistibilmente verso di lei, le sue passioni abbiettissime riprendevano il loro impero, e forse tutto sarebbe stato perduto se Paolina non accennava di uscire.

Il marchese ritornò allora in sè stesso, e riassumendo la sua parte di convertito, prese rispettosamente la mano della fanciulla, e guidandola verso la porta le disse prima di accommiatarla: — Non fate parola a Luigi di questo fatto, egli lo deve ignorare, o tutto sarebbe rovinato: ripassate da me domani a quest’ora, io vi attenderò con impazienza, e spero di darvi la notizia della libertà del vostro fidanzato.

Mentre Paolina discendeva le scale colla leggerezza d’una [p. 119 modifica] rondine, e coll’animo commosso e turbato dolcemente dalla felicità e dall’amore, il marchese si lasciò cadere sopra una sedia, smascellandosi dalle risa e applaudendosi del suo trionfo che giudicava sicuro.

Il domani fu un giorno assai mesto nella natura; il cielo era cupo e pesante, la neve cadeva a fiocchi larghissimi, come quegli sciami di falene che aleggiano nelle notti d’estate intorno ai fanali. Luigi, per sottrarsi all’umidità ed al freddo intensissimo della prigione, giaceva ancora sul suo letticciuolo di foglie, avvolto in una carpita di pelo, e contemplava tra le sbarre della piccola finestra di fronte, le gronde delle case incorniciate di bianco e qualche passero che passava cinguettando senza fermarsi.

La poca luce che veniva da quella via lasciava distinguere a stento il suo volto; i suoi capelli discendevano ondeggiando fino alle spalle; la barba nera, lunga, ricciuta, spartita sulla fossetta del mento contornava un viso bianco e pallidissimo, dimagrito, in cui nulla vi aveva di vivo, tranne l’occhio nero, lucido, eloquente, colla pupilla umida e dilatata, come avviene nel periodo della febbre. E questa infermità gli s’era fatta natura, dacché traeva quella sua giovine vita nel [p. 120 modifica] carcere; il sangue gli veniva bollente dal cuore, e vi rifluiva impetuoso e caldissimo. Quando Paolina poteva recarsi a vederlo teneva lungamente le sue mani morbide e fresche sulle tempia e sulla fronte dell’infermo, ed egli se ne sentiva sollevato. Ma la fanciulla non poteva andarvi così spesso, ogni gita le costava una giornata di lavoro, e ogni giornata di lavoro un’altra di digiuno, e oltre a ciò non erano tollerate le visite molto frequenti. In quegli intervalli di tempo Luigi ricadeva nel suo abbattimento normale: la mancanza di lavoro, non lasciandogli altro di vita che il pensiero insistente di sè stesso, le allucinazioni del carcere, le mille divagazioni della fantasia, da questo delirio dell’immaginazione, per quanto fosse piacevole, proveniva la febbre, e dalla febbre altri sogni, altre visioni che rendevano continuo quello stato di malattia e acceleravano la consunzione. Sapeva che in quel mattino sarebbe venuta sua sorella a vederlo, e questa certezza alleviava il suo tormento. Perché non verrà con essa Paolina? aveva detto a sè stesso, e questo pensiero ne aveva suscitati mille altri, ciascuno era richiamo ad un pensiero diverso, e quando si riebbe da questo vaneggiamento, vide che la fanciulla gli stava seduta vicino, curvata sopra di lui, e stringeva colle mani diafane ed affilate le sue.

— Nevica.... disse Luigi astrattamente.

— Sì, rispose la fanciulla quasi mortificata dall’indifferenza del giovine, nevica da questa notte, e le vie ne sono tutte coperte.

— Devono esser ora assai belli i prati fuori di Porta Orientale con questa neve; vi ricordate quando vi andavamo a pigliare le cornacchie col vischio? [p. 121 modifica]

— Sì, disse un’altra volta Marianna, me ne ricordo bene, ma non parliamo ora di queste cose, sono tutte memorie che vi fanno del male; ditemi piuttosto come state.

— Io sto bene, replicò il giovine, ma ho una gran sete, beverei un fiume; stamattina mi pareva che queste muraglie si movessero in giro tutto attorno, vedeva dei fiori azzurri lungo le pareti, delle striscie lucenti che andavano e venivano, il vostro volto, quello di Paolina.... dov’è adesso Paolina?

Marianna pensò che la fanciulla era appunto in quel momento dal marchese, ma aveva avuto proibizione di dirlo, e posta nella necessità di profferire una menzogna, disse sommessamente arrossendo: — alla scuola; voi sapete che non può venite così spesso, dovrebbe perdere una giornata di lavoro.

— Lo so, disse il giovine con un’espressione di tristezza inesprimibile, lo so benché essa mi abbia dimenticato; e avendogli questo pensiero spremuta dagli occhi una lacrima, vi passò ruvidamente il dorso della mano avvolta nella coperta, con un atto rozzo e sdegnoso.

Marianna, comprendendo quanta amarezza dovesse celarsi nel di lui cuore per questo sospetto, si sentì oppressa da uno sconforto non meno doloroso, e appena ebbe la forza di dire: — quanto siete ingiusto Luigi, quanto ci fate soffrire!

— Soffrire!... disse il giovine con voce spaventevole, e fissando i suoi occhi immobilmente in quelli di Marianna, soffrire.... è una parola che ascoltiamo assai spesso, ma [p. 122 modifica] sapete voi bene che voglia dire questa parola? avete provato a vivere qui dentro, e starci sola, senza speranza, senza averlo meritato, senza una persona che vi ami, e colla certezza terribile che gli altri vi rapiscono intanto i cuori che vi hanno una volta amato?... ah! è meglio morire, Marianna, e vi giuro che se non fosse poi pensiero di voi, io mi sarei già spezzata la testa contro queste muraglie.

— Mio Dio! mio Dio! disse la fanciulla singhiozzando, voi mi farete morire con queste parole: e rialzandosi, e accarezzandone i capelli e le guancie; mio caro Luigi, aggiunse con accento che sentiva tutto di pianto, mio caro fratello, non abbandonate così ogni speranza; noi saremo ancora felici, noi vi amiamo teneramente, non abbiamo al mondo altro di caro che voi; e che sarebbe di noi, poverette, se ci veniste a mancare?

— È già come vi mancassi, disse Luigi freddamente, facendo conoscere la sua insistenza su quel pensiero.

— Ma la vostra affezione?

— Essa non giova che ad affliggervi.

— No, no, essa sola può formare la nostra felicità, essa sola ci può render cara la vita; ma voi uscirete da questo luogo, voi ne uscirete....

Il giovane non rispose, e dopo qualche minuto mormorò tra di sè: oh la nostra infanzia! nostra madre, la nostra libertà, la nostra vecchia soffitta! vi ricordate, Marianna, della nostra soffitta?... io temo che non ripareremo più a quel nido.

Marianna si lasciò ricadere sulla seggiola con abbandono [p. 123 modifica] disperato, e chinando il capo sul guanciale del letto di Luigi, si pose a piangere dirottamente.

Ella era così debole, egli così sfiduciato, il dolore ammolliva, temperava il cuore dell’una, lacerava e impietriva quello dell’altro: in entrambi la parola non aveva più nulla di efficace, nulla di confortevole; tacevano e dicevano tutto tacendo.

Ora da questa scena illuminata da una luce cupa e mancante, in una prigione umida, lunga, sotterranea, con un viso bianco di malato che spicca vivamente da un fondo scuro e confuso, una fanciulla accosciata che piange, la brezza che invade dalla finestra mal difesa, la neve che fiocca a folate, portiamoci per l’intelligenza del nostro racconto ad ascoltare una parte del dialogo di Paolina col marchese in una camera addobbata con una dovizia da re, e come un soggiorno delle fate, dove la luce entra a torrenti per i cristalli limpidissimi e per le cortine di raso, dove la temperatura si mantiene tiepida e naturale come in un giorno sereno di maggio, e le cardenie e le viole esalano dai loro vasi di Sevres un olezzo di primavera.

Come coloro che escono improvvisamente dal buio alla luce, noi restiamo compresi d’una ammirazione subitanea, penosa, a questa antitesi di due destini: siamo acciecati da quelle tenebre, e abbagliati da questo splendore, e pure là vi era un uomo onesto, qui vi è un uomo scellerato. Come ciò? Ma ascoltiamo le parole di Paolina.

— Un favore.... a lei!...

— Sì, un favore che non vi costerà che un disturbo di [p. 124 modifica] poca importanza. Si tratta di venire.... ma occorrerà che vi racconti prima esattamente ogni cosa: conoscete anzi tutto la contessa M?...

— Una signora bellissima, piccolina, gentile, abita in via di ***, sì, saranno due mesi, le ho portato un cappello di velluto celeste.

— Or bene, dovete sapere che io amo quella signora, essa è libera e può divenire mia moglie: voglio uscire dall’amore per entrare nella vita domestica; ella lo sa, nè vede di mal occhio questo disegno, ma ha un cuore tiepido, un carattere titubante, agisce con lentezza, vuol fare un esperimento troppo lungo sulla mia costanza, e questa esitazione mi è tormentosa, rovina i miei interessi e la mia pace.... in una parola ho bisogno di lei, ho bisogno che questo legame sia presto definito, conviene che la spunti con qualche passione che scuota la sua titubanza, e ho pensato di valermi della gelosia.

— Della gelosia?

— Per l’appunto; è una molla che fa agire più d’ogni altra nelle cose d’amore.... avrei pensato.... voi siete una bella giovine, Paolina, avete dei lineamenti delicati, un’aria da signora, dei modi che sembrano acquistati al contatto della scelta aristocrazia.... avrei pensato di valermi di voi in questa occasione.

— Di me? disse Paolina arrossendo.

— Sì, di voi; mi potete rendere un servigio inapprezzabile.

— Ma come? esclamò la fanciulla impaurita, vedendo che [p. 125 modifica] il marchese riprendeva per poco il suo fare antico, e il suo volto si animava di quella franchezza impudente che era il segreto delle sue seduzioni.

— Per costringere la contessa ad una risoluzione, le ho fatto sospettare che non l’amassi più, ma amassi in vece sua una donna giovine, dolce, avvenente, una ragazza poveretta e bellissima cui avrei dato il mio nome e la mia fortuna; voi dovete essere questa fanciulla, Paolina; vi sarà domani un ballo di maschere alla Scala, ho fatto sapere indirettamente alla contessa che vi andrò con questa fanciulla; ella verrà, voi dovete quindi venirvi con me, o anche senza di me, purchè vi accompagniate meco un istante e vi facciate vedere al mio braccio. Se il ballo non vi divertirà non vi rimarrete che un’ora, non avrete che a togliervi la maschera quando ve ne pregherò io; soltanto che essa vi veda una sola volta, e sarete libera. Che ne dite, Paolina?

La fanciulla rimase tutta turbata, e benché non dubitasse della verità di questo intrigo amoroso, ebbe non so quale presagio che tale avvenimento le sarebbe riuscito funesto.

Il marchese, vedendo ch’essa esitava a rispondere, e indovinando forse i motivi della sua titubanza, disse con certo suono di voce che pareva accompagnare un sentimento sincero:

— Comprendo la vostra esitazione: io vi sembro chiedere ricompensa d’un beneficio che non ho ancora compiuto, e la vostra coscienza vi autorizza a ricusarlo, sta bene.... ma se ieri avessi rinvenuto in Milano il presidente, voi sapete che [p. 126 modifica] il vostro amante sarebbe già libero, nè attendeva per farlo l’assicurazione della vostra gratitudine.

— Dio buono! esclamò la fanciulla mortificata e atterrita dal risentimento del marchese. Mi perdoni, non ho pensato mai a quello che mi dice, sono una povera ragazza io, mi trovo tutta confusa innanzi a lei,... ma verrò, verrò, farò tutto quello che sarà per dirmi; ella non vorrà nuocere alla reputazione d’una fanciulla sventurata, ma onesta; è tutto ciò che mi rimane al mondo di mio.

— Diamine! disse il marchese, non parliamo più di queste cose, non umiliatemi col farmi arrossire del mio passato; ho per voi l’interessamento e l’affezione di un padre, nulla più; dimentichiamo tutto ciò che può offendere la purità di questo sentimento.

— Che devo dunque fare? disse Paolina rassicurata.

— Riceverete domattina un biglietto di ingresso al teatro, una maschera di velluto nero col pizzo, e un domino di broccato nero completo con una rosa bianca al lato sinistro del cappuccio. La persona che vi porterà questi oggetti nè vi conosce, nè potrà compromettervi. Dovrete trovarvi al ballo alle undici ore, mi vedrete in quel momento al lato destro della porta, e mi riconoscerete per l’abito che sarà in tutto l’opposto del vostro, cioè un domino di broccato bianco colla rosa nera.

— E n’uscirò?

— Quando vorrete; soltanto che la contessa vi veda una volta al mio braccio: siamo intesi così? o temereste ancora?... [p. 127 modifica]

— No, no, accetto disse Paolina francamente.

E in quella sera, quando Marianna le annunciò la malattia e la prostrazione morale di Luigi, essa non versò più alcuna lacrima come pel passato, ma rispose «rassicuratevi, noi saremo ancora felici, Marianna, noi saremo ancora felici.»

Osanna al carnevale!... a questo periodo di vita sociale senza simulazione, a questa stagione delle maschere mobili, delle finzioni palesi, delle eccentricità legittime; dei pizzi, dei fiori, delle piume, dei nastri, delle confetture, dei balli, dei suoni, della luce, dei coriandoli, dei baci, delle passioni, delle seduzioni; a questa commedia tutta per ridere, agli attori a due maschere, allo scioglimento pacifico; osanna al convegno, all’infedeltà, all’ebbrezza, al valzer, al ponche, allo schiamazzo, alla cena, allo Champagne e all’alcova.... osanna, osanna al carnevale!

Non avete veduto nel giorno delle ceneri dei visi pallidi, degli occhi infossati, delle labbra avvizzite, dei lineamenti scomposti, e non avete letto in ciascuno di quei volti un romanzo? Nel carnevele si semina l’amore e si raccoglie nell’anno. — Erano battaglie di affetti combattute nelle evoluzioni vertiginose di un valzer, giuramenti sacramentati [p. 128 modifica] dietro la cortina del palco, pegni di fedeltà accolti e rimunerati nell’onda tempestosa della folla, disegni discussi, convenuti, accettati negli intervalli chiassosi delle danze; poi promesse serbate, affetti antichi delusi, affetti nuovi compensati, rimorsi soffocati, notti insonni e colpevoli, cuore contro cuore, peccati di paradiso, e momenti di ebbrezza mortale. Nel carnevale si semina l’amore e si raccoglie nell’anno. Oh il carnevale!... Libertini e virtuosi, giovani e provetti, vedove e fanciulle, celibi ed ammogliati, seduttori esperti e seduttori neofiti, cercate, indagate negli annali dei vostri affetti, e ne troverete la prima emanazione sotto la maschera di seta, sotto il guanto glacè, sotto la camicia fantastica della debardeuse, o sotto le pieghe modeste d’un domino taciturno e misterioso.

L’illusione è completa, integra, affascinante. Quella treccia nera, abbondante, lunghissima vi fa supporre un volto leggiadro, un ovale perfetto, un naso greco, una bellezza ideale: quella estremità di guancia rosea, pienotta, che fa violenza ai contorni della maschera tradisce, un visetto simpatico, un nasino un po’ rivolto all’insù, una bocca piccina e voluttuosa: quei capelli biondi ricciuti, finissimi, finienti nell’impercettibile, e direi quasi in un’idea, devono adornare un volto grave e pensieroso, poi quella mano piccola, morbida, pieghevole, quella voce soave come le modulazioni d’un flauto, quella taglia gentile e flessuosa, e la foga del ballo che tradisce le anime battagliere, le fantasie eccitabili e i temperamenti nervosi.... oh! egli è una grande epopea il veglione! — Se si potessero togliere ad un tratto, e come [p. 129 modifica] per un incanto, quelle maschere, leggere in quei cuori, concretizzare quegli slanci, quegli affetti, quelle passioni, prevederne le conseguenze e descriverle, si avrebbe una pagina meravigliosa della storia del cuore umano; ma se ciò fosse possibile, l’incanto della vita morale sarebbe svanito.

Io invito il mio lettore ad un veglione, e non è un veglione della Canobbiana dove l’osservatore sentimentale è trascinato suo malgrado nella folla da un’onda di baccanti, e nauseato dalla mollezza di quelle Frini, dove la spalla tondeggiante della popolana appare di sotto l’abito rotto o ragnato, dove la danza ha qualche cosa di selvaggio, dove l’operaio dissoluto dimentica in quella grande ebbrezza di luce, di moto e di armonia, la piccola famiglia che siede tremante intorno al fornelletto di carbone, mentre la soffitta è investita dal rovaio, e la neve si accumula e si affaccia dalle gronde come un nemico; ma noi siederemo in un palco della Scala, in un palco da cento franchi per notte, tanto vale il mantenimento d’una famiglia numerosa in un mese.

Quivi si suonano i capolavori di Strauss i valzer vertiginosi; si respira una quintessenza patchouly inebbriante e si nuota in un’onda di luce perenne; le maschere vi passano d’innanzi silenziose, hanno in sè qualche cosa di segreto e di attraente, e non potete sfuggire a quel fascino, e reprimere il desiderio di scoprire quel volto e di tentare il mistero che si nasconde in quel cuore.

Paolina è là, e quasi ignora di esservi; come vi venne? [p. 130 modifica] come ha la forza di rimanervi?... guarda e non vede, ascolta e non sente, vorrebbe allontanarsene e resta immobile a quel luogo, sembra la statua di Niobe vestita da baccante, o una prefica severa che, invece di gemere sopra una tomba, pianga al banchetto della vita che la precede.

Ella non aveva veduto mai nulla di più meraviglioso; aveva danzato in quei piccoli balli da sartine a un quinto piano, dove si secondano colla persona le cadenze invariabili d’un organetto, al lume di due candele sul tavolino; aveva vedute le maschere per le vie, era anche stata al teatro della commedia; ma quello pareale un eliso, e i suoi begli occhi del colore del cielo erravano inquieti sotto la maschera, animati dallo stupore, e cercandovi quelli del marchese, che in quella folla di persone sconosciute considerava oramai come un protettore.

— Siete voi, Paolina? le diss’egli comparendole improvvisamente d’innanzi.

— Sì, rispose la fanciulla, con voce esile e tremante. Porgetemi il vostro braccio.

Paolina ubbidì, e il marchese la condusse in giro pel teatro.

— Vedete là.... le disse poi, arrestandosi di sotto ad un palco di primo ordine, guardate, più a sinistra, precisamente nella vostra direzione....

— La contessa....

— Sì, vedete, come ci osserva, e con quale espressione di meraviglia.... Non vi pare che ella sia impallidita? sì, ella ci ha riconosciuti. [p. 131 modifica]

— Ma come ciò?

— L’abito che voi portate doveva essere vestito da lei questa sera.

— Povera signora!... esclamò Paolina, ah! il cielo mi perdoni tutto quello che io le faccio soffrire!

La contessa pareva di fatto preoccuparsi di quelle due maschere, si sporgeva col capo e col petto fuori del palco, vi rivolgeva sguardi inquieti, e osservava con una visibile alterazione la bionda capigliatura del domino nero, di cui alcuni ricci sporgevano con vago disordine dal cappuccio.

La era una bellissima donna sui trent’anni, e tale che anche al dì d’oggi otterrebbe da qualche Paride moderno una preferenza coscienziosa tra le molte beltà aristocratiche del paese. — Vestiva un abito di velluto in seta con lunghi pizzi di Fiandra, portava nei capelli un magnifico fiore bianchissimo, forse una tuberosa di serra, e sedeva sulla sua sedia di velluto cremisi, colla dignità d’una regina. Se non che la sua impassibilità naturale era scossa dalla preoccupazione che destava in lei la presenza di quelle due maschere, e da quell’assiduo conversare ch’esse facevano presso il suo palco, e dagli sguardi e dai gesti petulanti del domino bianco.

— Come vi divertite dunque? disse il marchese a Paolina dopo che ebbero girato qualche tempo pel teatro!

— Io mi diverto assai, rispose la fanciulla, perchè tutto ciò che vedo mi è nuovo, ma se ella crede che io sia rimasta qui abbastanza per essere osservata dalla contessa, [p. 132 modifica] tornerò a casa di buon grado, perché mia sorella mi attende con impazienza, e veglierebbe anche tutta la notte aspettandomi.

— Ve ne prego, indugiate ancora un istante, fino a che io vi dirò di togliervi la maschera; un solo istante, essa deve vedere il vostro volto che è ben più gentile del suo, e vi giuro che la vedrete rodersi dalla gelosia.

— Vergine santa! disse tra sè Paolina, che mi ha ella fatto quella signora perché io le debba cagionare un dispiacere così vivo? Ah! poteva questo beneficio essermi reso a prezzo più crudele? Ma quindi prese a riflettere sul valore e sulla importanza di questo benefizio che avrebbe forse voluto ripudiare, conobbe l’influenza che avrebbe avuto su tutta la felicità, della sua vita, e si accusava d’ingiustizia e di ingratitudine.

Era nell’ora in cui il ballo toccava il suo massimo grado di effervescenza, quando il Marchese, traendola di fronte al palco della contessa, le disse: «toglietevi ora la vostra maschera; ogni coppia di danzatori è abbastanza occupata di sè per non osservarvi.»

Paolina scoperse il suo volto, e l’agitazione, la vergogna, il pudore, quel largo e fantastico cappuccio di broccato, quell’abito nero, il disordine vaghissimo de’ suoi capelli, lo segnavano d’una bellezza così straordinaria, così divina, così fuori del cerchio delle cose reali, che un angelo istesso ne avrebbe forse palpitato. — La contessa la vide, arrossì, meravigliò, impallidì, tornò ad arrossire, lacerò colle mani convulse il suo mazzetto di viole e di camelie, fece chiedere del [p. 133 modifica] suo domestico, e avvolgendosi nel suo mantello di ermellino si accinse ad uscire.

Il marchese dimostrò una gioia infernale per questa sconfitta, e più ancora perché essa gli apriva l’adito ad un’altra vittoria di cui aveva cominciato a temere.

— Ora a voi, disse a Paolina, mostrandosi tutto agitato, ho fatto credere alla contessa che, all’uscire dal ballo, voi sareste venuta con me ad un mio appartamento situato di fronte al suo palazzo; ella è uscita per prevenirci, e ci spierà ora dalla sua finestra, ne sono certo; venite dunque, salirete nella mia carrozza, vi vedrà discenderne a salire le scale con me, allora non avrò a chiedervi altro, sarà tutto finito, e voi uscirete subito da una porta che mette nella via opposta.

— Ah, signore, esclamò Paolina, io temo che Dio non mi perdonerà più questa cattiva azione!

— E quale? disse il marchese, trasalendo.

— L’inganno che io faccio a quella buona donna, essa nulla mi ha fatto di male.

— Sciocchezze! esclamò egli sdegnosamente, scuotendo le spalle, non vi ho forse confidato lo scopo di tutta questa finzione? Via, non vogliate pagarmi d’ingratitudine, rimettete la vostra maschera e usciamo.

Paolina si lasciò trascinare fuori del teatro, e nel porre il piede sulla predella della carrozza, sentì come una tentazione di ritirarlo e di opporsi con energia alla volontà del marchese, finché n’era in tempo; ma prima che avesse saputo risolversi, lo sportello era già chiuso dietro di lei, e [p. 134 modifica] si era seduta, e la vettura correva rapida e silenziosa in mezzo agli strati di neve, come un colpevole che tenti di sfuggire inosservato dopo consumato il delitto.

Quel passaggio improvviso dal rumore assordante del ballo al silenzio melanconico che regnava per le vie, trasse i nostri due viaggiatori a molte meditazioni, di cui nessuna poteva riuscire confortevole a Paolina.

— E se costui m’ingannasse, pensava ella, se mi conducesse fuori di Milano, in qualche luogo lontano e sconosciuto.... sarà poi vero ch’egli si sia tanto mutato?... Ma il far soffrire così quella signora.... e poi quei gesti di dispetto, e quella sua voce arrogante come prima.... ed io gli sono tanto vicina, e sola con lui, potrebbe osar tutto, nessuno mi ascolterebbe s’io gridassi.... ma io aprirei bene lo sportello e mi getterei fuori.

— Potrei abbracciarla, pensava dal canto suo il marchese, ora è un fatto compiuto, ma, no.... attendiamo; l’impazienza potrebbe precipitare una cosa.... Quanto è leggiadra! non mi parve mai tanto bella quanto stassera, e può una fanciulla del popolo essere così bella!

— Questa carrozza va molto lentamente, diceva tra di sè Paolina, nè io posso darmi ragione di tutti questi giri.... basta avrò del coraggio.... e non sarei io un’ingrata? Forse ho vicino un amico, un vero benefattore e ne dubito, e ne temo.... oh! s’egli leggesse nel mio cuore!...

— Io credo che farà delle resistenze, continuava il marchese, è una virtù di prima forza, una virtù intangibile, e ciò invigorisce la mia passione e accresce il prezzo della [p. 135 modifica] mia vittoria.... e quale vittoria! ho preso due tordi a un ginepro: se la contessa non cede, e cederà certo, mi sarò almeno vendicato.... Ma quale astuzia!... servirmi di costei in questa impresa,... l’una ha giovato all’altra senza saperlo, ed io ho ordita, diretta, compiuta a meraviglia questa trama; in verità, la mia testa vale ben quella d’un politico!... Il conte non vi presterà fede, io l’ho superato: ma quale calore emana da questa ragazza! quale attrazione! io non so più trattenermi dall’abbracciarla. Ah! per Iddio! le mie fibre si risentono tutte dall’impazienza.

— Luigi libero.... Vergine mia! e potrò io far tanto bene che valga almeno a farvi conoscere la mia riconoscenza?... Ingrata! io ho potuto dubitare di quest’uomo, ma è impossibile.... e si potrebbe ingannarmi così? si potrebbe essere così cattivi? ancora pochi minuti, e tutto è compiuto.

— Eccoci giunti, disse il marchese, e la carrozza si arrestò d’innanzi ad una piccola porta che aprì egli stesso con impazienza. — Paolina discese, e volle vedere qual via fosse quella in cui si trovavano, ma la notte era oscurissima, nevicava, e già il marchese l’aveva tolta per mano e traendola sotto l’atrio, le aveva detto: «ella ci ha veduti, salire ora con me, fate piano, reggetevi al mio braccio, discendere subito dall’altra parte.» — In quel silenzio si poteva sentire a battere il cuore di Paolina; salirono molti gradini, e dopo aver percorso un lungo tratto di ripiano, il marchese abbandonò la sua mano, si allontanò alcuni passi.... Paolina rimase immobile, l’udì arrestarsi, chiudere un uscio, toglierne la chiave, poi dare in uno scoppio di risa. — Dove siete [p. 136 modifica] mia ostinatissima persecutrice? diss’egli allora, allumando una lampada. Quel riso, quelle parole agghiacciarono il sangue della fanciulla, esse dicevano tutto, e appena la lampada fu accesa s’avvide di trovarsi in una sala molto ampia, le cui uscite erano tutte chiuse. Il marchese aprì un uscio vicino, da cui si scorgeva una lunga fila di camere riscaldate da un fuoco divampante, accennò a Paolina di entrare, e precedendola, e togliendosi la maschera e il cappuccio, si gettò sguaiatamente sopra un divano dicendo: «finalmente questa commedia è compiuta. Venite, Paolina, sedetevi sulle mie ginocchia, procuriamo di essere buoni amici, tutto sta in voi; potremo passar qui alcune ore deliziose, perché voi non ne uscirete fino a domani,» e sorridendo, e ponendo un ginocchio sull’altro, e distendendosi sul divano, si pose ad osservare con quel suo occhio fisso, asciutto ed opaco l’effetto di quelle parole sul volto della fanciulla.

Paolina non aveva potuto articolare un accento, pareva che non vi fosse più in lei indizio alcuno di vita: un inganno così mostruoso era tanto superiore alla massima idea di malvagità che essa aveva potuto supporre negli uomini, che lo stupore eccedeva il dolore stesso; dopo quella rivelazione, non poteva sperare alcuna pietà da quell’uomo; inginocchiarsi, pregarlo, commuoverlo, resistere anche, invocare soccorso, tutto era inutile; essa previde tutto e conobbe che non vi era speranza di salvezza.

Oh orribile, orribile! disse la fanciulla con un abbandono disperato, e coprendosi il viso colle mani proruppe in uno scoppio di lacrime. [p. 137 modifica]

— Or via non incominciate a guaire, disse il marchese, sapeva ben io che avreste fatto queste scene, ma le sono lacrime sciupate, e se credete impietosirmi v’ingannate a dovere, perchè non vi farò alcuna cosa di male: v’insegnerò a vivere, io, a guadagnarvi il vostro pane.... Non vi ho forse offerto mille franchi al mese? avete rifiutato? sta bene.... Ho dovuto usare un inganno, e ne piangete, ora dovrò anche usare una violenza, pensate a quello che fate, siete voi che mi trascinerete a questo passo.

— Oh no, io griderò, io invocherò soccorso, io dimanderò aiuto, disse Paolina colla voce rotta dal singulto; le mie grida saranno ascoltate.

— Nulla di più inutile, rispose freddamente il marchese: quand’anche la vostra voce, che è così gentile, avesse cento volte il vigore della mia, non sarebbe sentita più che nol potrebbe il ronzio di un moscherino: queste venti camere che ci circondano sono tutte disabitate, e poi.... io ho preso bene le mie precauzioni; voi siete entrata non vista, e ne uscirete non vista, e sapete ora voi dove vi trovate? Mi sono io tolto la maschera? conosce qualcuno chi si nascondesse sotto questo domino bianco? Non mi fate il torto di attribuirmi l’ingenuità d’un collegiale, non ostante la mia conversione.

Paolina non rispose che con singhiozzi strazianti che le toglievano il respiro e la voce.

Dopo un istante di silenzio: «io vi offro ancora un partito, continuò il marchese, dando alla sua voce una modulazione meno risoluta — rinunciate per sempre a quel [p. 138 modifica] giovine, povero, ruvido, grossolano, colle mani incallite, che vi lascierebbe morire di fame, se fosse vostro marito; accettate questo appartamento a quelle condizioni che vi furono già offerte da madama Gioconda, e per tutto il tempo che vorrete voi, fosse anche per tutta la mia vita....

Paolina non rispose, ma da tutte le fibre trapelava la sua indignazione.

— Giacchè è così, disse ancora il marchese alzandosi, mi sforzerò di perdonare la vostra ostinazione e la preferenza che date a quel giovine; ma passiamo almeno questa notte in allegria.... Via, asciugatevi gli occhi, avete degli occhi così belli, ed è peccato che li guastiate piangendo: vedete laggiù, nella seconda camera, abbiamo una cena suntuosa, dei pasticci stuzzicanti, delle frittole all’Ungherese, e dei pasticci di Strasburgo: aggiungetevi delle confetture di Biffi squisitissime, e uno Champagne legittimo di Lemour, che è il vino più generoso dell’universo. — Voi non sapete, mia cara Paolina, che cosa sia la vita, e come bisogni trarne profitto; siete bella e lasciate avvizzire la vostra beltà senza un piacere, avete in voi stessa un tesoro, e mendicate l’esistenza giorno per giorno al lavoro.... Via, accettate i miei suggerimenti, permettetemi anzi che ne tolga subito una ricompensa — e fece atto di abbracciarla.

— Oh! lasciatemi, lasciatemi, urlò Paolina respingendolo, uomo scellerato e crudele, mostruoso scellerato; guai se vi avvicinate, io farò della resistenza; io mi difenderò.... io diverrò feroce....

— Oh! per Iddio! la vedremo, gridò il marchese, e si [p. 139 modifica] avventò risoluto verso la fanciulla. — Ma nell’impeto di quest’atto urtò nella tavola che sosteneva la lampada e che si rovesciò sullo spazzo. — I frantumi del globo di cristallo scivolarono con acuto fracasso sul pavimento: il marchese andò a tentoni pel buio, rinvenne la corda d’un campanello, suonò, e due uomini con lumi, comparvero ad illuminare una scena di desolazione. Paolina, fuggendo, era caduta, e s’era ferita in più luoghi coi frantumi di vetro, il sangue le colava dal volto e dalle mani; il marchese le disse impassibile: — ciò vi avrà resa più quieta, e se non fosse vi metteremo una camicia di forza. — Avvicinatevi, medicheremo le vostre ferite.

— No, no, esclamò la fanciulla con animo deliberato, prima che mi tocchiate, io mi pianterò questo spillo nel cuore.

— Mi è duro, replicò l’altro, ma io adoprerò tutta la mia forza contro la vostra ostinazione, e si avventò di nuovo contro Paolina.

Noi troncheremo qui il racconto di questa scena; noi rifuggiamo dal descriverne il resto. — E pure non è essa una scena comune nei fasti numerosi dei libertinaggi? Vi sia minore crudeltà, più amore, minore raggiro, maggior sciopero di denaro, un’opposizione più debole, una virtù meno severa, un animo meno audace,... ma chi di voi non ha veduto compiersi, o non ha compiuto egli stesso, un fatto poco dissimile? Non invochiamo una giustificazione nell’amore; voi lo inspiraste come mezzo di seduzione, non nel danaro, non nel consenso libero della vostra vittima; quella fanciulla [p. 140 modifica] era onesta, quella fanciulla è prostituta, qui sta il tutto: poteva essere felice, e l’avete resa miserissima, aveva una vita morale e l’avete spenta, aveva un’anima pura e l’avete contaminata, degli affetti e li avete delusi, una famiglia e gliela avete resa nemica.... Oh! chi può numerare quelle file immense, invisibili, che dal cuore d’una sola creatura si diramano per tutta una famiglia, per una parte vastissima della società, e che questo delitto ha potere d’infrangere, destinando all’isolamento e al disonore tanti esseri ch’erano nati per amarsi, e per godere del sentimento della loro integrità e del loro amore?

Non la Divinità, ma l’uomo stesso ha convenuto che il peccato dei padri sia scontato nei figli fino alla quarta generazione.

Pochi istanti prima del mattino, il marchese aprì l’uscio lentamente o ne spinse fuori Paolina sul ripiano, ripetendo con tuono enfatico, e inorgogliendosi di fare una citazione tutta allusiva al suo caso, le parole del Valentino: — Or va, e prega Dio e i santi.

Due domestici uscirono dalle porte laterali, portarono nell’atrio la ragazza svenuta, la collocarono in una carrozza senza stemmi, e dopo aver fatto molti giri per diverse vie, la deposero all’angolo della via dei Fiori Chiari.

— Che fa lì, quel domino nero, accosciato sulla neve? disse una maschera vestita da puch, che tornava dal ballo colla sua compagna.

— Digerisce alcune zerle di amarone. Vieni, vieni, non fermarti per questo; andiamo a passo di corsa, i miei [p. 141 modifica] calzoni di tela hanno i diacciuoli.,.. e la vuol essere una giornata freddissima domani.

Non v’ha rimedio, tu ti abbrucierai le ali, povera bestia! diceva la Mineu ad una falena che aleggiava intorno alla fiamma della sua candela, e colla mano sottile e cadaverica tentava allontanarla dal lume; ma la farfalla vi tornava con ostinazione e vi fu un momento in cui, eludendo le cure pietose della fanciulla, percosse nella fiamma e cadde nel grasso liquefatto. Produsse uno scioppiettìo, poi si avvinghiò convulsivamente al lucignolo e vi si accese, ebbe il suo istante di luce e di apoteosi, poi si spense e rotolò giù pel fianco della candela, in un atomo nero e quasi impercettibile.

La Mineu lo raccolse sulla punta di uno spillo, lo guardò cogli occhi inumiditi di lacrime, che stavano per prorompere, o disse con una profonda commozione che solo non può sembrare impossibile a coloro che furono nella loro fanciullezza sensibili e sventurati: «Tu hai voluto morire, sì tu hai voluto morire, eppure tu eri così bella, tu eri così felice, potevi volare, potevi aggirarti per queste tre camere che erano per te un mondo vastissimo; tu sai se io ti avrei [p. 142 modifica] voluto bene, e se qualcuno avrebbe osato cacciarti. — Ecco cosa rimane ora di te: fu un lampo; dove sono ora le tue alette di velluto impolverate, il tuo corpicciuolo snello e gentile; chi può distinguere adesso in questo piccolo carbone quello che tu eri? Povera bestia!

«E pure tu dovevi avere qualche motivo per desiderare con tanta ostinazione la morte. Soffrivi? E di che? Eri tu brutta, derisa, avvilita? Pativi di malattia o di fame? Nulla di ciò certamente, e pure tu hai voluto morire, sì tu hai voluto morire.» La fanciulla si fermò con insistenza su questo pensiero, e allungando macchinalmente il braccio sul tavolino, tirò a sè il suo libro delle preghiere, e aprendolo per caso alla pagina 57, vi lesse nell’interpretazione ai canti di Salomone queste parole: «Non invidiate i beni degli uomini prosperi, non invidiate la bellezza e gli onori: nulla è degno di essere invidiato sulla terra, tranne la virtù, che vi apre la via ad una vita imperitura. Il cielo sdegna i lamenti codardi di coloro che soffrono, perchè li ha collocati qui come in un luogo di prova, e nulla è più accetto al Signore che il dolore paziente e rassegnato. Sapete voi quanto darete vivere e quando morire? Se la vita è una espiazione, compiacetevi e inorgoglitevi quasi di soffrire, perchè avete maggior diritto ad un premio, e l’istante di conseguirlo è vicino.»

La fanciulla si pose a riflettere su queste parole, e la sua fantasia tanto facilmente eccitabile la trasse a mille pensieri, strani, opposti, disordinati, con immagini di cose non mai viste, di natura essenzialmente diversa, — oltre di che si trovava [p. 143 modifica] in quello stato di assopimento che sta tra la veglia ed il sonno, e non è ne l’una, nè l’altro, ma in cui la fantasia ha tutta la potenza del sogno e quasi la realtà della veglia.

Però il suo capo si chinò a poco a poco sul seno; il suo assopimento divenne più profondo, le braccia le si distesero come morte sulle ginocchia, la sua fronte si posò sulle pagine aperte del libro, e in quell’atteggiamento cadde in un sonno profondo. Il suo respiro, quantunque provenisse da un petto infermo, usciva regolare e tranquillo, e l’alito n’era puro e soave come quello che emana dalla bocca rosata di un bambino: i suoi capelli nerissimi, così fluenti su quelle pagine bianche, assomigliavano a quelle barbatelle lunghissime di certi fiori simbolici, che crescono presso i cimiteri, e che il vento trasporta sugli alabastri delle tombe. — La fiamma della candela guizzava ad intervalli, si sentiva quel ronzìo indistinto, confuso, che produce nell’orecchio la mancanza assoluta di ogni suono, perocchè, quantunque nevicasse, il silenzio era quasi più cupo e più malinconico. — La neve cade silenziosa, e tuttavia diresti quasi che si sente, perchè paralizzando tutta la vita della natura, si manifesta in un silenzio lugubre ed universale, e in ciò sta il motivo della sublime malinconia dell’inverno.

In quel momento la fanciulla ebbe un sogno. Pareale di tenere ancora su quello spillo il corpicciuolo annerito della falena, ed osservandolo fissamente, vi scorgeva dei moti e delle convulsioni, quasi che da quella superficie liscia ed uguale tentassero di sprigionarsi come nella crisalide le piccole antenne e le ali; ma quegli sforzi riuscivano impotenti. [p. 144 modifica] La fanciulla ne ebbe compassione e lasciò cadere una lacrima, che si arrestò sulla sua mano indurita e rotonda come una gemma, e nella rifrazione dei raggi che ne uscirono, vide il corpo della falena ingrossarsi, agitarsi, muoversi, riacquistare tutte le sue forme, vestirsi di tutti i colori dell’arco baleno, per modo che ne uscì a poco a poco una farfalla iride così bella, che la fanciulla non aveva mai veduto l’uguale aggirarsi sui calici dorati del verbasco. L’insetto si alzò a volo, e prese a girarle intorno al capo in curve rapidissime e vertiginose. Quante volte compieva il suo giro, e ripassavale d’innanzi allo sguardo, assumeva una forma più importante, e quantunque ogni circolo divenisse sempre più vasto, essa ingrandivasi e modificavasi ad ogni curva. Dapprima fu una farfalla grande, poi tornò ed era una libellula dalle ali di raso, poi un uccello.di paradiso, poi un silfo, e finalmente un angelo.

A questo punto il suo sogno si confuse, ella medesima divenne quell’angelo; l’orizzonte si abbassò gradatamente al suo sguardo, e si trovò sospesa nello spazio. Una nube diafana e bianchissima come una falda di neve, rifletteva la sua immagine come in una lama pulita di argento. Strana trasformazione! Erano ancora i suoi occhi neri, i suoi capelli neri, il suo volto pallido e macilento, e pure essa vedevasi così bella, che nessuna creatura umana le era mai apparsa tale sulla terra. La terra.... vi rivolse uno sguardo dall’alto, e le apparve come un disco immenso e luminoso: le dimore degli uomini ne erano invisibili, e tuttavia vi scorgeva ancora la sua camera, e infilzato sulla punta di [p. 145 modifica] quello spillo abbandonato sul tavolino il suo corpo medesimo, sformato, annerito, e impicciolito come quello della falena. Un senso di pietà e di amore l’attraeva verso quelle strane reliquie di sè stessa, oltre di che partivano da quel luogo certi lamenti dolorosi che le stringevano il cuore di compassione, ma le sottostava uno strato di aria mefitica, quasi viscida, e pesante come piombo, nè le sue ali potevano fenderlo, mentre al disopra di lei si distendeva un cielo azzurro e ridente, con un’aria profumata di fiori di loto, ma con alcuni baleni di luce così abbaglianti, che i suoi occhi ne rimanevano come abbacinati.

Così attratta verso la terra, e respinta per quella gran luce dal cielo, nello sforzo ch’ella fece per uscire dalla inazione, il suo sonno si ruppe, e si atterrì di trovarsi sola in quella camera e a quell’ora, perocchè le parve che dallo spiraglio della finestra trapelasse già un raggio di luce del mattino che si distendeva in una linea orizzontale sul pavimento. La fanciulla conobbe allora che l’illusione di quella luce nel suo sogno proveniva dall’essersi tutta consumata la candela, e averne accesa la carta a frastagli che l’assicurava nel candelliere, ciò che produceva una fiamma azzurra che si spegneva e si riaccendeva ad intervalli; ma quelle voci di lamento si udivano ancora quantunque più fioche, e parevano procedere dalla porta. Marianna trasalì, vi si avvicinò esitando, la schiuse, e Paolina le cadde tra le braccia.

Sono trascorsi ora alcuni giorni. Èverso sera: una luce cupa e mancante illumina adesso quelle camere: le imposte socchiuse delle finestre respingono gli ultimi raggi del sole [p. 146 modifica] riflessi bizzarramente dagli strati interrotti della neve che si scioglie, il silenzio e la mestizia di quell’ora aggiungono qualche cosa di lugubre e di solenne alla pace malinconica di quel soggiorno.

Paolina dorme, o almeno ogni suo senso è assopito, dorme di quel sonno violento che cagiona il dolore lungamente protratto. Marianna seduta al suo fianco la contempla, poi china il capo e pensa, a che pensa? I suoi occhi arrossati e socchiusi fanno fede delle molte lacrime che hanno versato. Una terribile sventura ha visitato la dimora delle due fanciulle: i loro volti si sono talmente mutati che noi restiamo atterriti nel contemplarvi le traccie così rapide di questa potenza smisurata del dolore. Egli è in fatto l’unica forza di cui la natura si giova per distruggere: non è il dissolversi della vita che crei ed apporti seco il dolore, ma è il dolore che precede ed opera la distruzione. Che se l’istinto della felicità non è alimentato che da quello dell’esistenza, che è dunque questo istinto se non quello della conservazione?

— Siete voi, Marianna? disse Paolina destandosi e rivolgendosi alla fanciulla.

— Sì, rispose l’altra chinandosi sopra di lei e baciandola sulla fronte; come state ora, come avete dormito?

— Ohimè! male, rispose Paolina; ho sempre il cuore che batte assai forte, parmi che esso urti nelle pareti del petto e che si sia tanto ingrandito da rendermi impossibile la respirazione.... ma che ora è adesso? siamo di mattina o di sera?

— Di sera, e sono tosto le cinque: guardate; e Marianna, [p. 147 modifica] avvicinandosi alla finestra, ne schiuse le imposte, e un raggio di sole illuminò improvvisamente quella camera d’una luce viva e festante.

Paolina rivolse gli occhi alla finestra, guardò il cielo e sorrise tristamente, poi il suo volto si dipinse d’una mestizia profonda, di una tristezza ineffabile; il suo sguardo rimase vitreo e immobile, ogni sua fattezza come irrigidita, pareva che un pensiero fisso, assoluto, dominante si fosse concentrato nell’anima sua paralizzandovi ogni altro sentimento; così assorta in sè stessa, senza contrazione e senza singhiozzo, ella meditava e piangeva. Marianna rimase immobile a contemplarla: la povera fanciulla non osava interrompere quel silenzio, tremava di conoscere più che non avesse temuto, e quando l’inferma si riscosse da quella meditazione, essa le chiese con un suono di voce esile e tremante che tradiva l’esitanza e lo sconforto della sua domanda: che avete Paolina?

— Nulla, rispose la fanciulla sorridendo di quel suo sorriso malinconico e asciugando con una specie d’indifferenza le lacrime, nulla; guardava il cielo: vedete com’esso è bello, che magnifico sereno, che azzurro limpido e vivo!... e quei cirri leggieri e sottili simili ad un velo di seta increspato, e quella luna pallida e senza luce come il viso scolorito d’una bella fanciulla morta o malata.... ma che fa la luna a quest’ora? perchè tramonta così presto?

— Dite anzi che si leva troppo per tempo, disse Marianna.

— Non so, rispose Paolina, ma certamente ella non avrà [p. 148 modifica] così che poche ore di luce e di vita, e dopo qualche istante di silenzio, — sì, poche ore aggiunse la fanciulla, mostrando di pensare ad altra cosa o a sè stessa. Ditemi, quanti giorni sono dacchè mi trovo malata?

— Sedici, io credo; fu nella notte di una domenica che quell’uomo cattivo vi ha spaventata e battuta, e ne sono già passate due da quel giorno.

Paolina trasalì a questa rimembranza e il suo volto divenne pallido, e il suo respiro più oppresso e più concitato. Tuttavia vedendo che la Mineu l’osservava meravigliata, e pareva indovinare in quel turbamento l’esistenza di qualche segreto, si affrettò a soggiungere, per distogliere l’attenzione della fanciulla:

— Saremo dunque presto di primavera?

— Oh sì, disse Marianna, quanto prima; ho già veduto dei giacinti fioriti sopra alcune finestre, e scommetterei che si trovano già delle viole aperte nella campagna. Volete che ne andiamo domenica a raccogliere? io credo che sarete già guarita per quel tempo.

Paolina crollò il capo in atto di sconforto e di dubbio, e dopo qualche momento, levando le braccia di sotto le coltri, e afferrando convulsivamente le mani della fanciulla, e fissando ne’suoi gli occhi di lei velati dalle lacrime: — Sentite, Marianna, le disse, io amo come voi la primavera; amo la natura, amo la mia gioventù e l’esistenza; la mia testa si perde nell’immaginare tutta la felicità che mi era ripromessa nella vita; ma a che giova illudersi? io devo rinunciare a tutto ciò, io devo perdere tutto; sì, o Marianna, la dirò pure [p. 149 modifica] questa terribile parola, io devo.... morire; lo sento bene in me stessa, e ne ho un presagio insistente e sicuro.

— Ah! no, no, voi non morrete, gridò Marianna abbracciandola e stringendola al suo seno; voi non dovete morire, è impossibile, è impossibile. Oh, io pregherò tanto il Signore per voi, che non potrò a meno di essere esaudita. Dio mio, Dio mio, aggiunse la fanciulla coprendosi il viso colle mani, cacciate da me, cacciate da lei questo pensiero!

— Non vi affliggete, disse Paolina dolcemente, non ingigantite coll’immaginazione i nostri mali; il morire non è quella gran cosa che voi credete; io mi vi sono già preparata in questi giorni, e se non fosse pel pensiero di voi e di quel poveretto, credo che accetterei quasi con gioia questo destino. Sentite, ho avuto l’altra notte un sogno che mi fa credere alla verità del mio presagio. Vi ricordate di quei fiori gialli di tussilaggine che lasciano nel cadere un globo di pistilli bianchi, fini e leggieri come una piuma, e che i fanciulli sogliono interrogare distaccandoli con un soffio dal loro gambo? Ebbene io stavo raccogliendone non so più dove, ma in luogo melanconico e deserto: mia madre, ch’io non conobbi, era con me; interrogane uno, essa mi disse, quanti sono i pistilli che non si distaccheranno altrettanti saranno ancora i giorni della tua vita. Io raccolsi il più bello, lo avvicinai alle labbra, vi spinsi un filo debolissimo di fiato, un filo così leggiero, che un bambino non avrebbe avuto l’alito più delicato, e tuttavia lo credereste? Quei pistilli si distaccarono quasi tutti, e non ne rimasero che undici sul loro gambo. Se io devo credere ai sogni, voi vedete che i giorni della mia vita sono numerati. [p. 150 modifica]

— Per carità, Paolina, disse Marianna, voi amate di tormentarvi senza motivo: puossi così credere ad un sogno? Io ne ho avuti mille e più tristi; e intesi anzi a dire che i sogni di una morte precoce sieno indizio di una vita lunga e felice.

— Io lo spero bene, replicò Paolina, ma non qui; la mia salute ha sempre peggiorato gradatamente da quel giorno; il mio cuore è malato, tutto è nel cuore, ed esso è senza dubbio inguaribile. Non vi affliggete, mia buona sorella, noi saremo ben felici altrove...Oh! la vita passa così presto! Parmi ieri che non aveva che sette anni, e ne sono già trascorsi dieci da quel tempo.

— Ah no, no, non mi dite più queste cose; io non voglio che voi moriate, esclamò la fanciulla tutta atterrita, io non potrei più vivere senza di voi; è impossibile che mi rassegni alla vostra perdita.

— Via, via, disse Paolina, commossa dalla sua ingenuità, ma pure sforzandosi di sorridere per consolarla, non morirò, io lo spero; pregate voi il Signore che avveri la mia speranza.

Marianna parve riconfortarsi, ma appena Paolina si fu riaddormentata, la povera fanciulla si ritirò in un’altra camera a piangere, perchè sentiva in sè una voce che le diceva che quella sventura le era predestinata dal cielo e che i suoi voti non avrebbero potuto impedirla. Allora l’assalse il desiderio ostinato di conoscere in tutta la sua estensione la sua sciagura, di lacerare quel velo pietoso che gliela nascondeva. Vi ha una voluttà in tutti i dolori, e la [p. 151 modifica] disperazione li compendia tutti — e quando il medico uscì dalla camera dell’inferma, Marianna lo seguitò già per le scale, e lo scongiurò colle lacrime di farle conoscere se v’era ancora per Paolina speranza di guarigione.

— Sarete poi prudente? le disse il medico.

— Lo sarò, rispose la ragazza tremando.

— Ebbene, sappiate che ha un’aneurisma al cuore, malattia di cui si muore. Ignoro perchè vi siate ostinate a nascondermi i motivi che ne hanno provocato così potentemente lo sviluppo perchè, quantunque sua madre sia morta di questa malattia, come appresi da vostra sorella, e le abbia forse lasciata in eredità questa imperfezione in una cattiva gravidanza, essa poteva vivere lungamente e guarirne ma qualche gran dolore, certamente qualche grande spavento ne ha affrettato la crisi con una rapidità imprevedibile. Io credo che non le rimangano che pochi giorni di vita, ma guardatevi ad ogni modo dal cagionarle qualche grande commozione che le apporterebbe una morte istantanea e violenta.

Allora la Mineu conobbe che bisognava affrettare l’arrivo di madama Elisa, e le scrisse, e madama Elisa venne dalla Francia. [p. 152 modifica]

— Che tristi notizie mi recate, mio caro amico? disse il conte di F. al marchese di B. che entrava in quell’istante nella sua camera, mi avete una faccia tutta spaurita.

— Non lo credo, replicò l’altro, ma ad ogni modo ne avrei pure qualche buona ragione, se la mia anima fosse così debole da conturbarsene: le notizie più strane del mondo, mio caro conte.... indovinate!... quella ragazza, Paolina, quel prodigio di virtù, quella Lucrezia rediviva nelle sottane d’una semplice madamina, ha commesso la corbelleria di ammalarsi gravemente; anzi si è fitta in capo di morire, e, ciò che è peggio, non ha capito nulla di quel nostro piano strategico così ben riuscito, e vuole che io vada da lei per domandarmi la grazia del suo innamorato.

— Ah ciò è singolare! disse il conte; la sua ingenuità è veramente meravigliosa e io non vorrei essere nei vostri panni per una corona; però, aggiunse dopo un momento, mi dispiace veramente ch’ella sia malata, perché la è pure una gran bella ragazza, e le belle ragazze non dovrebbero mai morire; che ne dite?

— Sì, disse il marchese, sempre quando però non avessero ad invecchiare; ma lasciamo ora le digressioni; ho ben [p. 153 modifica] altro a chiedervi, ed è che desidererei che mi accompagnaste in questa visita.

— Mi meraviglio, replicò l’altro, volete mettere ad un bel rischio la mia reputazione e la vostra. Immaginate tutto ciò che conseguirebbe dalla scoperta della nostra impresa, e non vi sarà nulla di più facile, se noi stessi andremo a costituirci in casa di quella ragazza.

— Nulla di tutto ciò, disse il marchese; essa si ostina anzi a tacere, e so per certo che nessuno le ha strappato il suo segreto.

— Come lo sapete?

— Dalla signora Gioconda.

— E chi vi ha pregato di andare da Paolina?

— Sempre la signora Gioconda, che è per metà convertita dalla morte imminente di quella fanciulla. Io stesso, vi dico il vero, mi sento un po’turbato da questo fatto, e non avrei mai creduto che una prima lezione d’amore un poco violenta dovesse provocare delle conseguenze così fatali. Ma quella ragazza ha in sè qualche cosa di eccezionale, qualche cosa di unico; mi ricordo bene che in quella notte ha fatto tanto pregare e guaire che io fui a un filo di decidermi a rinunciare tutto, e a ricondurla in sua casa. Che? Voi mi guardate stralunato? Avreste forse l’aria di corbellarmi?

— Nulla, nulla, disse il conte, mi congratulo con voi di questo sentimento.

— Sia pure; ma io non accetto le vostre congratulazioni, replicò il marchese, perchè non vorrei obbligarmi ad [p. 154 modifica] evitare di farvi conoscere in avvenire che non le ho meritate. Per ora non mi contraddite; venite con me, non vi ha rimedio, andiamo a sentire le sue disposizioni testamentarie.

E facendo passare il suo braccio in quello del conte, lo trascinò suo malgrado giù per le scale.

Intanto madama Elisa sedeva presso il letto di Paolina, porgendo orecchio al respiro affannoso e concitato dell’inferma, e asciugandosi furtivamente qualche lacrima, che le strappava il pensiero di quella vaga creatura, la cui bellezza e la cui gioventù stavano per essere ingoiate dalla tomba.

Il suo cuore severo e sensibile ad un tempo si accusava dell’abbandono di quella fanciulla, che sua madre le aveva affidato dal suo letto di morte per tutta la vita, sua madre, quell’infelice Anna, il cui amore le richiamava le scene più deliziose della sua esistenza, la cui immagine le ritornava ora così mirabilmente al pensiero nel contemplare le fattezze angeliche e delicate di sua figlia. Oh perché non la ho io riunita alla mia famiglia! diceva essa, perché affidarla a mia sorella, che il cielo aveva pure destinato ad una morte prematura e crudele! Povera Paolina! povero angelo! Potessi io dirti quanto il mio cuore è straziato dalla vista della tua sventura! potesse almeno conoscere tua madre come la mia anima è lacerata dal pensiero della mia imprevidenza fatale!

Elisa si coperse il volto colle mani singhiozzando. Essa era una di quelle donne non rare nella classe media della nostra società, che sotto l’apparenza d’una severità [p. 155 modifica] inflessibile e d’una freddezza esente da passioni, racchiudono un’anima delicata e sensibile, aperta agli affetti della famiglia, capace delle più grandi virtù e dei più nobili sacrifizi. I rigidi lineamenti del suo volto, la sua alta statura, le sue antiche abitudini di commercio, contribuivano a darle aspetto quasi virile e modi franchi e sdegnosi di popolana; ma il suo cuore era la parte più eletta di lei, la sua tenerezza sentiva spesso del cielo; e poi ella era madre, e difficilmente il cuore di una madre è cattivo: è la sola maternità che ha divinizzato la donna.

Spesso un volto gentile solcato dalle lacrime arresta e colpisce la nostra immaginazione, più che non ne commova il cuore o la mente, perché la gioventù ama di folleggiare col dolore, e non ignora ch’esso la sfugge, e che difficilmente il mattino della vita non è confortato da tutti gli allettamenti della fortuna; ma il pianto che inumidisce le guancie dell’uomo adulto o del vecchio ha in sè qualche cosa di così triste e solenne, che non vi ha dolore abbastanza nobile e potente che possa elevarsi fino all’immensità di quella causa. — Che cosa sono le lacrime? E perché l’età ne inaridisce la sorgente? Perché esse scaturiscono meno da quegli occhi che hanno veduto troppe sventure, e negano il loro conforto a coloro che hanno molto sofferto? Gemme preziose dell’affetto, retaggio esclusivo dell’umanità che le ragioni del cielo e la raffermi nella fede del suo destino gli uomini sdegnerebbero meno di versarvi se conoscessero tutta la sublimità del vostro linguaggio. — Severe e malinconiche negli occhi dell’adulto, vezzose sulle guancie [p. 156 modifica] del fanciullo, ineffabilmente sublimi sul volto della donna amata, voi riconducete più spesso alla felicità che al dolore, e inumidite anche talora gli occhi dei felici.... ma sventurati coloro che hanno veduto piangere una madre!

Mentre Elisa sedeva così sconsolata piangendo, la fanciulla si riscosse e mormorò tra di se: Non ancora!

— A che pensate, Paolina? diss’ella levandosi premurosamente e curvandosi sul letto dell’inferma.

— A Marianna, disse Paolina, e a quell’uomo: verrà egli poi indubbiamente? è oggi stesso? non verrà meno alla sua parola?

— Non temete, mia buona fanciulla, egli sarà qui fra poche ore, e voi dovete essere calma, e ragionevole. Guardatevi da qualunque commozione che possa alterare di più la vostra salute, e ricordatevi che ho acconsentito a questo prezzo al vostro desiderio.

— Sono preparata a ciò, rispose la ragazza, ma temeva che madama Gioconda vi avesse parlato forse d’un suo rifiuto, quando, nell’uscire, vi trattenne sulla soglia dell’uscio per discorrervi sommessamente.

— Essa mi ha parlato invece del vostro segreto, e mi domandava se me lo avete raccontato. Siamo dunque noi due le sole creature che lo conoscano, e quantunque ella sia quella donna sozza e cattiva che voi sapete, non dovete dubitare che ne abusi. Avrete osservato il suo pentimento per tutto ciò che vi ha fatto di male, e fu essa che indusse il marchese ad esaudire il vostro desiderio. Non vi affliggete, Luigi non saprà nulla, è impossibile che egli abbia a sospettare di ciò e prenderne quella vendetta che voi temete. [p. 157 modifica]

— Se io non mi sentissi presso a morire, disse Paolina, non vorrei però persistere in questo inganno; egli saprebbe tutto, e preferirei le conseguenze del suo più disperato risentimento al rossore terribile di questa menzogna. Basta, aggiunse la fanciulla, come parlasse a sè stessa, il cielo non mi terrà conto di questa simulazione, e due zolle di terra buttate sulla mia fossa apriranno un abisso tra le nostre due esistenze, che dovevano essere unite per sempre.

— Ma io vi sgriderò severamente, disse madama Elisa, dando però alla Sua voce la flessione possibilmente più dolce, se voi continuate ad abbandonarvi a questi pensieri.

Paolina la guardò con espressione di riconoscenza, e parve che volesse dire: — io comprendo la vostra pietà, essa mi commuove, ma non giova ad illudermi. Non é qui che morì mia madre? aggiunse ella dopo qualche istante, e su questo letto?

— Sì, rispose madama Elisa, e s’ella vivesse ancora sarebbe ben afflitta di vedervi così ostinata nei vostri timori.

— Sentite, disse Paolina, sì, io sono forse poco generosa nell’addolorarvi con questo presentimento della mia morte, ma perchè dovrei tentare d’ingannarvi e d’ingannare me stessa? Pochi giorni, forse poche ore, basteranno a dissipare questa illusione. Io credo che tutti abbiano in un dato momento la previsione infallibile del loro fine, e che la natura affranga per modo le nostre forze e la nostra volontà, che il timore della morte si muti in una rassegnazione dolcissima e quasi in un desiderio. Voi lo vedete, Elisa, io non ho che diciassette anni; il cielo mi aveva fatta buona e [p. 158 modifica] amorosa, mi aveva dato un cuore affettuoso e gentile, mi avea concesso l’amore di un giovine bello, povero ed onesto; l’ignoranza in cui vissi della vita mi riserbava un tesoro di piaceri sconosciuti finora e vegheggiati soltanto ne’miei sogni; io stava per entrare in un mondo meraviglioso e incantevole: sarebbe dunque ben naturale che io dovessi ribellarmi al mio destino, e pure, non ostante tuttociò, mi vi sento quasi preparata, quasi felice, e direi anche desiderosa di affrettarlo.

Elisa non rispose.

— Ditemi, credete voi all’altra vita? aggiunse Paolina dopo qualche momento.

— Oh sì, replicò Elisa coll’espressione d’una convinzione incrollabile.

— Ebbene, io non vedo più altro motivo di addolorarmi che il vostro stesso dolore; credetelo, mia buona madre, è la vostra tenerezza soltanto che mi può far rimpiangere l’esistenza perchè essa mi dice di quanto affetto voi me l’avreste abbellita. Per me, aggiunse la fanciulla, credo di non aver fatto mai nulla di male al mondo, accetterei la vita se potessi, perché il mio cuore mi dice che ella mi riserbava in esso dei grandi piaceri, ma accetto del paro il mio destino che mi promette delle gioie non meno pure in un altro. Ma, oh Dio! parmi di sentire i passi di Marianna per la scala.

La fanciulla entrò di fatto in quel momento.

— Che notizie avete? chiese Paolina.

— Ottime, rispose la ragazza, levandosi il suo cappello e [p. 159 modifica] soffiandosi sulle mani tutte arrossate dal freddo; non v’era a dubitarne, egli sta bene, e la febbre lo ha del tutto abbandonato: ma v’ha di più: gli si è fatto intendere che il suo processo è finito, e che v’è a scommettere cento contr’uno che è stato assolto per deficenza di prove.

— Oh mio Dio! esclamò Paolina, potessi io vederlo prima di morire. Sì, sì, aggiunse con fuoco, morire anche subito, ora, sull’istante, purchè mi fosse riserbata questa felicità, il cui desiderio mi opprime colla sua tormentosa insistenza.

— Nulla di più facile, disse Elisa, voi lo vedrete; è impossibile che il marchese vi abbia a negare questa grazia quando conoscerà il vostro stato; e s’egli esitasse, io ve lo spingerei colla minaccia d’un’accusa: se non fosse per ciò, voi sapete che non avrei mai acconsentito a questo vostro desiderio. E non avete detto nulla a Luigi della malattia di Paolina? continuò rivolgendosi a Marianna.

— Sì, disse la Mineu, era ben meglio prevenirlo, come voi mi avevate avvertita; ma non accennai punto alla sua gravità, nè alle cause che l’hanno provocata. Egli è quasi tranquillo, e, guardate il bel regalo che vi manda, disse a Paolina, un giacinto azzurro di quei doppi, che ha fatto crescere egli stesso in una piccola ampolla d’acqua sulla sua finestra.

Paolina lo avvicinò alle labbra, ne aspirò il profumo, stette qualche tempo raccolta e silenziosa come pensasse a qualche cosa lontana e diletta, poi si pose a piangere, dicendo: O Marianna, egli è un assai triste dono quello che voi mi avete recato. Io era rassegnata, io era tranquilla sul mio [p. 160 modifica] destino; questo fiore ha distrutto tutto, ha dissipate tutte le mie forze; esso mi richiama dei sogni troppo incantevoli, delle scene troppo deliziose, perchè io possa ancora rinunciarvi. Oh la vita, la vita, la mia gioventù! Luigi, il mio amore!... non vi ha dunque più nulla per me? devo io dunque inesorabilmente morire? Dio! come tutto mi par bello e lusinghiero in questo momento!... questo cielo così limpido, questo sole così puro, questo fiore così delicato, questo tumulto festivo della folla.... sentite, sentite quanti felici.... e morire così giovine.... morire ora quando è vicina la primavera.... e le rondini tornano, e i prati tutti verdi, e le siepi tutte fiorite, e lui sovrattutto, lui libero e bello, e affettuoso come nei giorni avventurati del nostro amore.... Oh mio Dio, mio Dio, ma ciò è troppo orribile! disse la fanciulla coprendosi il volto col fazzoletto come per soffocare il singhiozzo e le lacrime.

E dopo un istante aggiunse con impeto rialzandosi:

— Per carità, Marianna, portate nell’altra camera quegli uccelli, essi mi straziano col loro canto, chiudete le imposte, che io non veda nulla, che io non senta nulla di ciò che mi può far amare la vita. E prendete anche questo fiore, e lo metterete così avvizzito come sarà, nella mia fossa, perché non è egli forse un fiore da morto? Luigi ha presagito e confermato il mio destino mandandomelo.

— Oh! calmatevi, le disse Elisa singhiozzando.

Paolina le porse la mano in atto di chiederle perdono, e disse con tuono di voce più calmo: — Avrei uno strano desiderio, vorrei vedermi in uno specchio. [p. 161 modifica]

Marianna distaccò dalla parete uno specchietto ovale, e glielo porse tremando.

— Dio! quanto pallida, disse Paolina, quanto mutata! io più non mi riconosco. Egli è doloroso che la morte non uccida tutto ad un tratto, ma con questa lentezza crudele, e ne faccia conoscere la sua potenza dissolvitrice prima di distruggerci. Sì, io non sono vanitosa, e pure avrei voluto morire come vissi; vedete ora queste labbra pavonazze, queste mie guancie affossate, questi occhi circondati da un solco livido e profondo, e la mia fronte pallida come un cero, i miei capelli che sembrano già avere in sè qualche cosa di inaridito e di morto.... ah! prendete, prendete, esclamò la fanciulla rabbrividita, lasciandosi scivolare lo specchio dalle mani.

Esso cadde sul pavimento e si ruppe: quel rumore acuto, improvviso, seguito da un silenzio profondo, aggiacciò il cuore delle tre donne.

— E devo pure avvertirvi d’un mio desiderio, riprese Paolina. Quando io sarò morta, e che l’inverno sarà meno rigido, lascierete andare quegli uccelli; fu una crudeltà la nostra nel ritenerli finora così imprigionati: forse qualcuno di loro verrà a posarsi inconsapevole sulla mia croce e lo sentirò ancora a cantare dalla mia tomba. Quale profonda malinconia nella natura! Sentite voi come si lamentano queste campane che sembrano pianger meco, e questo gocciare monotono delle gronde dentro i canali? Parmi che tutto gema sul mio destino e lo affretti.

A questo punto ella prese a vaneggiare con parole [p. 162 modifica] disordinate e interrotte, e il suo respiro, profondamente affannoso, lasciava presagire non molto lontano il suo fine.

Erano trascorse alcune ore, quando un rumore di passi sul limitare della porta fece trasalire le tre donne.

— Da ciò che ne disse madama Gioconda, debbono essere questi i suoi alti appartamenti, diceva una voce aspra e ben nota.

Paolina l’udì, rinvenne, si rialzò sbigottita e ricadde sul suo guanciale. Elisa le si avvicinò e le disse: abbiate coraggio, Paolina, abbiate forza, lasciate parlare a me, fate conto che non vi sia, e rimase così curvata sul letto, come per nasconderle colla sua persona la vista del suo seduttore.

Intanto il marchese di B. era entrato col conte di F. nella camera, e mentre si accingeva a dire: eccomi qua, che si desidera da me? dov’è questa malata? vide di profilo madama Elisa.

— Per il cielo! diss’egli, fregandosi gli occhi, parmi di conoscere quella donna; datemi per un momento il vostro pince—nez, caro conte.

In quell’istante Elisa si rivolse e rimase immobile e atterrita nel riconoscere il marchese. Si guardarono lungo tratto silenziosi: egli volle ostentare una indifferenza mal simulata, ma il sangue di quella donna le rifluì al viso, e sconvolse per un momento la sua ragione. Essa fece atto di avventarsi contro di lui, poi si trattenne e disse: — Non siete voi il seduttore di Anna, il finto duca di Saint—Aubaine? sciagurato, ecco vostra figlia!

— Mio padre! gridò Paolina rialzandosi convulsivamente [p. 163 modifica] sul suo letto, e dato un urlo orribile e straziante, ricadde inanimata sul suo guanciale.

Marianna ed Elisa si precipitarono sopra di lei, tentando di richiamarla alla vita colle loro lacrime, colle loro grida, colle loro carezze; ma era troppo tardi: una striscia sottile di sangue comparve sulle sue labbra illividite ad attestare che la crisi della sua malattia era compiuta. Allora Marianna svenne, e cadde accosciata sullo spazzo. Elisa sentì tutto l’ardore della sua gioventù, tutta la sofferenza del suo dolore lungamente represso, prorompere ad un tratto, e infuocare nella sua anima quasi virile la passione inebbriante della vendetta. Stette in forse di scagliarsi contro di lui e di contendergli una vita che aveva contaminata con mille delitti. Il conte la comprese, e volle prevenirla, dicendole:

— Diamine, se avessi saputo che era sua figlia!...

Elisa conobbe allora che il disprezzo doveva frenare la sua passione, e che a lei donna e madre non era concesso di appagarla.

— Sciagurato, gli disse, miserabile sciagurato; rammentatevi di Anna, di quella povera fanciulla ingenua e pura che avete sedotta, e poi uccisa col vostro abbandono. Costei, vostra figlia, quest’angelo è qui ad attestare col suo terribile silenzio come foste un amante ingeneroso, non meno che un padre snaturato e crudele. Ma se la giustizia degli uomini non può in alcun modo colpirvi, queste due vittime reclameranno contro di voi ad un altro tribunale a cui non vi potrete sottrarre. Andate, non offendete più oltre colla vostra persona questo santuario dell’amore e della sventura: [p. 164 modifica] il più vile degli assassini si sentirebbe contaminato dalla vostra presenza.

— Laida e sfrontata mezzana, le rispose il marchese, ringraziate la mia alta posizione sociale, che non mi permette di punirvi come meriterebbe la vostra sfacciata impudenza. Che intendereste voi di farmi credere con questa storiella? E cosa è questo tranello in cui sono stato condotto? Che ho avuto io di comune con voi e con questa vostra sgualdrina? Siatemi obbligata e molto della mia indulgenza generosa, che si limita soltanto a disprezzarvi.

Elisa si appoggiò presso il cadavere di Paolina, torcendosi le mani, e chiedendo al cielo la forza di sopportare gli oltraggi di quell’uomo scellerato e perverso.

Allora il marchese, approfittando di quel momento di noncuranza, si rivolse al suo compagno e gli disse:

— Venite, venite, caro amico, usciamo di qui, andiamo da Biffi a prendere un bicchiere di mélange; questo spettacolo mi ha tutto sconvolto.

E aprendo l’uscio con violenza, lo rinchiusero dietro di loro, e discesero rapidamente le scale.

È oltre la mezzanotte, superiamo un ribrezzo superstizioso, entriamo nella stanza di Paolina, andiamo a contemplare le prime traccie della distruzione sopra un volto avvenente di diciassette anni. — Chi di voi, miei lettori, non ha vegliato una notte presso un cadavere? — Le idee della vita scaturiscono inesauribili dall’immagine della morte: il volto di un defunto è un immenso poema, in cui le anime sensibili leggono le pagine più recondite del loro destino. — Vi ha [p. 165 modifica] nulla di triste nell’aspetto calmo e dignitoso della morte: gli uomini dormono come si muore, e muoiono come si dorme; perocchè chi può conoscere se i sogni non allietino il sonno eterno della morte? — Sono trascorsi cinquemila anni, e la morte tace.

Spesso in quei giorni tumultuosi che accompagnano il passaggio dall’adolescenza ad un’età più matura, in cui si compiono le più grandi rivoluzioni della vita, e muore il fanciullo per nascere l’uomo, basta il vegliare una notte interrogando un defunto, per sentirsi riconciliati coll’esistenza. Nessuno sfugge a quel linguaggio, nessuno lo dimentica più nella vita. — La scienza dei libri è vacua e impotente per ciò solo che la scienza del cuore non fu mai scritta in alcun libro, e Iddio non ne concesse l’espressione che alla natura.

Tutti gli slanci del genio e delle passioni, tutte le nostre aspirazioni più nobili, tutti gli affetti che tendono alla Divinità e all’infinito, cagionano in noi uno sforzo di estrinsecazione così violento, che si è talora tentati di desiderare istantaneamente la propria distruzione per ottenerla. Ciascuno di noi, io credo, ha sentito in sè l’esistenza di queste due vite, la lotta di queste due potenze; ciascuno ha provato quel desiderio che opprime tutti gli uomini di gettarsi fuori di sè stessi. — La morte compie essa sola questa separazione, onde l’uomo la desidera in tutta la sua esistenza senza aver ben conosciuto e definito questo arcano desiderio. I materialisti, come coloro che sfuggono in parte a questa aspirazione, devono appartenere a quella classe d’uomini le cui facoltà intellettuali ottennero dalla natura uno sviluppo [p. 166 modifica] tardo o incompleto. — Essi non hanno però che dubitato, e dubitando credevano, perocchè io domando: havvi un uomo che abbia avuto in tutta la sua esistenza il convincimento assoluto o immutabile di una sola vita?

Paolina è distesa sul suo letto; la morte, riconciliata con lei, sembra averle ridonato, come un nemico generoso, ciò che le tolse: le tinte della salute, la mollezza dei profili, la lucidità delle chiome, lo stesso sorriso della felicità, tutte le apparenze della giovinezza; si direbbe che sia rimasto in lei qualche cosa di sensibile e di vivo per sorridere e rallegrarsi ancora sul suo destino. L’aspetto vago e sorridente che acquistano tutti i defunti dopo la morte merita di essere profondamente osservato; esso direbbe troppo grandi cose, se gli uomini avessero cuore per intenderle e se la baldanza della felicità non rifuggisse dall’ascoltarle. — Avvi però l’occhio inerte ed immobile che nulla riacquista più della vita; la natura lo chiude nella morte come nel sonno per celarne l’espressione spaventevole. Oh le tenebre!... Egli fu un grande pensiero quello che trasse gli antichi ad illuminare le tombe! Chi non direbbe che la vita sia nella luce?

Alcuni ceri illuminano la stanza di Paolina, due lunghe liste di drappo nero ne ornano gli stipiti della porta; essa veste un abito bianco, il suo capo è circondato di una corona, il volto ricoperto di un velo,. le sue mani stringono una piccola croce e un fiore di giacinto avvizzito; essa sorride.... a chi sorride?... forse al suo spirito che le aleggia d’intorno, e non sa trattenersi dal contemplare quelle forme [p. 167 modifica] meravigliose dove aveva eletta la sua dimora. Non udite voi qualche cosa che assomiglia ad un bisbiglio sommesso, come la modulazione delle corde di un’arpa accarezzata dal vento? Egli vola e vola, irrequieto, agitato, incostante, lambisce le guancie della fanciulla, ne bacia il volto purissimo, si posa sulle sue labbra socchiuse, si tuffa in tutti i calici dei fiori della sua corona.... oh quella separazione è terribile! la povera anima non sa distaccarsi da lei; essa le rimarrà d’appresso fino alla sua dissoluzione, fino a che i fiori di quella sua corona di sposa non chiudano per sempre i loro petali avvizziti e disfatti. Oh! egli è un triste connubio quello che gli uomini hanno fatto della morte coi fiori. I fiori sono una cosa troppo pura, troppo leggiadra, troppo sublime per la terra, e Iddio non dovea crearne che per il cielo!

E vedete ora voi quelle forme incantevoli che direste scolpite da Fidia? quei contorni indecisi come di un oggetto tremolante in un raggio di luce? quelle chiome abbondanti e finissime, quel naso di vergine greca, quelle guancie intatte, quella bocca pura e riunita, come un bocciuolo non tocco ancora dalla rugiada, tutto ciò che avrebbe popolato i vostri sogni di mille visioni vertiginose, e la vostra vita di godimenti forse appena concessi agli immortali? — Ebbene, l’opera di pochi giorni basterà a dissolvere quella bellezza; sollevate allora quel velo che la nasconde, e vedrete spariti orribilmente quegli occhi che vi parlavano un linguaggio infinito, e il verme affacciarsi da quelle narici, la cui mobilità tradiva una natura voluttuosa e infuocata: [p. 168 modifica] ardite di svolgere le pieghe inumidite del suo lenzuolo funerario, e vedrete quel seno vellutato di donna ripiegarsi e rivestire le forme dello scheletro, e le vostre dita si arriccieranno pel ribrezzo al contatto di quella pelle viscida e oleosa, ove la vostra bocca non avrebbe esaurita mai la sua sete di baci e di profumi.

Ma se tale è il destino della bellezza e della vita, dovremo noi aggiungere, anche dello spirito?

Forse eccitati da questo dubbio, gli uomini approffittano saviamente dell’esistenza e raccolgono tutti quei fiori che la fortuna lascia cadere sui loro cammino. Ciascuno di noi ne porta seco nascendo la sua corona, e sono le illusioni, sono gli affetti, sono gli slanci nobili e generosi, sono sovrattutto gl’inganni — poveri fiori che si distaccano e cadono ad uno ad uno, e non lasciano quasi mai che un serto pungentissimo di spine; ma ve n’ha un’altra ancora per l’uomo, quella che ciascuno si compone da sè stesso coi fiori che raccoglie passando sulla sua via, e si chiamano amori, piaceri, incostanze, godimenti, follie; fiori che crescono a migliaia nel giardino della vita, e chiunque non ha che a chinarsi a raccoglierne, quando pure una segreta predizione [p. 169 modifica] del martirio non gli faccia portare con orgoglio le spine che gli sono rimaste della sua prima corona.

Ma gli accorti compongono la parte più numerosa della nostra grande famiglia, e i fiori della vita vengono raccolti a piene mani, e quelli sovra tutti, il cui profumo ha la virtù di asfissiare la coscienza, questo fantasma miserabile, questo bruco assiduo che li rode e li consuma, e quante volte sembra spento, rinasce, come le teste dell’idra favolosa a divorarli.

Il carnevale è la vendemmia di quei fiori.

Avete mai passato un carnevale a Milano? E sapete cosa è Milano? Come si vive, come si respira, come si pensa, come si ama, come si folleggia, come si soffre, come si piange in questa città, e per quale vie vi si entra nella vita pubblica?

I Milanesi sembrano aver sciolto il quesito se Epicuro sia stato il sommo dei filosofi e Democrito il più saggio degli uomini. La religione si è curvata d’innanzi ai loro costumi; il loro culto vacilla come briaco, perpetuamente oscillante tra l’osteria e l’altare, e i loro santi hanno buttato nel trivio il loro ramo di olivo per raccogliere un tralcio di pampino e farsene una corona da satiro. Bonnet avrebbe trovato qualche notevole specialità nella robustezza dei loro organi digestivi, e fors’anche qualche imperfezione nel loro viscere del cuore; ma gli anatomisti non furono che anatomisti; Lavater e Gall erano sognatori pedanti, e noi lasciamone il giudizio a qualche moralista imparziale.

Vi ha un’epoca dell’anno, in cui gli uomini vergognati di [p. 170 modifica] portare quella maschera che la società impone loro fino dall’infanzia, vogliono essere e parere quello che sono, e festeggiano questa apoteosi della verità con tutti i mezzi di piaceri possibili nella esistenza. Il carnevale è la pagina più vera di questa immensa epopea della vita sociale, e il carnevale di Milano è il periodo più splendido di questa pagina.

Oh le care follie di quel tempo! le avventure d’amore inattese, l’obblio assoluto del dolore, la dolce spensieratezza dell’avvenire.... egli è ben vero che venti anni non si hanno che una sola volta nella vita. Ma torniamo a quei giorni almeno col pensiero, torniamoci colla memoria, questo fuoco sacro che ne alimenta la fiamma dell’immortalità, e riproduce come attraverso ad un prisma meraviglioso le immagini sepolte del passato. L’obblio!... ah no.... l’uomo non lo dovrebbe desiderare: l’obblio è la morte, è il nulla. Ciascuno di noi, quand’anche non avesse che orribili patimenti a rammentare, si è composto come un idolo del suo passato, e spazia colla mente su quel tempo che dilata i confini della sua esistenza, e lo rende nell’immensità del suo pensiero simile ad un Dio. Oltre di che il dolore soltanto è veramente nobile e grande, e fertile di sommi ammaestramenti, e giustamente orgoglioso di sè stesso, mentre la felicità non è che una piccola e meschina cosa ed inadatta alla natura degli uomini.

Il Carnevale di quell’anno fu splendido ed animato più che nol fosse mai stato dapprima: vi si festeggiava l’annessione delle antiche Provincie, ed esse vi avevano pagato il loro [p. 171 modifica] tributo: erano le loro bellezze più incantevoli, erano le bottiglie del Monferrato e i fiaschi di Montepulciano che vi rappresentavano la parte produttrice e prodotta del paese; ma non è a dirsi come quelle donne impallidissero d’innanzi alle Muse celebrate di quell’Olimpo.— Milano è la patria della bellezza.

Noi rinunciamo ad una descrizione più estesa. — Figuratevi il frastuono di quell’ultima giornata — le grida, le urla delle maschere, — il moto assordante delle carrozze — poi i coriandoli che fioccano a sacchi dalle finestre — manate di confetti che vi colpiscono nel viso — gruppi di fanciulli che vi si buttano tra i piedi a raccoglierli — una mostra di testine bionde dai balconi che vi seduce — qualche piedino incauto che si scopre, un estatico che lo ammira, e un arancio lì pronto che lo colpisce d’improvviso e gli caccia bruscamente il cappello nelle spalle — una mano bianca e misteriosa che vi getta con delicatezza un confetto magnifico, e un indiscreto di dietro che ve lo piglia al volo — ; una grossa maschera che passa correndo, vi saluta e vi schiaccia un piede — un prete bersagliato da tutti i proiettili che si ripara indarno bestemmiando sotto le porte un eccentrico che cala dal balcone un frutto candito appeso ad un filo, e batte sul naso agli inquilini del balcone sottostante: cento mani si agitano per afferrarlo, e il confetto risale — una società di filantropi spazzatori che coll’occhialino all’occhio e colle gravi maniere di perfetti gentiluomini, vi salutano e vi chiedono licenza di pulirvi l’abito — un nervoso che fugge a casa maledicendo i rumori — un [p. 172 modifica] ubbriaco che vi si rovescia addosso — un coriandolo sciagurato che vi accieca di un occhio..., ma io non finirei più se volessi raccontare tutte le peripezie di quella giornata.

Verso le quattro ore di quella sera, chi si fosse trovato sul largo della piazza del Duomo, avrebbe veduto la folla arretrarsi, tacere un istante, poi allontanarsi con un senso di pietà e di disgusto. Era il feretro di Paolina che’usciva dalla piccola porta (ora atterrata) del coperto Figini, e s’avviava lentamente al cimitero. Un solo sacerdote, quattro operai, e alcune donne componevano il corteo funerario; Luigi li seguiva da lontano. Ma come era egli uscito dal carcere? Nella sera del giorno antecedente, il direttore lo aveva fatto salire nella sua camera, e dopo avergli letto il verbale che lo dichiarava assolto per mancanza di prove, gli aveva detto: — mio caro prigioniero, voi siete in libertà fino da questo momento: egli è a deplorarsi che la legge non abbia ancora trovato modo di sopperire alla misura del carcere preventivo, o almeno di compensarlo ne’suoi danni, ma voi siete giovine e vigoroso, e troverete presto del lavoro; andate, pensate a fare un poco di pazzie in questi due giorni; ne avete tutto il diritto, e stassera datevi un po’di buon tempo al veglione.

Noi non abbiamo parole a descrivere la sua tremenda sorpresa, il suo dolore forsennato e selvaggio: la parola è nulla d’innanzi a certi dolori che ne straziano il cuore e sconvolgono la nostra ragione, pure facendoci meravigliare come non abbiano il potere di uccidere. Lo stato di lui, di Marianna, di Elisa sfugge a qualunque manifestazione. [p. 173 modifica]

Il feretro di Paolina poteva aprirsi a stento una via tra la moltitudine, i coriandoli piovevano a nubi sulla coltre di velluto nero che copriva la bara; taluno scorgendo un sacerdote, si affaccendava a dirigervi tutti i suoi colpi, poi avvedendosi che egli accompagnava un defunto; si arrestava mortificato. Si passò lungo una via dove sopra un balcone guernito di fanciulle, si scorgevano le antiche compagne di Paolina, e quella dispettosa Caterina e madama Gioconda, tutte arrossate nel viso e coi capelli in disordine, intente ad una lotta accanita contro il balcone dirimpetto; ma nessuna di loro vi avea posto attenzione: solamente una donniciuola del popolo, vedendo sulla cassa una corona di fiori bianchi, ed il corteo di sole donne, aveva esclamato: poveretta! è una fanciulla....

Ma noi non accompagneremo Paolina in tutto questo triste viaggio: esso fu compiuto come tutti lo furono, come tutti lo saranno. Luigi assistette immobile alla sua sepoltura, senza una lacrima. Vide posare la bara sul terreno, scoprirla del suo panno funerario, vide quella cassa bianca di pioppo e alcuni capelli della povera morta uscire dalla combaciatura delle tavole, vide lì presso la fossa che attendeva la sua preda, e udì il rimbombo delle zolle che si ammucchiarono in un attimo sopra di lei e la rapirono per sempre al suo sguardo. In quel terribile silenzio di cimitero, il rumore del popolo festeggiante giungeva come un’eco lontana al suo orecchio, vi giungeva come un insulto, vi suonava come un infame provocazione. Ho io un nemico? chiese Luigi a sè stesso, e pensò che se avesse potuto versare del sangue si sarebbe sentito sollevato. [p. 174 modifica]

Rientrò in città che la sera era già buia e la folla si diradava nelle vie: egli pensava a Marianna e ad alcune parole sfuggitele nel suo vaneggiamento, un terribile sospetto incominciava ad impadronirsi della sua anima: — e s’egli fosse colpevole? ma non lo è egli già stato? lui..., quell’uomo che ha fatto versare tante lacrime a quell’angelo, che ha avvelenato la pace confidente del mio amore.... egli, quell’abbietto, che forse.... ma a quel punto un dolore improvviso lo tolse alla sua meditazione, una manata di coriandoli lo aveva colpito di pieno nel viso. Luigi non vide più nulla, si morse le labbra fino a farsi spicciare il sangue, poi si diede a correre come un forsennato verso l’abitazione del marchese, urlando e rovesciando i passeggieri che tentavano di trattenerlo lungo la via. Ma non di meno, salite le scale del palazzo, si sentì come arrestato ed intimorito da quell’aspetto di grandezza — egli che usciva allora da una prigione umida, angusta, sotterranea — e chiese con voce risoluta, ma calma:

— È in casa il marchese di B?

— È partito stamane, rispose pronto un domestico che n’era prevenuto, è andato a prendere le ceneri a Notre—Dame di Parigi.

Il giovine discese lentamente le scale e per una di quelle reazioni improvvise che succedono spesso nelle nature sensibili e buone, si sentì a un tratto mutato: sentì nel suo cuore come un gruppo, come qualche cosa di duro che doveva stemperarsi e disciogliersi: uscì sulla strada; tutto era silenzioso, i fanali riflettevano la loro luce su quegli strati [p. 175 modifica] bianchi di gesso, buttativi dai balconi, guardò il cielo.... era sereno, le stelle brillavano numerose.... egli comprese allora che la natura aveva vinto e che le sue lacrime stavano per prorompere. Ma così.... sulla via.... piangere sulla via! — perocchè egli aveva bisogno di piangere molto, di piangere fino a morirne: — si guardò tutto all’intorno, non vide alcuno: entrò sotto l’atrio di una porta, le cui grandi imposte aperte non erano tanto avvicinate alla parete che non vi potesse stare un uomo celato: egli si nascose in quell’angolo, vi si inginocchiò, vi pregò e vi pianse coll’abbandono di un fanciullo.

Alcune ore dopo nell’uscire s’avvide che era stato altre volte in quella casa, e si rammentò che un suo vecchio compagno d’infanzia, un pittore valente di paesaggio, vi abitava da lungo tempo una soffitta.

Il bisogno di confidenza e di conforto lo spinse a salirvi, e trovò quel suo amico intento ad affastellare alcuni oggetti in un baule e preoccupato da qualche idea profonda e tormentosa.

— Che? sareste voi in procinto di partire? gli chiese Luigi.

— Sì, disse l’altro, e per sempre. L’unico oggetto che mi tenesse ancora allacciato alla vita, mia madre, morì di stenti e di crepacuore in questa soffitta. Che devo io farvi? Non è della gloria che io cercava alla società: era pane, e mi fu rifiutato, perchè le arti e le lettere devono subire in Italia il destino delle povere fanciulle del popolo: devono prostituirsi per vivere. [p. 176 modifica]

— E dove state per andare?

— Sentite, disse il giovine, in atto di confidargli un mistero: si tenterà fra poco un colpo di mano sulla Sicilia: un nucleo di valorosi guidati da Garibaldi approderà inaspettato a quell’isola; noi ci raduneremo a Quarto, io sono del numero, e se voi volete seguirmi...

— E che faremo colà? chiese Luigi.

— Là si muore, rispose il giovine con freddezza.

Luigi gli porse la mano, e disse: il nostro patto è sancito.

Nell’autunno del 1863 io abitava una piccola camera nella via di Saint—Honoré a Parigi. Più volte affacciandomi alla finestra nelle ultime ore della sera, aveva veduto entrare nel negozio di mode dirimpetto una giovine curva e pallidissima, ma non spiacevole del viso, e con occhi che rivelavano molti dolori, e una intelligenza profonda e sofferente. Mi nacque desiderio di conoscerla, e un giorno vi discesi, e mi vi trattenni lungamente; la comunanza di patria stabiliva tra noi un grado di affinità tutta speciale, e fu così che divenni a poco a poco l’amico e il confidente di madamigella Marianna, la piccola Mineu del nostro racconto.

Fu in una sera di malinconia e di abbandono che essa [p. 177 modifica] mi narrò la storia che io ho raccontato, e aggiunse che dopo una terribile malattia di molti mesi, si era rassegnata alla perdita di Paolina, di cui aveva ereditata la piccola dote, ed era venuta a Parigi con madama Elisa che l’aveva adottata per figlia. Ma dopo un anno di soggiorno in Francia, aveva abbandonato l’ago pei libri, e ottenendo un posto di maestra di scuola in una casa di educazione femminile, aveva realizzata la migliore e la più insistente delle sue aspirazioni.

— E Luigi? le chiesi io quando ebbe finito.

La giovine non rispose, salì nella sua camera e ne discese poco dopo mostrandomi una medaglia appesa ad una fettuccia azzurra, e una pagina d’un Bollettino militare ove lessi: «Medaglia d’argento al valore militare a Luigi *** della spedizione dei mille, luogotenente nella brigata Cosenz, morto nella battaglia di Cajazzo al Volturno, il 22 settembre 1860.»

Pochi mesi dopo il mio ritorno da Parigi, il mio cuore doveva essere amareggiato da un’altra sventura. — Io amava Marianna come si ama una sorella. — Quella fanciulla si uccise con asfisia nell’inverno del 1864 per una passione d’amore non corrisposta; nè aggiungerò ora cosa alcuna di lei. — I casi della sua vita formeranno argomento d’un altro mio racconto.

Quelle tre creature non erano create per la terra, e Iddio volle farne degli angeli.

Fu, come dissi, nel contemplare un giorno le rovine del coperto dei Figini, che mi venne in mente di scrivere questa istoria, che avea conservato fino allora nel mio cuore [p. 178 modifica] come un segreto santissimo di famiglia. Ma la morte di Marianna mi scioglieva dall’obbligo del silenzio.

Ora le traccie di quegli avvenimenti sono sparite, il teatro di quegli affetti e di quelle sventure è sottratto per sempre alla vista degli uomini. — Tutto finisce, e di tante speranze, di tanto amore, di tanta bellezza non rimasero che tre sepolcri ignorati. Ma dovremo noi credere che sia tutto inesorabilmente finito?

Una vaghezza di malinconia mi trasse pure un giorno a visitare la tomba di Paolina. — Essa è sepolta nel cimitero del Gentilino — alla sinistra della porta, non più in là di venti passi dallo stipite lungo la parete non vi ha che una croce nera senza iscrizione, e se pure esistono tuttora, mentre io scrivo, alcuni steli disseccati di un rosaio che non ha attecchito.

Nel mio ritorno in città una grande carrozza da caccia a due pariglie veniva verso di me, sollevando un nembo di polvere lungo la via. Tra quella brigata di cacciatori, distinsi il conte di F. e il marchese di B. che urlava ad alta voce: sì, vi ripeto che non è difficile come voi dite, quella ragazza sarà mia fra otto giorni: ne vanno cento napoleoni.

— Voi perderete la scommessa, diceva un’altra voce.

— Ne vanno duecento, replicava con insistenza il marchese.

— Presto, presto, aggiunse il conte di F. — finiamola — sferza cocchiere e affrettiamoci alla fattoria.

fine.


















LA FAVA BIANCA E LA FAVA NERA

Era il dì dell’Epifania — un giorno come un altro per gli eretici, ma non per i ghiotti — e si mangiava la torta, una torta di proporzioni assai pIù modeste di quella che si compiacque di descrivere il Tarchetti, ma che celava anch’essa pretensiosamente le sue fave.

Il fuoco allegro, che scoppiettava nel camino, ci riscaldava in tre, non importa dire il dove ne il nome della terza persona, ma non si era molto disposti al buon umore, e io credo che le due fave venissero accolte con tiepidezza. Erano due fave disgraziate, e ne facemmo l’osservazione sorridendo.

Quel sorriso sprigionò la vena; non si fecero le grasse risate, ma si cianciò lungamente accanto al fuoco; si cominciò dai re e dalle regine e si andò a finire nella letteratura, argomento poco faceto in tutte le età della vita, ma non mai pauroso per chi, non ancora arrivato alla trentina, sa conservare un po’di febbre dei vent’anni. Si fecero mille propositi, e si rivide o si credette di rivedere in lontananza un fantasma, a cui da un pezzo si aveva avuto il buon senso di voltar le spalle — si ridivenne fanciulli, si sognò ad occhi aperti.

— Mi viene un’idea, esclamò Ugo, farò un romanzo intimo, e lo intitolerò Il Re e la Regina — e saran le due fave.

— Intitolalo La fava bianca e la fava nera, dissi io — e saranno il re e la regina.

— Benissimo — e il re e la regina o le due fave saranno due adolescenti, che innamoratisi sul serio, finiranno col suicidio.

Non se ne parlò altro.

Quindici giorni dopo, Tarchetti stava male, ma non aveva dimesso il pensiero della Fava bianca e la fava nera, e me ne disse la tela in poche parole. La tela! I romanzi del Tarchetti non hanno una vera tela; le trame sono le passioni, e gli episodi nulla più che nuovi aspetti delle passioni.

Ancora quindici giorni, e il mio amico stava assai più male, ma mi lesse le prime pagine del suo nuovo romanzo, per fantasticare il quale, rimandava di giorno in giorno la fatica di un capitolo mancante della Fosca, allora in corso di pubblicazione. Pur troppo, lo scrivere gli era di venuto una fatica!

Sapete il resto; poco dopo Tarchetti morì, lasciando poche pagine del nuovo romanzo invece di quelle della Fosca. Ora, ecco in quattro parole il compendio dei capitoli che dovevano succedere al primo.

Faustina, la ghiotta Faustina che pizzica la torta e crede ai Re Magi in virtù dei confetti, doveva essere la regina; il giovinetto malaticcio, nipote di quel Teodoro, che è presentato ai lettori sotto l’aspetto poco lusinghiero d’una spugna, doveva essere il re. I due preferiti dalla sorte dovevano innamorarsi pazzamente, puerilmente e, dopo una serie di contrasti, scegliere di morire insieme e compiere l’ultima scena della loro tragedia cogli apparati d’una festa.

Credevo di doverne dire di più, e m’accorgo d’aver press’a poco ripetuto il già detto; tant’è; i lettori comprendono benissimo che il Tarchetti avrebbe potuto fare con questa tela meschina il suo capolavoro; io ne sono convinto, e so che egli se ne lusingava.

Nel mandare alla pubblicità queste prime pagine di ciò che doveva essere un libro, mi faccio scrupolo di lasciarle tal quali, anche colle picciole mende con cui sono uscite di getto dalle mani dell’autore; troverete il nome di un disegnatore mancante; io ne so dieci e potrei mettercene almeno uno, ma ogni lettore ne saprà cento e ci metterà il suo prediletto.

Del resto, queste pagine si presentano al pubblico meno come un lavoro letterario, che come un documento, e voi sapete che i documenti, per vantarsi fortunati, hanno bisogno di due cose: prima di tutto d’essere scoperti, e poi di non cader nelle mani d’un pretensioso, il quale, col correggerli, ne tradisca l’importanza o il successo, mettendoci del suo.

SALVATORE FARINA.


LA FAVA BIANCA E LA FAVA NERA. CAPITOLO I.

Al signor Francesco Paoli.

«Caro ex— collega ed amico; Ti spedisco col mezzo della ferrovia franco di porto, a domicilio, una scatola contenente una torta, che tu accetterai in contraccambio del panettone che mi mandasti a Natale. Ti scrivo queste due righe dall’ufficio, sotto gli occhi del Capo— sezione, che sarebbe capace d’arricciare il naso, se si avvedesse che sto scrivendo una lettera particolare. Perciò, non mi tratterrò lungamente. Dicono che la capitale sarà trasportata a Firenze. In questo caso chiederò anchio il mio ritiro; mia moglie vorrebbe dissuadermi, ma credo che avrà difficoltà a riuscirvi. Firenze è forse una bella città, lo è anche Torino; ma Milano è Milano.

Tu mi capisci.

Addio, la mia Giorgetta fa un bacio alla tua Faustina. Io ti abbraccio con tutto il cuore.

Il tuo vero amico DOMENICO BARTOLAMI.»


Il signor Francesco Paoli non avrebbe mai immaginato, nel leggere questa lettera, che il suo vecchio compagno d’ufficio, avrebbe voluto sdebitarsi sì largamente del dono che gli era stato fatto a Natale. La torta, che aveva ricevuto in quell’istante, era qualche cosa più che una torta, era un capolavoro di pasticcieria. Egli non aveva veduto mai nulla di simile, nè nelle vetrine di Biffi, nè nelle botteghe degli offellieri più rinomati. Era impossibile immaginare in quel genere di ghiottoneria qualche cosa di più elegante e, ad un tempo, di più appetitoso. Le dimensioni erano colossali, tanto nello spessore che nell’ampiezza; gli ornati, i disegni, i festoni, condotti in zucchero filato di vari colori, erano degni della matita di ***; il profumo solleticante che ne emanava faceva fede dell’eccellenza della confezione, e della giusta misura che la mano sapiente del pasticciere aveva saputo porre nella mescolanza e nella combinazione dei dolci ingredienti, che la componevano. Quaranta raggi di zucchero rosso, si spiccavano dal centro, e correvano ad ugual distanza verso la periferia della torta, ciascuno di essi indicava il luogo dove il coltello innocente della famiglia avrebbe dovuto incidere, per sezionarla in quaranta fette uguali. Ogni triangolo scaleno, formato dalla divisione delle fette, aveva sapore e colore diverso: quale era coperto da uno strato abbondante di cioccolatte, quale da una specie di gelatina di zucchero a varie tinte ed a vari gusti, come di vaniglia, di menta, di ananas, di pesca, di lampone, di chiodo di garofano, ecc. Attorno a ciascuna di esse correva un ornato, che faceva l’ufficio d’incorniciatura; e in mezzo a quei fogliami, a quei fregi d’ogni forma e d’ogni genere, erano di tratto in tratto, incastonati i pezzetti di frutti canditi, che fingevano, secondo il loro colore, diaspri, opali, topazi, zaffiri e ogni altra sorta di pietre preziose. Alla base di cadauna fetta era un mazzetto di fiori in rilievo, una specie di stucco zuccherino, eseguito con gusto e con industria impareggiabile. Le viole del pensiero, gli amelli, i fiori della memoria vi erano in più gran numero che ogni altro fiore; l’artista pareva aver voluto legare a quel suo capolavoro, destinato a formare la sorpresa e la gioia d’una pacifica riunione di famiglia, un sentimento d’amore, che incendiasse i cuori di coloro che avrebbero mangiato. E questo sospetto poteva trovar la sua conferma nel grandioso medaglione che occupava il centro della torta. Quivi, in mezzo ad una stupenda cornice di marzapane, un piccolo amore color di burro, cogli occhi fasciati da una benda di cioccolatta, trafiggeva arditamente, con uno strale di zucchero, due cuori di pistacchio tinti di rosso.

Dal giorno che il signor Paolo, superate col tempo e colla docilità esemplarissima le traversie della sua carriera, aveva ottenuto il grado di Capo— sezione al Ministero della finanze, ed era riuscito, mercè i suoi risparmi e la dote della moglie, a costituirsi una fortuna rispettabile per un vecchio impiegato in ritiro, un capitale superiore a centomila lire, aveva introdotto bensì qualche abitudine di lusso nella sua economia domestica, ma non aveva veduto mai sulla sua tavola una ghiottoneria di tal genere.

— Magnifica! diss’egli.

— Superba! esclamò sua moglie.

— È una torta veramente principesca! tornò a dire il signor Paoli. Ti piace Faustina?

— Assai bella. È da mangiarsi? chiese la fanciulla. Anche questi bei fiori di zucchero?

— Senza dubbio; sarebbe una pazzia non mangiarla. Non è cosa che si possa conservare.

— Peccato! disse sua moglie. Però....

— Ma che te ne pare di questo signor Bartolami? l’interruppe suo marito. Permettersi una spesa di questo genere! io ne sono addirittura sbalordito.

— Gliel’avranno regalata....

— Ah!... non credo. Non è possibile. Egli non ha conoscenza di persone che possano fare di questi regali. È una spesa che ha fatto di sua saccoccia. E può essergli costata anche un centinaio di franchi....

— Che dici? Di più.

— Eh!... sì, anche di più. Ma quale spensieratezza! Un impiegato a tremila, con cinque figli.... Basta, aggiunse il signor Paoli, con aria di magnanimità, non si guarda in bocca a cavallo donato, cioè..., voglio dire che non siamo noi che dobbiamo fare i conti sulla sua borsa. Egli può anche rovinarsi, se gli piace. Lascia stare, Faustina; come sei ghiotta! prendi quel pezzo che si è distaccato.

— Quando la mangeremo papà? a tavola?

— Mai più! Che diamine! non mancano che due giorni all’Epifania. Ce l’ha mandata apposta. Faremo una piccola festa. Inviteremo i nostri amici, balleremo. Sei contenta?

— Sì, sì, esclamò la fanciulla battendo le mani. Ma.... bisognerà andare a letto per tempo, è la notte dei Re Magi, ed io voglio metter fuori la mia scarpetta.

— Faustina! le disse sua madre con aria di dolce rimprovero. Tu hai compiti i tuoi quindici anni, e mi pare sempre che non ne abbi che la metà. Non fai altro che pensare a queste ghiottonerie. Io so bene che tu non credi più ai Re Magi.

— Se non ci credo, rispose la fanciulla, è perché sei tu che mi hai detto che non era vero. Io ci credeva. Ad ogni modo mi piacciono i confetti e ne voglio. Metterò fuori la mia scarpa anche quest’anno; sì, sì, la metterò fuori.

— Va bene, disse sorridendo la signora Angelica, — tale era il nome di sua madre — staremo poi a vedere ciò che ci troverai dentro.

Faustina alzò le spalle indispettita.

— Via, le disse il signor Paoli, ammiccando d’un occhio con aria d’intelligenza, non ti dar fastidio di ciò, sai bene che a queste cose ci penso io.

La fanciulla, incoraggita da questa protezione, si limitò per tutta risposta a pizzicare la torta colle dita e a portarne via un pezzetto di marzapane.

— Ah! ah! esclamò suo padre battendole leggiermente sulla mano, è tempo di chiuder la scatola. E fece questa proclamazione solenne: se desiderate di darle ancora un’occhiata, vi avverto che sto per mettere il coperchio. La signora Angelica tornò ad avvicinarsi gravemente alla torta, sua figlia si curvò sopra tanto da toccarla col naso; il signor Paoli, colto il momento opportuno, fece scivolare il coperchio sopra la scatola, dicendo:

«Non la vedrete più fino a posdomani; vado a metterla al sicuro nel mio studio, e ve la chiuderò a chiave.

Ma non aveva fatto ancora atto di alzarla che si arrestò come colpito da un’idea improvvisa, e disse scoprendo daccapo la torta:

«Scommetto che ci sono le fave.

— Le fave! esclamò Faustina.

— Sì, è un’usanza.... Si usa nasconderci dentro due fave.... (e s’interruppe per esaminare attentamente le estremità della torta). — Si usa metterci una fava bianca ed una fava nera. La dama cui tocca in sorte la fava bianca è la regina della festa; il cavaliere cui capita la fava nera.... Ma ecco, ecco qui appunto la fava bianca, questo è il segnale, questo bottone di zucchero...., il cavaliere cui capita la fava nera è il re; essi fanno gli onori della festa, ricevono gli omaggi di tutti gli altri invitati, aprono il ballo, dirigono i giuochi, impongono le penitenze; il re e la regina hanno pieni poteri su tutta la società; e quei riguardi, che si devono l’un l’altro sono in certo modo obbligatori per tutto l’anno, fino all’Epifania seguente. È una bella usanza; tua madre, mia cara Faustina, è già stata regina due volte; l’ultima volta ha avuto l’onore di avere per re nientemeno che il segretario generale; quattro mesi dopo io ho avuto la mia nomina a Capo— sezione.

La signora Angelica tossì leggiermente e si curvò ad esaminare daccapo la torta.

— Ma.... disse la ragazza, se si conosce in qual fetta è nascosta la fava, nel servire si può darla a chi si vuole.

— Oh! in quanto a questo, rispose suo padre, si fa conto di non saperlo (e guardò sua moglie sorridendo a fior di labbra). Vorresti forse esser tu la regina? Nessuna preferenza.... a chi tocca, tocca. Eppoi, continuò egli, la maggior parte delle volte, non v’è che il segnale d’una fava sola. Qui per esempio.... (e tornò ad esaminar l’orlo della torta), qui non v’è altro segno che quello della fava bianca; la fava nera..., veramente non v’è mezzo di scoprirla; deve trovarsi in una delle fette coperte di cioccolatte; ma ve ne sono parecchie.... me ne dispiace.... avrei voluto.... Faustina, va a veder l’ora alla pendola.

Avrei voluto farla capitare al dottor Bognoli, continuò egli rivolgendosi a sua moglie. Cosa te ne pare, Angelica? Quell’uomo ha delle idee su nostra figlia; e colla sua posizione, col suo talento....

— Potremo però invitarlo.

— Diamine! Non occorre parlarne. E bisognerà fare le cose per bene. Penseremo ai giuochi. Ci vorrà un po’di latte e miele coi cialdoni, è indispensabile. La nostra Faustina sarà proprio una regina. Inviteremo quel caro Teodoro.

— Come vuoi. Ma quell’uomo è una spugna, consuma una quantità di vino che è un orrore. Poi, credo ch’egli abbia ora con sè un nipote, un giovinetto malaticcio, venuto da Pavia, e non so se potrà lasciarlo solo.

— Basta, concluse il signor Paoli, ritirandosi colla scatola nel suo studio, combineremo tutto in questi due giorni di tempo che ci rimangono. Ciò che non so capire è come quel nostro Bartolami....

E finì la frase crollando la testa, e sorridendo con aria d’uomo che non sappia bensì trovare la soluzione d’un quesito, ma che ne sia soddisfatto.

La chiave dell’enimma ch’egli non sapeva risolvere era questa:

Il signor Bartolami aveva avuto quella torta in dono da un applicato che aspirava, colla sua mediazione, al posto di segretario, e a cui era stata regalata dai parenti d’una fanciulla che gli si voleva dare in moglie e fargli credere più ricca di quanto non fosse. Se egli si era risoluto a mandarla al signor Paoli, lo aveva fatto per assicurarsi la sua raccomandazione presso il segretario generale di cui godeva tutto il favore nell’occasione in cui avrebbe chiesto il suo ritiro.

Così quella torta corrompitrice aveva già servito a tre scopi prima d’esser origine dei tragici avvenimenti che stiamo per raccontare. [p. 179 modifica]

LA FAVA BIANCA E LA FAVA NERA

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Era il dì dell’Epifania — un giorno come un altro per gli eretici, ma non per i ghiotti — e si mangiava la torta, una torta di proporzioni assai più modeste di quella che si compiacque di descrivere il Tarchetti, ma che celava anch’essa pretensiosamente le sue fave.

Il fuoco allegro, che scoppiettava nel camino, ci riscaldava in tre, non importa dire il dove ne il nome della terza persona, ma non si era molto disposti al buon umore, e io credo che le due fave venissero accolte con tiepidezza. Erano due fave disgraziate, e ne facemmo l’osservazione sorridendo.

Quel sorriso sprigionò la vena; non si fecero le grasse risate, ma si cianciò lungamente accanto al fuoco; si cominciò dai re e dalle regine e si andò a finire nella letteratura, argomento poco faceto in tutte le età della vita, ma non mai pauroso per chi, non ancora arrivato alla trentina, sa conservare un po’di febbre dei vent’anni. Si fecero mille propositi, e si rivide o si credette di rivedere in lontananza un fantasma, a cui da un pezzo si aveva [p. 182 modifica] avuto il buon senso di voltar le spalle — si ridivenne fanciulli, si sognò ad occhi aperti.

— Mi viene un’idea, esclamò Ugo, farò un romanzo intimo, e lo intitolerò Il Re e la Regina — e saran le due fave.

— Intitolalo La fava bianca e la fava nera, dissi io — e saranno il re e la regina.

— Benissimo — e il re e la regina o le due fave saranno due adolescenti, che innamoratisi sul serio, finiranno col suicidio.

Non se ne parlò altro. Quindici giorni dopo, Tarchetti stava male, ma non aveva dimesso il pensiero della Fava bianca e la fava nera, e me ne disse la tela in poche parole. La tela! I romanzi del Tarchetti non hanno una vera tela; le trame sono le passioni, e gli episodi nulla più che nuovi aspetti delle passioni.

Ancora quindici giorni, e il mio amico stava assai più male, ma mi lesse le prime pagine del suo nuovo romanzo, per fantasticare il quale, rimandava di giorno in giorno la fatica di un capitolo mancante della Fosca, allora in corso di pubblicazione. Pur troppo, lo scrivere gli era di venuto una fatica!

Sapete il resto; poco dopo Tarchetti morì, lasciando poche pagine del nuovo romanzo invece di quelle della Fosca. Ora, ecco in quattro parole il compendio dei capitoli che dovevano succedere al primo.

Faustina, la ghiotta Faustina che pizzica la torta e [p. 183 modifica] crede ai Re Magi in virtù dei confetti, doveva essere la regina; il giovinetto malaticcio, nipote di quel Teodoro, che è presentato ai lettori sotto l’aspetto poco lusinghiero d’una spugna, doveva essere il re. I due preferiti dalla sorte dovevano innamorarsi pazzamente, puerilmente e, dopo una serie di contrasti, scegliere di morire insieme e compiere l’ultima scena della loro tragedia cogli apparati d’una festa.

Credevo di doverne dire di più, e m’accorgo d’aver press’a poco ripetuto il già detto; tant’è; i lettori comprendono benissimo che il Tarchetti avrebbe potuto fare con questa tela meschina il suo capolavoro; io ne sono convinto, e so che egli se ne lusingava.

Nel mandare alla pubblicità queste prime pagine di ciò che doveva essere un libro, mi faccio scrupolo di lasciarle tal quali, anche colle picciole mende con cui sono uscite di getto dalle mani dell’autore; troverete il nome di un disegnatore mancante; io ne so dieci e potrei mettercene almeno uno, ma ogni lettore ne saprà cento e ci metterà il suo prediletto.

Del resto, queste pagine si presentano al pubblico meno come un lavoro letterario, che come un documento, e voi sapete che i documenti, per vantarsi fortunati, hanno bisogno di due cose: prima di tutto d’essere scoperti, e poi di non cader nelle mani d’un pretensioso, il quale, col correggerli, ne tradisca l’importanza o il successo, mettendoci del suo.

Salvatore Farina

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