Parlamento subalpino - Atti parlamentari, 1848/Risposta del Senato del Regno al discorso della Corona
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RISPOSTA
DEL SENATO DEL REGNO
AL
DISCORSO DELLA CORONA
adottata nella seduta del 26 maggio 1848.
Il Senato del Regno, presentandosi al cospetto di V. A. S., inchina nella Vostra persona l’alto Rappresentante dell’Augusto Monarca che vi destinò ad aprire in suo Real nome la prima sessione del Parlamento nazionale, e a dare al reggimento rappresentativo auspicii tali che promettono all’Italia, annunziano all’Europa fausto e glorioso avvenire.
Era al certo turbata la serenità della lunga pace europea da fosche previsioni, da intestino collidersi di ragionevoli popolari voti e di aspre ripulse. La Provvidenza ci preservò dal ricevere questo ammaestramento della sventura: perchè ci concedette nel Principe reggitore dei nostri destini quella sapienza che conosce da lontano tempo i bisogni del popolo, quella magnanimità e quel consiglio che gli appagano in tempo opportuno. Il popolo non reclama quando giustamente spera. E il regno di Carlo Alberto, inaugurato con la libertà civile, svolgeva ogni di, nel succedersi di ottime leggi, di salutari discipline, di generosa protezione ad ogni utile coltura dell’umano ingegno, i semi della politica libertà. Il reggimento rappresentativo fu per altri popoli uno slancio ad altra meta: per noi non fu che un passo.
Udimmo noi le voci di provocata ira; ammirammo la magnanima riscossa, le eroiche fazioni dei fratelli nostri della Lombardia; paventammo con essi, non fosse altro la vittoria popolare che indugio a tremenda vendetta. Fu commosso Carlo Alberto dal cruccioso nostro compianto; e il Re leale, che avea veduto violati già da una vicina potenza, a danno delle sue ragioni, a danno dell’Italia i politici trattati, i quali guarentivano ad ogni Stato di essa la propria indipendenza, dovette anche porger orecchio al grido dell’umanità, che imponeagli di frapporsi tra l’oppressore e le sue vittime; dovette porgerlo all’imperioso consiglio che gli veniva dal sentimento della comune italica stirpe, dalla previsione di comuni nazionali destini, dalla necessità di volgere ad italico beneficio quella ardenza di popolari spiriti, quel movimento di anime sdegnose, che altrimenti sarebbe forse degenerato in italico scompiglio.
Che se fuvvi chi appellò abbandono di politiche obbligazioni questa magnanima risoluzione, perchè se ne accagionerà chi salva, in quanto lo stringersi degli avvenimenti il concede, le sorti italiane, e non chi, avendo potuto in tempi cheti e di lunga prova, onorare la dignità della Nazione, indirizzare faustamente le sue sorti, compiere le larghe promessioni dei giorni pericolosi, conculcò o lasciò conculcare ogni legittimo diritto, ogni ragionevole speranza?
Iddio benedice palesemente le nostre armi: ed il valoroso nostro esercito prende già l’abito di non interrotte vittorie.
Così conceda Iddio che l’abito dei pericoli giornalieri incontrati (oltre ai nostri voti) dal re, sia per noi argomento solo di plauso, non mai di sgomento.
Sia del pari gloria e auspicio per l’esercito l’animo ed il braccio dei Principi di Savoia, mostratisi degni discendenti di eroica dinastia.
Il Senato pertanto acclama animosi, longanimi, valenti i nostri prodi. Egli invoca sopra di essi la celeste protezione; egli confida pienamente nel genio dell’augusto suo capitano e nell’alleanza della fortuna guerresca e della constituzionale risponsabilità, la quale fa che non per la storia sola si registrino le grandi geste, ma per lo Statuto ancora si spieghino.
I prosperi auguri accompagnino l’armata nostra di mare; e il suo stendale, già raccapriccio di barbari, sia oggi conforto a tanti popoli italiani, pei quali la gloria marittima è domestica gloria.
Sia lenimento al dolore di tante famigliari dolcezze abbandonate dall’una e dall’altra milizia, l’animo grande e patriotico dei rimasi nei proprii lari; i quali non lamentano la assenza di tanti amali, perchè il ritorno dei valorosi sarà rallegrato dall’annunzio della compiuta italica liberazione.
Sia pur conforto alla vita del campo, al rischio dei cimenti l’esempio dell’animo virile, della costanza di cuore zelante che la milizia cittadina spiega sotto ai nostri occhi, nel proteggere in ogni parte dello Stato l’ordine pubblico. Forti petti vanno incontro ai nostri nemici: forti petti rinfrancano chi rimane.
La Sardegna ha abbandonato volonterosa il retaggio delle antiche sue instituzioni; funesto certamente, se avesse esso durato in questo lume di tempi, in questa fortuna di vicende tutte fauste per lei, tutte promettitrici di quel rifiorimento che è talvolta malagevole a trattare fra soci, sicuro sempre tra fratelli.
La Savoia ha incominciato la sua era costituzionale, cimentandola. Gelosa del glorioso vessillo dei suoi reali, fiera delle tradizioni del suo valore, fremente per l’onta minacciatale da insane bande raccogliticce, le quali osarono sperare che la sorpresa opererebbe ciò che opera il timore, mostrò in poche ore, come all’impeto dei ribaldi soprasta in ogni incontro l’impeto, anche disordinato, dei fedeli.
Il nostro concorso sarà sempre spontaneo e caloroso per conservare alla monarchia, in ogni qualunque evento, questa importante e nobilissima sua provincia.
La Liguria, che scende in campo con la storica sua valentia,
e col generoso slancio del suo popolo per la causa italica, stringe la destra ai confratelli suoi politici; e mettendo in comune
con essi i molti interessi che a noi l’univano, gli affetti,
le simpatie, le fraterne sorti inseparabili toglie ai nemici nostri
l’ultima speranza d’infiacchirci con la discordia.
Il Senato è lieto della concorde volontà che a noi unisce le potenze governate da istituzioni alle nostre uniformi, o rette a popolo. Questo accordo di sentimenti e d’interessi spianerà le difficoltà che talvolta muovono dal conciliare la politica fiducia che quelli inspirano con la politica prudenza che questi impongono: difficoltà che il Governo ha sempre saggiamente superato.
La Spagna darà a noi e riceverà frutto condegno della rannodata politica amistà.
E il darà soprattutto l’Italia nostra, che madre amorevole vuole i figliuoli suoi forti e poderosi; madre saggia non riconosce altra forza che nell’unione compiuta di quelli fra i suoi popoli che primi affronteranno lo straniero nei giorni di nuovi pericoli. Unione di cui si ha un’arra preziosa nell’atto generoso e spontaneo dei popoli di Piacenza, che impazienti noi siamo di poter con le forme parlamentarie acclamare nostri politici fratelli. L’Italia è Nazione, è Patria. Nazione, essa segue il generale movimento europeo che ricompone le naturali e storiche associazioni, disordinate dalla moderna politica. Patria, fortifica il nostro braccio con la più santa delle umane carità e dà all’eroico nostro sforzo la rigidezza di un nobile orgoglio che si riscatta.
Che se mai a stabilire quella unità di dominio politico dovrà il Re promuovere le annunziateci mutazioni nella legge, il Senato, quantunque non tratto per ora ad alcuna precisa sentenza , dichiara ch’egli avrà unicamente in mira, nelle sue deliberazioni, la potenza della Corona, le libertà del popolo, la grandezza e la fortuna dell’Italia; non mai le prerogative personali comunicate ai suoi membri dallo Statuto, che ognuno è pronto deporre di tutto buon grado nelle mani del Re, dal quale al solo scopo e col solo desiderio di promuovere il maggior bene dello Stato e di tutta Italia, le ha ricevute.
Il Governo del Re si è presentato a noi col migliore degli auspici, franchezza d’intenzioni, vigoria di opere. La Nazione applaudì nei collegi elettorali alla sapienza del Re, che pose in mani così fide, cosi operanti il sacro deposito delle nascenti nostre instituzioni. Dov’è tanta fiducia, ogni previsione di disaccordo è fallace.
Allorchè si presenterà il bilancio finanziere per l’anno 1849, allorchè si proporranno i provvedimenti indispensabili a far fronte alle gravi spese cagionate dalle presenti condizioni del tempo e dalla diminuzione ordinata nel prezzo del sale, il Senato, non solamente porrà studio, ma anche impegno vivissimo perchè alla grandezza delle imprese rispondano mezzi, i quali, mercé i più ampi apprestamenti guerreschi, valgano a conseguire con le sole armi nazionali lo sgombramento dello straniero dall’ultima terra Italiana.
Faranno soggetto di seria. disamina per noi le leggi della civile processura; alle quali dee precedere l’annunziatoci ordinamento novello delle giudiziarie instituzioni, conformate rigorosamente al sistema costituzionale: perchè non può essere uniformità di giudizi, prima che le giurisdizioni eccentriche sieno ridotte ad unità di principio ed a corrispondenza di azione con la legge fondamentale.
Saranno del pari argomento di attenta discussione i progetti di legge, per mettere in armonia cogli ordini novelli politici le instituzioni municipali e provinciali; pel governo delle selve, per la riforma del Consiglio di Stato e soprattutto pel riordinamento di quella pubblica istruzione che è il palladio dei futuri nostri destini; perchè i lumi ugualmente e largamente distribuiti generano uniformità di pensieri e di giudizi.
Il Re commettendo a voi, Serenissimo Principe, l’alto officio di rappresentarlo, ha voluto che restasse a noi l’onore di vedere assiso nel Parlamento nazionale un Principe del Real suo sangue. Noi tutti sentiamo il pregio del rinunziare che voi feste in tal guisa alla partecipazione vostra in quelle guerresche fazioni, che furono sempre gloria immanchevole dell’illustre prosapia.
Ritorni a voi il glorioso padre vostro. Ritorni a noi il Sovrano amato, il Legislatore saggio, l’intrepido guerriero, padre pure a noi tutti. Ritorni col trionfo, con le acclamazioni dell’intera Patria, con l’ammirazione dell’Europa, con la devozione e la gratitudine degli antichi e dei novelli suoi fedeli, colla rivendicata indipendenza Italiana.