Patria Esercito Re/Genova Cavalleria

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Genova Cavalleria

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Genova Cavalleria.1


Un centenario glorioso


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Fu una di quelle feste che fanno bene all’anima, che ravvivano gli spiriti e ci trasportano, come in un sogno, allo splendore di quei giorni — non mai abbastanza ricordati — nei quali aristocrazia, borghesia, e popolo, non fremevano che di un solo affetto, non tendevano che a una sola mêta, uno scopo solo: Fare l’Italia.

Sì, lo ripetiamo anche una volta, e lo ripeteremo fino all’ultimo soffio di nostra vita: — Benedette queste solennità militari: benedette queste feste, nelle quali rivivono le memorie gloriose del passato, e contrastano, a una dissennata folla parricida, la demolizione di quell’edificio patrio, che alle vicine e lontane generazioni costava
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tanto grandi, e così mal ripagati sacrifici!

Il 21 aprile del 1900, come da patriottica abitudine, l’antico reggimento Dragoni del Re — ora Genova Cavalleria — per iniziativa del bravo colonnello Orazio Lorenzi, commemorava a Milano uno dei fatti più gloriosi dell’antica sua storia: la battaglia del Bricchetto, avvenuta il 21 aprile 1796; e invitava a quella festa, anche quest’anno, tutti quegli ufficiali che, pur appartenendo ad altri Corpi, avevano un tempo vestito l’uniforme di Genova. [p. 184 modifica]Colui che scrive spera che il lettore vorrà perdonargli la vanità senile: visto, anzitutto, che i vecchi soldati sono incorreggibili radoteurs.... e che scopo di questi cenni è specialmente quello di rendere un modesto omaggio al reggimento, al quale si sente legato da indissolubile vincolo di riverenza e d’affetto.

Ed anzitutto, tracciamo di volo la storia di questo antico reggimento, valendoci in parte di alcuni appunti che il nobile Francesco Vicino Pallavicino,
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Colonnello Lorenzi.
già colonnello in Genova, ora tenente generale, pubblicava nel 1894, e distribuiva ai suoi cari dragoni in una delle feste commemorative della gloriosa giornata del Bricchetto, facendoli precedere da questa dedica affettuosa:

Ai miei buoni e cari soldati, perchè si sentano fieri, ora e sempre, d’aver appartenuto a Genova Cavalleria, e perchè vi traggano esempio di illuminata devozione al Re, di cordiale affetto ai compagni d’arme, di indomito coraggio nella pugna.

Premettiamo un po’ di storia.

Nel 1683, regnando il Duca Vittorio Amedeo II, in Piemonte si formava un reggimento di Cavalleria chiamato Dragons Bleux, il quale reggimento nell’anno 1706 assumeva il nome di Dragons d’Altesse, dal motto: “A moi mes dragons!„ con cui S. A. R. Vittorio Amedeo lo aveva chiamato a sè, nella battaglia di Torino.

Dopo la pace di Utrecht, avvenuta nel 1714, in seguito alla guerra per la successione di Spagna, il Reggimento assunse il nome di Dragoni del Re; nome che conservo fino al 1798; nel quale anno, in seguito agli avvenimenti politici, venne nuovamente cambiato in quello di Dragoni Piemontesi, ricevendo a rinforzo gli uomini dei disciolti Reggimenti Cavalleggeri di S. M. e Dragoni della Regina.

Ma dopo il trattato del 1814, ecco che il reggimento riprende l’antico e onorato nome, rimutandolo ancora una volta, nel 1825, con quello di Dragoni del Genevese, e adottando le mostreggiature gialle che oggi porta.

Dragoni del Genevese — e non Genovese — come da alcuni scrittori, e dagli stessi militari, furono erroneamente chiamati; forse perchè, nel 1832, [p. 185 modifica]
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Re Carlo Alberto dava a quel bel reggimento il nome di Genova Cavalleria, in omaggio di S. A. R. il duca Ferdinando di Genova, suo secondogenito. — Mentre, gli antichi e gloriosi Dragoni bleux, dopo il 1815, avevano assunto quel nome dal territorio di Ginevra — così denominandosi, in Savoia, il Circondario di Annecy, contiguo alla città svizzera dello stesso nome, sulla quale i duchi di Savoia, avevano delle pretese. Ognuno sa che, fra i diversi titoli del Re di Sardegna, smessi solamente coll’assunzione del titolo di Re d’Italia, vi erano appunto quelli di: Barone di Vaux, Signore di Ginevra, ecc. ecc.; e che, prima ancora della rivoluzione francese, Carlo Felice portava il titolo di Duca del Genevese.


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Nel 1871, cioè a’ tempi nostri, e come se in Italia al ministero della guerra non ci fosse proprio nient’altro da fare che gingillarsi a cambiare nomi e mostreggiature ai reggimenti, si denominò 4° Reggimento Cavalleria — fra parentesi, Genova. — Era quel tempo in cui il ministro Ricotti, ebbe la melanconica idea di fare un bucato di tutti i gloriosi colori dei reggimenti di cavalleria e mostreggiarli di bianco. Non fu piccolo il dolore dei dragoni gialli. Ma un dolore che durò poco — come poco possono durare i capricci dei ministri d’Italia — perchè nel 1876, con grandissima sua gioia, il reggimento riebbe il suo antico colore, tornando a chiamarsi Reggimento Genova Cavalleria; e stavolta, — fra parentesi — Quarto!

Venendo al suo stato di servizio in campo, bisogna risalire all’anno 1690-96, nella guerra contro i francesi, ove il reggimento si distinse nella battaglia della Staffarda, nel Delfinato, e all’assedio di Valenza.

Nel 1706 concorse validamente alla liberazione di Torino; e, nell’attacco della Madonna di Campagna tolse due timpani — allora c’erano i timpani — ai Carabinieri francesi; trofei che, come segno di onore, con rescritto sovrano, gli furono lasciati, anche quando a tutti i corpi vennero sostituite, pei segnali di guerra, le trombe.

Nella guerra per la successione di Spagna, si distinse a Conflans contro [p. 186 modifica]il Maresciallo di Berwich. Nel 1734 a Guastalla, contro gl’Imperiali. Nel 1742 a Castel Delfino; chiudendo all’Esercito invadente Franco-Spagnolo il passo della Valle di Varaita. Più tardi al Tidone, dove si portò tanto brillantemente da impadronirsi di un battaglione e due bandiere del Reggimento Duca d’Anjou. Nel 1796, al Bricchetto, contro i Francesi condotti da Bonaparte, guadagnandosi due medaglie d’oro.

Combattè nel 1848 a Villafranca, Santa Lucia, Goito. A Governolo tre suoi squadroni, comandati dal colonnello Avogadro, caricarono energicamente il nemico, prendendo quattro cannoni, e facendo prigioniero un
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battaglione del reggimento Roccawina, collo stendardo, e lo stesso Comandante. Si battè a Sommacampagna, a Volta Mantovana — vedi disegno — alla Sforzesca, dove sbaragliò due compagnie di Jäger: mentre questi, costretti dai tiri della nostra artiglieria, si ritiravano in una cascina, poco lungi dalla chiesa della Bicocca, verso Castellazzo di Novara.

Il bel quadro del conte Origo — già brillante ufficiale in Genova Cavalleria — che rappresenta quella carica famosa, e che riproduciamo più avanti — venne suggerito, ne’ suoi particolari, da uno dei superstiti valorosi di quel fatto: il conte Luigi Lanzavecchia di Buri, tenente Generale a riposo; allora comandante di quel 2° squadrone, col grado di tenente in prima: squadrone che condusse alla vittoria.

Ma il fatto d’arme più importante, e del quale il 21 aprile di ogni anno, Genova Cavalleria commemora l’anniversario, fu certamente, il combattimento del Bricchetto, dianzi appena accennato, dove il generale Colli, comandante dell’esercito Austro-Sardo, per proteggere la ritirata su Fossano, ordinava alla brigata Granatieri Piemontesi di difenderne a oltranza il colle, presso Mondovì.

Eroica fu la resistenza; morto il comandante la Brigata, minacciata la ritirata dall’irrompere delle truppe francesi, fu giocoforza ai granatieri di ritirarsi oltre l’Ellero.

Il Generale Bonaparte, il quale dalla cappella della Croce aveva tenuto dietro al combattimento, vista la ritirata dei Piemontesi, ordinava allo Stengel, di passare l’Ellero e piombare sui nostri per tagliar loro la ritirata.

Lo Stengel, chiamato da Bonaparte vero generale d’avamposti, eseguiva perfettamente l’ordine, passando il fiume a S. Quintino, alla testa di mille cavalieri; ma alla cappella del Cristo trovavansi due squadroni dei [p. 187 modifica]Dragoni del Re, comandati dal colonnello Di Chaffardon. Questi, visto l’avanzare della cavalleria nemica che minacciava la ritirata della fanteria — ottenuto l’assenso del cavaliere Civallero, brigadiere d’armata — non
 
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VOLTA MANTOVANA, 1848 — Carica di Genova Cavalleria. (Cerruti Danducco).
 
curante della propria grandissima inferiorità numerica, moveva animoso ad incontrarla. Tremendo fu l’urto avvenuto su due schiere, splendido per noi il successo. Perocchè, dissipata la polvere, si videro i francesi, voltate le groppe, ritirarsi a briglia sciolta sull’Ellero, aspramente inseguiti [p. 188 modifica]dai nostri, e lasciando il terreno coperto di morti e feriti, fra i quali lo stesso Stengel. Murat, succeduto nel comando allo Stengel cercò di riunire i fuggiaschi, di diminuire gli effetti della carica dei nostri; ma invano.

Dispersi i nemici, il colonnello Chaffardon faceva dai suoi trombettieri suonare la raccolta, e con numerosi prigionieri attraversava l’armata Austro-Sarda ovunque accolta da applausi e dalle grida: “Viva i Dragoni del Re„.

E la vittoria riportata da quel reggimento è gloria vera, non solo pel risultato ottenuto e per la sua grande inferiorità di numero, ma perchè i
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francesi erano comandati da Bonaparte, e guidati da uno Stengel e da un Murat.

Nella cartolina commemorativa di questo fatto d’armi leggiamo:

“Al Bricchetto, dopo la Battaglia di Mondovì (21 aprile 1796) 200 uomini del Reggimento, allora chiamato dei Dragoni del Re, guidati dal loro colonnello marchese d’Oncieu de Chaffardon, intrepidi si lanciano contro 1000 cavalieri francesi mandati oltre l’Ellero da Bonaparte, e condotti nel primo scontro dal generale Stengel, il quale, mortalmente ferito dallo stesso colonnello d’Oncieu, cadde sul campo.

Nel secondo scontro colla cavalleria francese comandata da Murat, la Cornetta cavaliere Renato Roberti di Castelvero, impugnato furiosamente lo stendardo, se ne serviva come d’un’arma per colpire i nemici; finchè questi, rotti e sconfitti, si diedero alla fuga, lasciando in mano dei nostri buon numero di prigionieri. In quella circostanza i Dragoni del Re facilitarono col loro valore la ritirata dell’Armata austro-sarda, che correva pericolo di esser accerchiata: e perciò lo Stendardo del Reggimento fu da S. M. Vittorio Amedeo III decorato da due Medaglie d’oro. „


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Nella disgraziata giornata del 24 giugno 1866 a Custoza, venne poco dopo le 16, dato incarico al Reggimento di respingere il nemico che irrompeva sul centro; il che fece fra il grandinare delle palle, avanzando su varie colonne che ebbero brillanti combattimenti parziali. Di una di queste colonne era avanguardia il 1° plotone del 5° Squadrone comandato dal Luogotenente Pesenti. Sulla strada che la colonna doveva percorrere [p. 189 modifica]
 
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Il secondo squadrone di Genova Cavalleria comandato dal tenente in prima Conte Buri di Lanzavecchia, carica sui campi della Bicocca. — Quadro del conte Origo.
 
[p. 190 modifica]avanzava una batteria nemica, e sul fianco ai piedi dei colli restava un battaglione di Jäger. Questo fece ripetute scariche sul plotone e caddero sei uomini. Ma il plotone al grido di “Viva il Re!„ continuò ad avanzare con tale ardire che la batteria, davanti a tal coraggio, si ritirò, e la colonna potè proseguire brillantemente nella sua operazione. Il Luogotenente Pesenti venne perciò decorato della medaglia d’argento al valor militare.

Questo fatto d’armi venne dipinto in tela, per iniziativa del colonnello di allora Vicino Pallavicini, dal pittore romano Gabani, soldato, e poi sott’ufficiale, in quel quarto squadrone; quadro esposto a Roma nell’inverno 1891-92, con grande successo d’interesse artistico, militare e patriottico. Il quadro fu poi riprodotto in fotografia, e — più tardi — fatto da noi riprodurre nella cartolina che qui pubblichiamo.


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Detto ciò, veniamo alla patriottica festa commemorativa del 21 aprile 1900.

L’ora del convegno? le 10. ― Luogo? il nuovo e grandioso quartiere edificato fuori dell’Arco del Sempione, che porta il glorioso nome di Montebello.

Come primo e imponente spettacolo, assistemmo al rancio — rancio per modo di dire — di tutto il reggimento. Il grande maneggio del quartiere era stato trasformato per l’occasione in una immensa sala, popolata di tavole simmetricamente disposte. Ivi allegramente mangiavano e bevevano non meno di cinquecento giovani energie, non d’altro comprese che della bella festa militare, alla quale più tardi, dovevano prendere parte, con salti, con rappresentazioni, con giuochi.

Un bel sole di primavera, penetrando a larghe strisce dai finestroni del maneggio, irradiava i banchettanti, facendo qua e là scintillare e stelle, e bottoni, e guarnizioni, e distintivi, e aggiungendo come una specie di [p. 191 modifica]tinta dorata alle vivaci e civettuole mostre gialle dei baveri e dei paramani di quella rumorosa popolazione, anch’essa primavera della vita.

A un tratto, ecco tutta quella massa gialla semovente, scattare simultaneamente in piedi, in posizione dell’attenti.

Tutti gli occhi sono rivolti, verso il gran portone del maneggio; che si spalanca e dà accesso alla ufficialità del reggimento, col generale di brigata, nobile Vicino Pallavicino, in testa, accompagnato dal colonnello Lorenzi.

Un grande: — “Viva!„ — li accoglie.


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Il generale, come colui che si trova in famiglia — perchè di quel reggimento poco tempo prima vestiva la divisa, e di quei soldati era stato, più che comandante, padre, fratello, amico — portatosi in mezzo a quelle tavole animate, da tanta vita, gridò tre volte:

— Viva il Re! Viva il Re! Viva il Re!

Al triplice grido, un secondo e più assordante urrà succedette, che rimbombò come tuono, e fu accompagnato da cento altri evviva — dove ce n’era per tutti — ma più specialmente diretti all’antico e al nuovo comandante, degni entrambi di rispetto e d’amore.

Che quadro!.... Che spettacolo!

Dal banchetto dei soldati, passammo al banchetto degli ufficiali.

Questo aveva luogo nel Ristoratore Savini, di fronte all’Arco del Sempione.

L’Arco del Sempione! monumento dovuto alle glorie di quel grande imperatore, contro le forze del quale — allora generalissimo dell’Armata [p. 192 modifica]d’Italia — i Dragoni del Re, al Bricchetto, il 21 aprile 1796, avevano valorosamente combattuto.

Quello stesso Arco del Sempione, sotto al quale passarono trionfatori, un giorno del giugno 1859, Vittorio Emanuele, e il nipote di quel grande — lo sventurato Napoleone III — benedetti ed acclamati da una popolazione
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non ancora guasta dal veleno delle sètte.

Ma, tornando al banchetto, diremo che vennero a rallegrarlo e ti ori, e corone, e doni, e telegrammi, e lettere di commilitoni assenti: e, fra le cartoline, una bellissima del conte Barattieri di S. Pietro — colonnello, allora, in Piemonte Reale, oggi generale, figlio di quel conte Barattieri, comandante Genova nel 1866, che fu uno dei migliori colonnelli di cavalleria che allora vantasse l’esercito.

La cartolina, ornata della militare figura di Vittorio Amedeo, fondatore di Piemonte Reale nel 1692, e letta poi al banchetto, in mezzo agli applausi, era così concepita:


“Vercelli, 21 aprile 1900.

Piemonte Reale presenta le lancie al glorioso stendardo che al Bricchetto vide l’impareggiabile bravura dei Dragoni del Re!

Colonnello Barattieri.„


Venuto il momento dei brindisi, il colonnello Lorenzi si alzò pel primo: e, rievocando, con brevi e nobili parole, le glorie antiche, bevette all’Esercito e al Re.

Dopo di lui, sorse il generale Vicino Pallavicino. Questi, uomo colto ed intelligente, soldato fino nelle midolla delle ossa, vanta una moderna pagina di storia che lo ha reso ancora più simpatico a tutti gli italiani, [p. 193 modifica]ma specialmente all’arma di cavalleria: quella di essere stato scelto a padrino, coll’altro colonnello — poi generale, conte Avogadro di Quinto — da S. A. il conte di Torino, quando il giovane principe, con un impeto fiero del cuore, spontaneo, fulmineo, segretamente si recava oltre i confini d’Italia, per vendicare la offesa inconsulta, che un altro principe — uno straniero — aveva scagliato contro l’onore di quell’Esercito italiano, del buon sangue del quale parlano ancora gli ossari di Custoza, di Montebello e di S. Martino.
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Vittorio Amedeo.

Chi non ricorda la emozione sollevata in tutta Italia quando fu nota l’impresa? L’interesse di tutta Europa, quando la notizia, dapprima non creduta, ufficialmente si sparse? Chi non ricorda le apprensioni, i palpiti di ogni buon italiano, pensando alle tristi eventualità di mossa così ardita?

Migliaia di telegrammi aspettavano il principe ai confini del suo paese. Ma, fra tanti, uno specialmente raccolse l’attenzione di lui, e lo commosse: il dispaccio di un povero padre italiano, ch’ebbe l’unico suo figlio morto nella battaglia di Adua. Erano poche, sublimi parole, e dicevano:

“Grazie, per mio figlio, morto in Adua!„

Non so se filo elettrico abbia mai trasmesso cosa altrettanto commovente nella sua tragicità!

I due colonnelli Avogadro e Vicino, poi tenenti generali, — il primo morto da pochi mesi — nella scabrosa vertenza cavalleresca dimostrarono, prima e durante le trattative, e sul terreno, e nella compilazione delicatissima del verbale, oltre che una vecchia e consumata esperienza, tutto l’ingegno e le finezze, diremo così, diplomatiche, più che mai indispensabili in fatti tanto importanti e nuovi, come questo: di assistere due principi reali, sul terreno!

Anche al banchetto di Genova Cavalleria nel suo brindisi, il generale Pallavicino, portò la nota calda, ma misurata e pratica, del soldato e del patriotta: e fu salutato con un lungo applauso, da tutto quel brillante squadrone di ufficiali — che tanti si potevano dire pel numero — alla testa del quale ci saremmo sentiti di rinnovare, in campo, le glorie.... di Sparta!

I brindisi del comandante il reggimento riscaldarono l’ambiente. A molti di noi era venuta la fregola di parlare. Ma per farlo ci voleva il [p. 194 modifica]permesso.... Perciò nessuno fiatava. Se non che, il generale Pallavicino, certo indovinandone il desiderio, si rivolse al veterano che gli stava seduto a sinistra e, urtandolo col gomito, gli disse a bruciapelo:

— Tu rumini un brindisi!....

— Forse.

— Fuori dunque! — e additando il colonnello — Vedi? il Presidente del banchetto te lo permette.... Io poi te lo ordino!


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Conte Avogadro di Quinto.


Obbediente all’invito cortese, anche il colonnello della riserva si alzò e disse:

“Permettete al più vecchio di tutti voi di vuotare il calice in vostro onore. Ho detto al più vecchio, ma avrei potuto dire al meno giovane; perchè, circondato da tante giovani e bollenti energie, rivestito come sono, di questa cara divisa, sento anch’io, nuova un’ondata di sangue giovanile scorrermi per le vene.... Un caldo soffio degli antichi ardori mi esalta, e mi trasporta agli anni più belli della mia vita. A quegli anni che, per fortuna vostra, nessuno di voi può rammentare; quando, cioè, in piazza d’armi, [p. 195 modifica]in luogo del moderno: — Attenti! — si dava l’antico: — Guard’-a-voi! — e nelle evoluzioni di reggimento, si comandava ancora: — Sulla coda della colonna faccia indietro ordine inverso in battaglia! — E dietro questo, giù un’altra litania romorosa di comandi, non solamente dei capitani, ma di tutti gli ufficiali, in coro, da sembrare il finimondo.

Erano tempi.... preistorici, voi direte; ma anche di quei tempi l’arma di cavalleria si è trascinata dietro, come una specie di coda, due eredità
 
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Felice Vicino Pallavicino.
 
poche piacevoli, due nemiche accanite: la gelosia e la invidia. Gelosia, anzitutto, dei sospettosi mariti, troppo preoccupall del fintinnio di un paio di speroni.... del folgorare di un cimiero.... della vecchia criniera dell’esiliato Keppy.... o della penna d’aquila del moderno Kolbach; invidia, in secondo luogo, di coloro che non potendo, o non sapendo inforcar cavalli, amano i cavalieri come il fumo negli occhi.

Non v’è bella che resista
Alla vista del Cimier

cantava persino un poeta, confermando la cosa; però limitandosi, a [p. 196 modifica]cagione della rima, al Cimiero.... anche perchè del Kolbach, in quel momento, l’Italia non parlava.

" E nessuna mano gentile, sia che fosse di dama o di forosetta, si rifiutò mai di dissetare un giovane ufficiale dei dragoni che avesse loro chiesta la elemosina di un innocente.... sorso d’acqua pura, in tempo di guerra o di manovre.

" Egli è appunto dalla invidia e dalla gelosia che un giorno saltava fuori quella bugiarda leggenda, ormai sfatata, la quale parlando dell’ufficiale di cavalleria, sentenziava:

" Raro è che legga. — Difficile che scriva. — lui possibile poi che ragioni!....


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" Gran bontà se la satira scortese non negava al vecchio ufficiale di cavalleria la gloria, almeno, di saper caricare!

" Ebbene, amici e commilitoni, oggi voi date una solenne smentita a quella bugiarda leggenda. La date cogli immensi progressi che la nostra arma — specialmente in questi ultimi tempi — ha fatto; e non solamente progressi fisici, ma grandi progressi di generale coltura.

" Ardita maestria nel cavalcare; celerissime andature della nuova scuola: salti di ostacoli non mai prima sognati; staccionate a un metro e mezzo d’altezza.... percorsi di otto chilometri, con ostacoli relativi; e, nella parte intellettuale, scuola tattica, arte della guerra, conferenze.... e chi più ne ha più ne metta!

" Negare tutti cotesti progressi sarebbe come negare la luce di quel bel sole che oggi vi saluta!

" Ed ecco perchè, amici e commilitoni, il veterano della riserva, giudice [p. 197 modifica]di campo imparziale, in questo giorno solenne che rammenta una delle più fulgide glorie militari del vostro reggimento, leva il bicchiere in onore di Genova Cavalleria, di tutti
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i suoi ufficiali presenti, passati, assenti... e futuri. Beve alla salute di tutta la ufficialità italiana — sia che porti Elmo o Kolbach — la quale, non solamente salta ostacoli, alti un metro e mezzo, ma legge, scrive, e ragiona.... e come il nostro bravo Vinci, gli eruditi Pugi, Bernezzo, Libri, il Manusardi, Bianchi d’Adda, Abignente Lisi-Natoli, Bagnolo, e parecchi altri, studia, scrive.... e stampa!

Chiusero la serie dei brindisi il capitano Paveri, e l’altro capitano Vittorio Manusardi; e, pour la bonne bouche, il colonnello Lorenzi diede comunicazione di un fascio di telegrammi e di lettere, giunte da commilitoni assenti. Fra quest’ultime una del senatore Ettore Ponti, il quale molti anni addietro aveva fatto parte, come ufficiale di complemento, di Genova Cavalleria. Era diretta al colonnello Lorenzi in data 19 aprile, e diceva:

“Costretto a partire improvvisamente per la Sicilia in seguito a grave lutto domestico, sono dolentissimo di dover rinunciare all’onore ed al piacere di assistere al ritrovo di sabato prossimo. Nondimeno mi permetto di mandare a Lei e a tutti codesti egregi signori ufficiali l’espressione della più alta deferenza e simpatia, anche in omaggio agli indimenticabili vincoli di affetto e di gratitudine contratti col reggimento Genova Cavalleria in tempi, pur troppo lontani, ma per me di tanta lusinghiera e grata memoria.

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Pertanto mi associo di cuore agli odierni valorosi rappresentanti dell’antico mio reggimento, inviando un riverente saluto alla Triade bella ed indissolubile, che si riassume nei nomi augusti della Patria, dell’Esercito, e del Re!„

Ma l’ex sottotenente di complemento, ex deputato — ora sindaco di Milano e senatore del Regno — prima di partire per la Sicilia, pensò che le parole, più o meno belle, non è difficile di scriverle; [p. 198 modifica]ma che più delle parole valgono i fatti. Motivo per cui, da uomo generoso e pratico, mandò al banchetto, insieme alla lettera, una splendida corbeille di fiori, un capolavoro dei fratelli Restelli, grandemente ammirata.

Così il fiore del campo s’intrecciò al fiore della cavalleria italiana.

Chiuso il volume degli omaggi in mezzo agli applausi, si levarono le mense, e tutti ci recammo in corpo al vicino quartiere Montebello, dove ci attendeva una nuova e grata sorpresa.

In fondo del maneggio, sgombro delle tavole, sorgeva un teatrino improvvisato.
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La gran sala del rancio, era stata trasformata in sala di ricevimento. Da un lato la fanfara; davanti al teatrino, parecchie file di sedie, colle sue buone poltrone per le autorità; dietro a queste, stipata, silente, curiosa, tutta quella bella massa gialla semovente della quale abbiamo dianzi parlato.

Ma, zitto! si alza la tela, e si dà principio alla rappresentazione, nientemeno che colla Gran Via, cantata e recitata dai soldati del reggimento in perfetto costume spagnuolo. Un divertimento di prosa e musica con relativo programma, e artistici manifesti da rivaleggiare con quelli che coprono i muri della città, e gli altri dei teatri quando si annunziano le opere del Franchetti o del Puccini; il tutto ideato e diretto, dal conte Jan di Benevello, allora maggiore del reggimento.

Usciti dalla sala degli spettacoli, eccoci ai salti da piedi, prima, e da cavallo dopo, della truppa. Eccoci al salto degli ostacoli degli ufficiali.

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Ed eccoci al polo-bicicletta dei sott’ufficiali; al tennis inevitabile, e a tanti altri esercizi, tutti quanti utilissimi alla ginnastica e alla salute.

Finiti anche i giuochi ed i salti, le autorità e gli altri ufficiali entrarono a visitare il museo del reggimento — un museo ricco anche di capi d’arte — dove sono con grande amore raccolti gli innumerevoli e svariati doni, offerti in diverse epoche, e come memorie tutte gradite e care, da quelli ufficiali che ebbero l’onore di appartenere a Genova Cavalleria. [p. 199 modifica]Finalmente, come tutti i salmi finiscono in gloria, anche le autorità e i nuovi venuti ebbero il loro rinfresco; un rinfresco abbondante e squisito come la cortesia di chi lo offriva.

Alle diciassette, la bella e simpatica solennità ebbe il suo termine.... come, pur troppo, terminano tutte le cose più belle di questo mondo.

Finì la festa; ma restò nell’animo di tutti la convinzione che il bravo colonnello Lorenzi, alla testa del suo reggimento, avrebbe saputo rinnovare le glorie del Bricchetto.



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Note

  1. In un anniversario della battaglia del Bricchetto.