Patria Esercito Re/I Cavalleggeri di Monferrato

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I Cavalleggeri di Monferrato

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1859 Genova Cavalleria

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I Cavalleggeri di Monferrato


I.


Il colonnello La Forest. — Pietro Porro. — Laura Sommi Picenardi. — Gerolamo Avogadro. — Ancora i volontari. ― La prima prova. — Furto e diserzione. — Un... doi... tre! — Frustate da orbi. — A campagna aperta.


San Martino!... — il nome di un santo guerriero.

Ventiquattro giugno! — una data due volte sacra all’Italia: una alla vittoria, l’altra al sacrificio!
 
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Conte La Forest de Divonne, Tenente Generale.

Nome e data che, insieme intrecciati, formano una corona immortale; sulle cui foglie risplendono, come gemme, i nomi di mille martiri, di mille eroi!...

Memorie care, pagine di un volume scritto col sangue....

Ricordi militari, che dovere di soldato e di cittadino c’impongono di trarre dall’ingrato oblio, per narrarli ai giovani che ignorano; e tentare così di strapparli alla vergogna di una indifferenza, di uno scetticismo, che oggi avvelenano intelletti e cuori.

Epperò, nel far rivivere tali memorie, noi diciamo a que’ giovani:

— Su, su!... in alto i cuori!... Corriamo col pensiero in mezzo ai [p. 124 modifica]prodi di quel tempo!... Restiamo fra loro. Specchiamoci nel quadro delle loro opere, dei loro esempi.... Ritemperiamoci in quell’onda limpida e pura della più grande di tutte le poesie: la poesia del patriottismo, del dovere, del valore!

E, mentre là sul colle di S. Martino, fra le ossa dei caduti eroi, si
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eterna la lotta memoranda, stacchiamo insieme una pagina da quel volume e prendiamola ad argomento, a soggetto, di questo nostro scritto.

Presentate le armi!

Cotesta pagina è la minuta autografia del rapporto che il conte Gerolamo Avogadro di Collobiano, capitano del secondo squadrone dei Cavalleggeri di Monferrato, dopo la giornata del 24 giugno, dirigeva al conte Alberto de la Forest de Divonne, comandante allora quel reggimento, e morto da parecchi anni col grado di Tenente Generale. [p. 125 modifica]L’avemmo dalla cortese premura del rimpianto nostro amico, il conte Pietro Porro, già ardito e brillante ufficiale di cavalleria; colui che, volontariamente, volle anticipare un tributo di sangue alle infauste sabbie africane!

Il conte Porro aveva ottenuto quel documento dalle mani della marchesa Laura Sommi Picenardi, vedova del prode Avogadro, e l’affidava a noi, prima ch’essa ne facesse dono alla benemerita Società di S. Martino e Solferino — nell’Ossario della quale società, quel rapporto è oggi gelosamente custodito.

Laura Sommi

Pur troppo, la egregia gentildonna — la quale volle prima di morire istituire un premio da destinarsi, annualmente, e a sorte, ai superstiti del secondo squadrone Monferrato — è sparita anche Lei dal mondo! Laonde noi, soddisfacendo così a un doppio debito di cuore, mandiamo da queste pagine, e alla memoria sua, e a quella del trucidato nostro amico, il conte Pietro Porro, un saluto rispettoso e riconoscente.

È nota a tutto l’esercito, ma specialmente all’arma di cavalleria, la brillante parte avuta, nella giornata del 24 giugno 1859, dal reggimento Cavalleggeri di Monferrato; e, in particolar modo, è nota la fortuna toccata al suo secondo squadrone, comandato dal conte Gerolamo Avogadro di Collobiano.

Si sa che quello squadrone fu, dopo la battaglia, messo all’Ordine del giorno dell’esercito, e che il suo capitano ricevette la Medaglia d’oro al valore.

Che uomo era il capitano, poi colonnello, Gerolamo Avogadro?

Il seguente aneddoto della nostra vita di volontari ne sbozzerà al lettore il ritratto anche morale.

Correva il febbraio 1859. Una data anche questa che non ha bisogno di altre illustrazioni.

A Vigevano, il marchese Medici di Marignano, allora un elegante sottotenente aiutante maggiore, ci aveva vestiti da semplici soldati nel reggimento Cavalleggeri di Monferrato, ivi di guarnigione. [p. 126 modifica]Ci trovammo in una diecina di amici, scappati da Milano senza esserci data la posta. Che in que’ giorni erano inutili tanti discorsi.... l’anima parlava!

Quasi tutti milanesi: l’Ernesto Turati, i due Majnoni, l’Esengrini, il Mazzoni, Augusto Verga, il Fadini, il Radaelli, il Nava, il Rosales, colui che scrive, e qualche altro di cui ci sfugge il nome, o che come il Ranci, il Castelli, il Durini, il Donadeo e il Beretta, vennero più tardi.

Affermato che ognuno di noi sapeva leggere e scrivere, e che, fino allora almeno, avevamo tutti avuto l’abitudine di lavarci le mani parecchie
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volte al giorno, dirò che la nostra prima prova di resistenza, non fu quella di montare la guardia di scuderia, o di spazzare.... tutto ciò che c’era da spazzare; non fu quella di maneggiare la striglia e lo strofinaccio, o far bollire la marmitta; non, finalmente, l’istruzione in maneggio, dove noi, inforcando certe selle che ci facevano vedere le stelle anche di giorno — senza l’aiuto di staffe — dovevamo in pochi giorni diventare soldati provetti, se non si voleva all’aprirsi delle ostilità, rimanercene inattivi allo squadrone di Deposito.... No! la nostra prova di resistenza fu ben altra!...

Eppure quella istruzione data, come chi dicesse a vapore, era una faccenda grossa assai, per chi fino a ieri, aveva fatto tutto l’opposto!

Ed io lo vedo ancora là, vivo, parlante, in mezzo al maneggio, quel bravo capitano Avogadro — il prode di S. Martino — con la sua terribile frusta in pugno, tutto inteso a farci trottare e galoppare come anime dannate, schioccandocela alle spalle.... molto rasente alle medesime.... e correrci dietro urlando:

— Serrati i ginocchi!... Gomiti al corpo!... Basse le mani!... Alta la testa!... Fermi in sella, perdio!...

E mentre noi, qual più qual meno, squilibrati da tutte le parti, si taglierinava ch’era una pietà di Dio, canzonarci gridando:

— Mo’ bravi!... Mo’ belli!... Guardali lì!... Ed è a cotesto modo che pretendono di fare l’Italia!...

E qui: Cicc... ciacc... frustate, anima mia! [p. 127 modifica]Dal maneggio si usciva indolenziti, scorticati, grondanti sudore.... Ma fu a quel modo che, dichiarata la guerra, anche noi al primo buttasella, si potè dire addio allo squadrone di Deposito, montare a cavallo, e partire coi vecchi!

Che giorni furono quelli!


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Perchè bisogna sapere una cosa: al capitano Avogadro non andavano a sangue i volontari in generale, ma i volontari lombardi in particolare. Soldato fino nelle midolla, per esso dire volontario, era suppergiù come dire un fannullone, un disutile, un plandron.

Quel brav’uomo aveva ancora sullo stomaco alcuni fatti del ’48 e ’49, che secondo lui non tornavano a grande onore dei volontari. E poi certi tenenti, certi capitani nominati allora di primo acchito, non li aveva ancora mandati giù.... Ma più di tutto lo turbava la memoria dei brutti momenti passati un giorno a Milano da S. M. Carlo Alberto. Insomma, diciamola tal quale, egli non ci amava e, per di più, diffidava di noi!

Tanto vero che, appena egli ebbe assunto il comando dello squadrone di Deposito cui eravamo momentaneamente ascritti, volle ad ogni costo provarci, tastarci.... ma tastarci a modo suo.

Ci fece dunque vestire, armare e mettere in rango:

Guard’a voi!... — questo allora era il comando — Guard’a voi!... Dest-riga!... Fissi!

E noi, eccoci lì, immobili, colla testa alta; pieni di entusiasmo, di fede.... e di speranza.

— Che cosa ci dirà? — pensavamo; e il nostro cuore batteva, batteva... mai immaginando ciò ch’egli ci preparava.

Il capitano, piantatosi dinanzi a noi, e fissandoci a uno a uno negli occhi, tirò fuori dalla bottoniera della tunica un libriccino, dicendo:

— Attenti a questi due capitoli! — e sottolineando le due parole, lesse forte:

— Del furto.... della diserzione!!...

Quella fu la prima prova, ma che prova, mio Dio! [p. 128 modifica]Passarono ormai più di quarant’anni, e tuttavia mi pare di sentire quel sudore freddo che allora mi bagnò la fronte; e tuttavia mi pare di vederli, colla coda dell’occhio, i miei vicini di gomito, pallidi, commossi, sempre immobili, colla testa ancor più alta di prima, ma col respiro affannoso, ma collo sguardo di fiamma....

Che scuola, che disciplina, il santo amor della patria!

Se non che, anco lui, il capitano, a un tratto parve scosso, pentito, esitante.... Ci guardò a lungo, chiuse il libro e non vi lesse più avanti.

E da quel giorno, venne invece costantemente ad insegnarci con sollecitudine paterna, certe famose puntate di sciabola di sua invenzione, cui egli teneva in modo speciale.

Cotesta manovra, a sistema di puntate, era per l’appunto l’antitesi dell’altra delle sciabolate usata dagli austriaci: ed ecco in che cosa consisteva.

L’uomo a cavallo, con in pugno la sciabola, doveva puntellarsi sulle
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staffe, stringere le ginocchia, levarsi da sedere sulla sella, capovolgere la mano sinistra, col pollice e l’indice aperti e appoggiati a forbice contro il garrese del cavallo, e sporgendo così il corpo avanti quant’era possibile, vibrare il colpo, poi subito mettersi in guardia.

Facendoci eseguire tale manovra da piedi, il capitano Avogadro, immedesimato, convinto dell’effetto sicuro della sua trovata, allargava le gambe ad arco, nella posizione di soldato a cavallo: e lì, sguainata la sciabola, come se avesse di fronte un ulano, partiva a fondo con una di quelle botte dritte, le quali non vi lasciano il tempo di dire nemmeno: Gesummaria! E accompagnando i movimenti coi comandi:

Un.... doi.... tre!... E l’è lon li a fè!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Sul colle di S. Martino, Gerolamo Avogadro, ebbe modo di convincersi che le sue lezioni non erano state buttate.

Là, sul campo seminato di morti e di feriti, quando dopo le cariche, venne il valoroso a stringerci la mano come si fa tra uguali, egli stesso, rammentando, forse con dolore, quella famosa lettura di Vigevano, egli stesso ci chiese sorridendo:

— Ragazzi!... quei due articoli.... quel furto.... quella diserzione, me li avete perdonati? [p. 129 modifica]Ora raggiungiamo il reggimento dei Cavalleggeri di Monferrato, a campagna di guerra aperta; seguiamolo nella sua azione. Però, com’è dovere di cronista coscienzioso, non ci fermeremo soltanto sulle glorie di quel solo corpo, ma procureremo di accennare anche alle mosse più importanti di tutto l’Esercito Sardo, nonchè di quello del suo Alleato, per arrivare alla giornata epica finale del 24 giugno 1859.

Ne parleremo colla scorta di alcuni appunti, ch’ebbe la bontà di darci il nobile Luigi Majnoni di Intignano, ora comandante il Corpo d’Armata della sua città natale, Milano.

Intorno ai meriti di cotesto ufficiale generale, il quale disimpegnò anche importanti missioni all’estero, e fu ministro della guerra, noi ci guarderemo bene dall’insistere troppo. Non vorremmo ch’egli, nella sua innata modestia, mettesse in pratica, dentro il nostro articolo, le forbici di quella I. R. Censura preventiva, ch’era una specialità della dominazione straniera, contro la quale abbiamo insieme combattuto.

Tuttavia, affine di non imitare il corvo che si vestiva delle penne del pavone, ci preme qui di dire che, intorno a molte delle notizie — specialmente le tattiche — di cui scriviamo, fu lui a richiamare la nostra memoria arrugginita dal tempo, ricusandosi solamente a illuminarci su ciò che poteva personalmente interessarlo; alla quale mancanza abbiamo tentato di supplire noi, nel miglior modo, che ci venne fatto.

Detto ciò, il lettore ci segua sul campo di Montebello, ove succedette la prima vera battaglia che diede alla terra lombarda la sospirata libertà.


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II.


Montebello. — Canrobert e la cavalleria piemontese. — Il Generale Mollard. — Poplimont. — Baraguey d’Hilliers. — Tommaso Morelli di Popolo. — Tutti feriti. — Carlo Medici di Marignano. — Franco Fadini. — Orologio intelligente. — Morte di Morelli. — I Lancieri di Novara. — Morte di Govone. — Morte di de Blonay. — Morte di Onofrio Scassi. — Plutarco.

Il reggimento Cavalleggeri di Monferrato, abbandonato sul Ticino il contatto coll’esercito austriaco, era stato diviso in due parti, e veniva assegnato ai primi Corpi francesi, ch’erano giunti in Piemonte senza cavalleria.

Il primo e secondo squadrone venivano addetti al Corpo di Canrobert a Valenza. — Canrobert, colui che diceva: — “Quando ho la cavalleria piemontese
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Generale Mollard.
davanti a me, prendo tranquillamente il mio bagno, e riposo fra due guanciali!„

Il terzo e il quarto squadrone, a quello di Baraguey d’Hilliers, a Voghera. E non fu che dopo la battaglia di Magenta, che il nostro primo mezzo reggimento venne riunito all’altro mezzo, reduce dal cruente combattimento di Montebello; e, ambidue uniti, furono destinati alla III Divisione piemontese, comandata dal bravo generale Mollard.

Montebello?!....

Come scrivere questo nome e non parlarne?

Il conte A. di Bagnolo, maggiore allora nel reggimento che per l’appunto Montebello s’intitola, illustrò quella giornata con una dotta e bella conferenza pubblicata nella Rivista di Cavalleria di parecchi anni fa. E, prima ancora, ne scrisse con intelletto d’amore quel bravo Quinto Cenni, del quale abbiamo parlato; e, recentemente, se ne occupò il capitano Lomonaco, benemerito fondatore di quell’aurea pubblicazione ch’è Il Giornale del Soldato. — Il Lomonaco, che qui ringraziamo pel cortese [p. 131 modifica]contributo artistico da esso dato all’opera nostra. — Se ne occuparono anche molti scrittori stranieri, fra’ quali il Poplimont nelle sue lettere sulla campagna d’Italia nel 1859. Epperò, nel campo dove tanti altri hanno così largamente mietuto, a noi non rimane che poco da spigolare; e ci limitiamo perciò a brevi cenni sommari, che più ci sono noti e che possono più direttamente interessare il reggimento cui appartenevamo.

Il Feld-maresciallo Stadion, volendo rendersi conto delle forze e delle posizioni dell’ala destra degli alleati, si avanzò in ricognizione fino a Casteggio e Montebello, il 20 maggio, con 15,000 uomini e alquanta artiglieria.

Casteggio — l’antico Clastidium — che vide nell’anno 223, avanti Cristo, una vittoria dei Romani sugli Insubri; e, nel 1800, una vittoria di Bonaparte, sugli Austriaci, per virtù di quel generale Lannes che fu poi dall’Imperatore creato duca di Montebello. Era, dunque, destino che un altro Buonaparte — il terzo Napoleone — alleato d’Italia, dovesse, nel 1859, prendere parte a una nuova vittoria contro lo stesso nemico.


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Il Poplimont, in una delle sue importanti lettere, scriveva da Alessandria in data del 27 maggio:

“Una forte pattuglia austriaca tentò di penetrare nel primo di questi due villaggi. Ma ne fu impedita da barricate e dalle fucilate della Guardia Nazionale. A castigare l’audacia degli abitanti, che intanto avevano inviato il proprio Sindaco a chiedere la protezione degli alleati, accorse lì per lì una colonna nemica. La cavalleria piemontese — generale brigadiere de Sonnaz — accorse allora a incontrarla a briglia sciolta. Fu in quel momento che incominciò la battaglia.

“Il fuoco, aperto alle undici di mattina, durava ancora alle cinque di sera. Intrepida fu la lotta da ambo le parti.

“La cavalleria sarda non si componeva che di sei squadroni: quattro dei Lancieri di Novara, comandati da de Boyl, due di Monferrato, sotto gli ordini di Morelli. Ogni squadrone aveva la forza di cento cavalli.

“Questo solo pugno di uomini sostenne valorosamente l’urto del corpo d’Armata austriaco durante più di un’ora. Elettrizzati dai loro capi, che [p. 132 modifica]pagavano di persona, quei valorosi tornarono sei volte alla carica, rompendo, ciascheduna volta, le teste alle colonne nemiche; sicchè un terzo di loro rimase sul terreno.

“Il colonnello Morelli cadde mortalmente ferito, caricando, la sciabola in pugno, alla testa del suo distaccamento.

“Finalmente, dietro ordine del maresciallo Baraguey-d’Hilliers, la Divisione Forey apparve sul campo di battaglia. I suoi reggimenti arrivarono al passo di corsa slanciandosi alla bajonetta contro le posizioni occupate dalle bianche uniformi.

“Si dovette prendere e riprendere Montebello accanitamente difeso da forze superiori. Si precipitò a testa bassa nelle strade del villaggio, pei campi, per gli orti, in mezzo ai giardini. Si presero le case d’assalto; e lì, la terribile bajonetta compì la sua opera di distruzione.

“Le vie erano coperte di cadaveri; piene le case.

“Gli Austriaci, cacciati dal villaggio, si trincerarono nel camposanto. Si affrontarono all’arma bianca, scavalcando i muri. Morti sopra morti; e gli austriaci, rotti, incalzati, rincorsi, dovettero battere in ritirata, lasciando il campo di battaglia in mano degli alleati.

“La vittoria costò cara. Circa seicento furono i morti e i feriti degli alleati. Degli austriaci, duemila circa; non compresi duecento prigionieri, fra’ quali un colonnello.„

Abbiamo volentieri riportato, in parte, questa lettera del Poplimont, perchè a noi parve che la parola di uno straniero avesse in questo caso più valore di qualunque nostro apprezzamento, di qualunque relazione di parte nostra; perchè in lui, francese, avrebbe potuto prevalere, anche incoscientemente, il bisogno di passare di volo sulle nostre glorie per calcar la penna su quelle de’ suoi connazionali.

Egli invece rende imparziale — e a volte esagerato — omaggio ai nostri soldati, rammentandone i nomi e le virtù.

Ed ora veniamo a ciò che più direttamente ci sta a cuore: veniamo alla parte presa in quella giornata dal reggimento Cavalleggeri di Monferrato, e da’ suoi ufficiali.

Si sa che questo reggimento, scoppiata la guerra e cominciate le ostilità, aveva coperto la ritirata dei vari Corpi che si andavano concentrando sul Po; e aveva protetto i lavori d’innondazione, che nella Lomellina dovevano ritardare la marcia dell’esercito nemico; il quale, varcato il Ticino, aveva il 23 aprile 1859, preso l’offensiva.

Il reggimento accantonatosi in Alessandria, dopo una marcia forzata e sotto un’acqua dirotta, ebbe il 7 maggio l’ordine di tenersi pronto alla partenza.

A mezzogiorno il terzo e il quarto squadrone, guidati dallo stesso [p. 133 modifica]comandante il reggimento tenente colonnello Morelli di Popolo, partirono in ricognizione dalla parte di Tortona.

Il primo e secondo squadrone, invece, comandati dal maggiore Pamparà, furono verso sera diretti a Valenza, per mettersi a disposizione del prode maresciallo Canrobert.

Il terzo e quarto squadrone, dopo eseguita la ricognizione di Tortona, si diressero alla volta di Voghera; ed
 
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Baraguey d’Hillier.
ivi, riuniti a due squadroni dei Lancieri di Novara e a due dei Lancieri di Aosta, formarono, sotto gli ordini del colonnello brigadiere conte Gerbaix de Sonnaz — di recente promosso — l’avanguardia del Corpo francese comandata da un altro prode, il generale Baraguey d’Hillier.

E sono per l’appunto questi due squadroni che ebbero, il 20 maggio, la grande fortuna di prendere parte alla battaglia di Montebello. Battaglia che iniziò la guerra del 1859, dove per la prima volta si confuse insieme il sangue francese al sangue italiano; e dove unito al nome di tanti noti eroi, rifulse quello dello stesso bravo e fortunato maresciallo Baraguey d’Hilliers.

In quella battaglia gli ufficiali della cavalleria italiana si copersero di gloria; fu là che, come dice il Poplimont, l’eroico Morelli cadde ferito a morte colla sciabola in pugno, caricando alla testa del suo distaccamento.

Il conte Tomaso Morelli di Popolo!...

Egli aveva ricevuto il comando del reggimento dalle mani del colonnello de Sonnaz poco tempo prima: de Sonnaz, che per quel fatto d’armi otteneva la medaglia d’oro e la promozione a generale. Il comando del Morelli fu come una meteora di luce che dura quanto dura un baleno.

In quel combattimento, ufficiali e soldati gareggiarono di temerarietà e i comandanti de Sonnaz e Boyl, i capitani Soman, La Forest de Divonne, Piola-Caselli, Aribaldi-Ghillini e Ristori, quasi tutti feriti.

Ma a questi si unisce nella gloria un altro nome: quello del marchese Carlo Medici di Marignano — che qui diamo in uniforme di capitano nello [p. 134 modifica]Stato Maggiore — il quale, quando vide il suo comandante a terra, circondato da una selva di bajonette, si slanciava in suo soccorso, seguito dal bravo trombettiere Astesiano.

Intorno a quest’episodio il Galignani’s Messenger in data del 4 giugno, stampava:

“.... Quando, dopo la splendida carica della nostra cavalleria, a Montebello, il colonnello Morelli di Popolo dei cavalleggeri di Monferrato, cadeva gravemente ferito, il sottotenente Medici di Marignano, ufficiale dello
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Medici di Marignano.
stesso reggimento, tornò indietro ad assisterlo.

“Il giovane ufficiale avendo trovato il colonnello tra i feriti, lo collocò su un cavallo vagante, e lo guidò verso le nostre linee che avanzavano. Disgraziatamente pel povero Morelli, essi passarono presso un fanatico tirolese che giaceva al suolo gravemente ferito. Costui, come i cavalli avanzavano lentamente, in un impeto di furore si precipitò sul Morelli colla bajonetta, aprendogli una mortale ferita nella schiena; ferita della quale morì. Il colonnello Morelli era uno dei più bravi ufficiali dell’esercito piemontese, e il giovane Medici è degno di stargli a paro. Esso, il Medici, ebbe due cavalli uccisi sotto di lui durante l’azione, e fu tosto decorato della medaglia d’argento al valor militare.„

Questo articolo del giornale inglese va così modificato:

Il giovane ufficiale trovò il colonnello in un campo di grano, con una ferita al ventre dalla quale uscivano gl’intestini. Pareva morto; ma un lieve tremito avvertì il Medici che il suo comandante viveva ancora.... e pensò di trasportarlo altrove. Tanto più che da una parte e dall’altra, cacciatori tirolesi e Chasseurs-à-pied francesi, dopo la carica eseguita dalla cavalleria piemontese si davano, in quel momento, l’ultimo e nutrito saluto.... a fucilate.

Il Medici tentò allora di sollevare, da solo, il corpo del colonnello; ma questi, aperti gli occhi, e accortosi dell’ufficiale che gli stava vicino, gli disse a stento:

— No.... mi lasci qui.... soffro troppo!.... Mi dica soltanto com’è finita.... Mi dica quanti abbiamo di morti e feriti....

Tacque; poi, dopo uno sforzo supremo, vedendo il Medici in pericolo: [p. 135 modifica]
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BATTAGLIA DI MONTEBELLO. — Morte di Morelli.

[p. 136 modifica]— Giù!.... giù!.... si corichi Medici!.... Se no, ammazzeranno anche lei!

Quell’eroe moriva, pensando agli altri!

Le palle, infatti, fischiavano da ogni parte, a traverso la campagna e in tutte le direzioni. I tirolesi intanto retrocedevano; la linea francese avanzava. Il Medici invocò l’aiuto di un vecchio sergente dei Cacciatori — che poi seppe chiamarsi Géraud — e, con molte preghiere, ottenne che questi sollevasse il Morelli per i piedi, mentre lui lo sorreggeva per le spalle; e così, procedendo a piccoli passi, perchè il ferito soffrisse meno, lo trasportarono
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Franco Fadini.
in mezzo alla strada, dove momentaneamente lo adagiarono.

Un medico francese, chiamato sul luogo, subito giudicò mortale il colpo; ma procedette nulladimeno ad una prima medicatura, e cucì la ferita.

Fatto ciò, ingegnatisi a imbastire alla meglio una barella, vi collocarono il prode colonnello; il quale venne così trasportato fino all’ambulanza, e di là a Voghera, dove morì senza mandare un lamento.

Per quanto tormentato da spasimi atroci, egli non ebbe — ne appena ferito, nè giunto agli estremi — un pensiero solo, che non fosse per il suo reggimento, per l’esercito, per la patria!....

Salutiamo il morto eroe!

Ma qui, prima di parlare del volontario Franco Fadini, ferito pure gravemente in quel combattimento, salutiamo reverenti, il portastendardo sottotenente Francesco Govone — il più giovane dei quattro fratelli di quell’illustre schiatta piemontese, maestra di valore e di disciplina — il quale, avuto l’ordine d’incassare lo stendardo a Mortara, s’era unito allo Stato Maggiore del reggimento, seguendo il proprio colonnello in tutti i suoi passi, fino a rimaner morto anch’egli sulla strada per una lanciata nel ventre. E, dello stesso reggimento, rammentiamo a titolo d’onore: i capitani cav. Ferdinando Aribaldi-Ghillini, Francesco Ristori di Casaleggio, e il luogotenente Giovanni Milanesa, tutti e tre decorati. Il luogotenente Porcara Bellingeri, il quale ebbe la Menzione onorevole. “Ricompensa non comune„ — scrive il di Bagnolo nel suo [p. 137 modifica]
 
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Franco Fadini difende il proprio colonnello.
 
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Morte del conte Onofrio Scassi, genovese.
 
[p. 138 modifica]articolo su Montebello — “in quell’Era spartana di parche ricompense...„

Il volontario in Monferrato nobile Franco Fadini, del quale diamo il ritratto da ufficiale, venne allora colpito allo stomaco da una palla tirolese che, miracolosamente sviata dalla cassa dell’oriolo, gli scivolò fra carne e pelle senza toccare gli intestini. Fu una ferita dolorosissima, la quale, se pur lo inchiodava in un ospedale fino a guerra finita, gli recava almeno in dono la Medaglia d’argento al valor militare, non certamente frodata!

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Luigi Mazzoni.

Gli austriaci si erano slanciati contro il caduto colonnello per impadronirsene: e, fra gli altri, un ufficiale avendo stesa la mano per intimare la resa, il soldato Fadini, gli si scagliò addosso e lo disarmò ferendolo. Un soldato puntò allora una pistola contro il colonnello Morelli, e il Fadini gettatosi innanzi alla pistola, trapassato dal proiettile, cadde accanto al colonnello. I soldati Bossi e Albene accorrono come leoni sugli austriaci, e ne rompono i cerchi. Arrivano altri italiani.... i corpi di Morelli e Fadini vengono trasportati all’ambulanza.... Morelli spira dopo poche ore; ma Fadini guarisce e vive anche oggi vegeto e sano, non dimentico di dover la vita alla miracolosa callotta del suo orologio.

Col Fadini, ricordiamo anche il buon furiere Manera, promosso ufficiale per merito di guerra e Luigi Mazzoni — decorato anch’egli più tardi in seguito a reclamo — il Mazzoni, che fu poi ufficiale d’ordinanza di S. M. Vittorio Emanuele, e che morì pochi anni sono, luogotenente colonnello comandante il distretto di Monza.

Ma qui il dovere ci conduce, dopo parlato dei prodi di Monferrato, a scrivere il nome di altri due ufficiali morti sul campo: quello del barone Edmondo de Blonay, tenente in Aosta, e del conte Onofrio Scassi, sottotenente nei lancieri di Novara.

Il conte Onorio Scassi, patrizio genovese, cadde al ponte di Casteggio, come Plutarco narra che cadessero gli antichi eroi. Pennelli di artisti, penne di letterati, celebrarono la sua morte. Assalito egli da mezzo squadrone di Ulani, dopo una leonina difesa, piuttosto che fuggire, preferì di morir combattendo con cento piaghe aperte nel baldo corpo gentile!


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III.


A Porta Vercellina. — Dolcezze del rivedersi. — Baci patriottici. — Che momenti! — Ai giovani ufficiali. — Desenzano. — I tre Eserciti in campo. — L’alba del 23 giugno — Una visione. — Re e Imperatore. — Avanzata generale. — Tattica di Napoleone. — Economia di ore. — Azione dei Cavalleggeri Monferrato.


Ed ora, poichè la ruggine della memoria ci rende forso ingrati, e, nostro malgrado, obliosi verso qualche altro nome che ci sfugge, lasciamo il terreno di Montebello, e facciamo un salto fino al giorno 7 di giugno; quando tutto il nostro reggimento riunito venne ad occupare, sotto le mura di Milano, i bastioni di Porta Vercellina, ora Magenta.

Che giornata fu quella!

L’annuncio del nostro arrivo era corso, fulmineo, per tutta la città. La quale s’era ivi precipitata a farci festa. Festa, aumentata dal fatto che il reggimento Cavalleggeri di Monferrato contava, suppergiù, una ventina di volontari, la massima parte milanesi, o lombardi.

Questi avevano, come si è già detto, quasi tutti lasciata Milano nel mese di febbraio, poco dopo il famoso: — Guerra guerra! della Norma, al teatro della Scala.

Si era fuggiti alla spicciolata, fra l’ombre della notte, chi per terra a piedi, chi in biroccio travestito, chi in barca, traversando magari il Ticino fra le reti di un pescatore; chi su su, per valichi difficili e pericolosi, coi gendarmi alle calcagna, camminando a stento fra le nevi alte del Monte Generoso; lasciando, la maggior parte di noi, insalutati i nostri cari, senza manco pensare se, e quando, li avremmo ancora riveduti.

E rivederli nel giorno più bello della vita di un popolo; nel giorno della sua liberazione! Rivederli nel momento che per le vie, per le piazze, nei privati e pubblici ritrovi, echeggia entusiastico il grido di libertà: e, dappertutto, musiche e fanfare mandano al cielo i loro inni patriottici; e dai balconi, e dai terrazzi, e dai campanili, sventolavano all’aria i tre colori, — pochi momenti prima pretesto a sevizie, a processi,
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a prigionie, a morte; rivederli nel giorno che all’ali aperte delle aquile straniere, sono sostituite — delizia a vedersi! — le penne dei bersaglieri di Crimea; e all’unghia ferrata del cavallo nordico, la cornea robusta dell’agile destriero di Sardegna... E sorrisi, e canti, e gioia irrefrenata dentro tutti i cuori, su tutti i volti.... — Rivederli in quel giorno, che conforto, che dolcezza, che delirio!
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L’ingegno umano, anche quando il genio lo conduce, segna un limite alle sue scoperte, ai suoi prodigi; perchè anche il genio si arresta davanti alle manifestazioni, ai miracoli che sono opera del cuore. E lo spettacolo che i cuori di tutto un popolo — il popolo lombardo — offersero in quei momenti, non vi ha lirica per quanto alata di poeta, non v’ha maestria di pennello che possa renderlo in carta, o riprodurlo in tela.

Una città.... tutta una popolazione morta, che torna alla vita.... Palpiti compressi, che si risvegliano potenti al bacio della libertà!...

E per noi?.... Anche per noi, quale contrasto di pensieri e di affetti!

Da quasi cinque mesi lontani da Milano, e dalle nostre case, fra la caserma, la stalla e il campo; privi d’ogni agiatezza della vita, si può dire d’ogni necessità; ricchi solamente di quella pioggia che il buon Dio ci mandava abbondante dal cielo nelle nostre lunghe tappe notturne; abbrustoliti dal sole, incallite le mani dalla striglia e dalla ramassa: digiuni di qualunque altro palpito, altro affetto, altra dolcezza... che non fosse il pensiero della gloria; abituati a profumi poco delicati.... Pensi il lettore quale non dovette essere la nostra impressione.... — morale e fisica — nel trovarci a un tratto sorpresi, inondati da un mare di profumi deliziosi di violetta, di vaniglia, di ambra; carezzati a un tratto da trine, da veli, da serici svolazzi imbalsamati d’ireos: sentirci dolcemente stretti in abbracci teneri, forti, soffici.... soavi.... E sulle nostre labbra — digiune di baci — sentir posare le labbra calde, per entusiasmo febbrili, di matrone e di vergini, cui amor di patria faceva per un momento dimenticare quel riserbo ch’è istintivo nella donna per bene!...

Quegli occhi fiammeggianti di suprema gioia; quelle bocche aperte al sorriso, cui l’emozione toglieva persino la parola; gli scatti, i gridi di quelle madri, di quelle sorelle, le quali, per precipitarsi nelle braccia di un loro caro, inciampavano, cadevano.... ma si rialzavano, spinte da quella grande molla dinamica del cuore e del sentimento. Parenti vicini e lontani, amici di ogni età, faccie vecchie e faccie nuove.... ma amiche tutte quante; e tutte anelanti a farvi festa, a parlarvi, a toccarvi come cosa santa.... Quella scena, quel quadro, chi potrà mai descriverli?

Una stupenda macchina fotografica riprodurrà, istantanea, la mossa di un cavallo che salta sospeso in aria fra cielo e terra; ma nessuna macchina, per quanto perfetta, se non è opera divina, riescirà mai a riprodurre la sublimità di un simile spettacolo!

E non fu solo a Milano. Quelle accoglienze si rinnovarono per tutte le città e le ville d’Italia dove il nostro reggimento passava. E le città e le ville d’Italia, sui nostri keppy, versarono i fiori più belli dei loro giardini.

Aver vissuto in quei giorni, ormai tanto lontani, e tanto dimenticati, è come aver vissuto, non una ma due vite! — La memoria di quei [p. 141 modifica]momenti ci accompagnerà, con infinita dolcezza, in quel resto che abbiamo ancora da vivere; e ci farà sembrare meno duro il nostro letto di morte....

A voi, a voi giovani ufficiali, lasciamo in eredità queste sante memorie; augurando che quei giorni possano ancora rinnovarsi per voi, a maggior gloria dell’esercito, a maggior grandezza della Patria!

Detto ciò, rientriamo nelle righe!

Passiamo, di volo, quattordici giorni; e da quel memorabile 7 di giugno, fermiamoci un momento al 21 dello stesso mese; quando cioè la nostra divisione passato il Chiese, veniva a soggiornare a Desenzano.

Quivi fece sosta pure il reggimento Monferrato, ad eccezione del primo squadrone che, come avanguardia, fu mandato agli avamposti, fissando il campo a Rivoltella.


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Diamo un breve cenno della situazione dei tre eserciti: il Sardo, il Francese e l’Austriaco.

La I e la V divisione dell’esercito Sardo, erano a Lonato. La II, a Calcinate. Il Corpo di Garibaldi, e la IV divisione — Cialdini — in Val di Chiese, verso Gavardo, a protezione del nostro fianco sinistro.

I francesi, un po’ arretrati, stavano alla nostra destra, sulla linea Montechiari-Carpenedolo.

L’esercito austriaco era sulla sinistra del Mincio, sotto gli ordini diretti dell’Imperatore, diviso in due armate: la prima a Valeggio, la seconda a Mozzecane.

Tutti i ponti sul Mincio erano stati conservati; anzi gli austriaci ne avevano costruiti altri due, a Goito e a Ferri; e tenevano occupati sulla sponda destra, Goito, Volta e Monzambano. Ciò che avrebbe potuto indurci a credere che la loro intenzione fosse quella di ripassare il Mincio. E se noi, giunti al Chiese, avessimo spinto le nostre esplorazioni fino al successivo corso d’acqua, come buona regola d’arte avrebbe richiesto, ci saremmo accorti, fino dal 21, della loro presenza sulla sponda destra del fiume. [p. 142 modifica]

Ma, pur troppo, l’impiego della cavalleria non era bene inteso nell’esercito alleato! Tre belle divisioni, due francesi e una sarda, erano tenute indietro, in riserva a Carpenedolo e Lonato; solo la cavalleria divisionale si spingeva, timidamente oltre gli accampamenti.


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Veniamo ora, alla grande giornata che decise delle sorti d’Italia!

Il 23 giugno, cioè alla vigilia della battaglia, a Desenzano, una grata sorpresa, uno spettacolo nuovo e caro, un quadro indimenticabile richiamò gli occhi e la mente di tutti noi.

Era un gruppo di ufficiali, risplendente nella penombra dell’alba, per ricchezza di ricami e galloni d’oro e d’argento. In mezzo al gruppo, dominandolo, spiccava due figure principali; due nomi immortali: uno sacro alla gloria, l’altro sacro alla sventura.... ambidue diletti all’Italia: Vittorio Emanuele, Napoleone III.

L’aurora che stava spuntando, come se si compiacesse dell’opera sua, illuminava quelle due teste di roseo, circondandole di una specie di aureola, simile a quella con cui si dipingono nei quadri i martiri o i santi.

Re e Imperatore, a quanto sembra, tenevano quivi solenne consulto!

La visione passò come lampo; ma ci accompagnò tutta la giornata, e il giorno appresso, come un dolce presagio.

Il resto del tempo noi lo passammo tranquillamente e allegramente, assistendo all’asta dei cavalli nemici, predati il dì innanzi.

Il nostro esercito si concentrava intanto fra Esenta, Lonato, Desenzano e Rivoltella; alla nostra destra l’esercito francese stendevasi da Esenta a Mezzane e Carpenedolo.

I quartieri generali stavano rispettivamente a Lonato e a Montechiari.

L’esercito alleato appoggiava pertanto la sua sinistra al Garda, la destra al Chiese.

Erano 127,000 i francesi: 44,000 i piemontesi, sopra una fronte di diciotto chilometri. [p. 143 modifica]L’esercito austriaco ripassava, lo stesso giorno 23, sulla destra del Mincio; disponendo la seconda armata a Nord, fra Pozzolengo, Solferino, Cavriana e Volta. La prima a Sud, fra Medole, Guidizzolo e Castelgoffredo. Cioè 150,000 uomini sopra una fronte di quindici chilometri.


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L’imperatore Francesco Giuseppe, col suo Capo di Stato maggiore Feld-maresciallo de Hess, avevano deciso di attaccare il 24, nel concetto di occupare la fronte Lonato-Castiglione colla seconda armata, e di avvolgere colla prima armata, dalla pianura, l’ala destra degli alleati, affine di ricacciarli verso le Alpi. [p. 144 modifica]A quel Quartiere generale si credette, per via d’informazioni, di trovare il nemico sulle alture di sinistra del Chiese; però senza escludere la possibilità d’incontrarlo anche in marcia. Tanto che, quel comando, aveva date disposizioni tali da poter offrire battaglia in qualunque momento.

L’avanzata degli austriaci era fissata per le ore 9 antimeridiane.


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Anche Napoleone voleva avanzare il giorno 24, per avvicinarsi al Mincio, che credeva debolmente tenuto sulla sponda destra; in modo da poter presentare subito al nemico che, secondo lui, avrebbe difeso il passaggio del fiume dall’altra riva, delle masse imponenti. Evidentemente da quel comando non era preveduto il caso che tutto l’esercito austriaco venisse a dar battaglia sulla destra del fiume.

Con tale concetto, Napoleone ordinava che nel mattino del 24 le quattro Divisioni piemontesi convergessero su Pozzolengo: che il I Corpo [p. 145 modifica]francese marciasse da Esenta a Solferino: il II, da Castiglione a Cavriana: il IV, con le due Divisioni di cavalleria, da Carpenedolo a Guidizzolo; il III da Mezzane a Medole. Finalmente, la Guardia — riserva generale — da Montechiari a Castiglione.

Si doveva avanzare fra le due o tre ore di notte.

Per tale disposizione si veniva a restringere la fronte a 14 chilometri; poichè tanto corre di strada fra Pozzolengo e Guidizzolo.

Giunti, come siamo, a questo punto, viene opportuno di parlare delle disposizioni che, dal canto suo, dava
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a S. M. Vittorio Emanuele: profittando così dell’occasione per poter discorrere della conseguente azione dei quattro squadroni dei Cavalleggeri di Monferrato.

S. M. il Re dunque, il quale, stando alle disposizioni di Napoleone, doveva far convergere le sue quattro Divisioni su Pozzolengo, dispose che la Divisione Mollard, seguita da quella Cucchiari, marciasse per la strada Lugana, Rivoltella-S. Martino-Pozzolengo; che la Divisione Durando, seguita da quella Fanti, si portasse invece da Lonato su Pozzolengo, per la Madonna delle Scoperte e il Redone.

Tutto ciò nella persuasione che non si sarebbero incontrate altro che delle retroguardie nemiche: e, per conseguenza, con comodità di marcia, su larga fronte, come appare dallo studio della carta.

S. M. il Re dispose inoltre che le quattro Divisioni fossero precedute da forti ricognizioni, e ciò per preparare sgombro il terreno.

Più prudenti e più razionali appaiono gli ordini dati all’esercito francese; il quale marciava compatto, in modo da poter impegnare battaglia da un momento all’altro.

La differenza nelle ore di partenza dei due eserciti avversari — le ore 9, cioè, per gli Austriaci, e le 3 per i Franco-sardi — doveva necessariamente condurre all’incontro delle due forze nella posizione che gli austriaci occupavano fino dalla sera del 23: con vantaggio, da parte di questi, che si sarebbero trovali pronti e compatti a sostenere gli attacchi dei nostri; i quali — specialmente i Sardi — si presentavano a un avversario già in [p. 146 modifica]posizione, e preceduti da ricognizioni su due colonne a grande intervallo fra loro e affatto slegate.

Ed eccoci finalmente all’azione degli squadroni di Monferrato destinati alla III Divisione Mollard, la quale costituiva la estrema sinistra della linea di battaglia.

Il nostro reggimento, la sera del 23, si trovava alloggiato a Desenzano, in un ampio stallazzo prospiciente il lago. Nell’aria si sentiva odor di polvere. Ognuno istintivamente intuiva qualcosa di grosso: tanto che nessuno, buttandosi vestito sulla paglia, accanto al proprio cavallo, avrebbe scommesso di passarvi tranquillamente la notte.

Difatti, poco dopo il tocco, ecco la sveglia: ecco un gamellino di brodo unto e bisunto, poco desiderato in quel momento dallo stomaco; ma che fu tanta manna provvidenziale per chi durante tutta la giornata non doveva mandar giù nè un briciolo solido, nè una goccia liquida.

Fra sveglia e rancio, ecco il butta-sella, in mezzo a un buio pesto.

Allo scoccare delle 3, eravamo tutti in marcia!

La III Divisione doveva mandare quattro colonne in esplorazione. Ognuno dei nostri quattro squadroni doveva fornirne mezzo a ciascuna colonna.

Vedete un po’ che razza di sminuzzamento!

Due di queste colonne, composte di un battaglione di fanteria, di due compagnie di bersaglieri, di due pezzi di artiglieria e di mezzo squadrone Monferrato, dovevano percorrere la strada postale che, da Desenzano a Peschiera, costeggia il lago di Garda....

Un’altra di egual forza, doveva seguire la strada ferrata Desenzano-Peschiera.

La quarta, finalmente, dopo aver preso lungo la ferrovia, doveva volgere su Pozzolengo, per la via Lugana, alla intersezione di coteste due strade.

La metà del primo squadrone venne addetta alla ricognizione dell’estrema sinistra, quella costeggiante il lago. Passata appena la penisola di Sermione, un po’ più verso Peschiera, si fermò, e i cavalleggeri fecero pied-a-terra. Dopo scambiato qualche colpo di moschetto contro alcuni cavalieri nemici, che a quando a quando, apparivano sulla strada, e sparivano, quel mezzo squadrone fu richiamato verso Rivoltella, e nel retrocedere funzionò da retroguardia. A questo mezzo squadrone apparteneva pure il volontario Luigi Majnoni, di cui abbiamo parlato.

La metà del secondo squadrone, quello cui aveva l’onore di appartenere lo scrittore di questi cenni, seguì invece la quarta colonna — che da Desenzano, lungo sempre la ferrata, doveva poi prendere per la via Lugana, e dirigersi a Pozzolengo, — destinata così a trovarsi, mezz’ora dopo, sul campo, in piena battaglia.

[p. 147 modifica]La metà del terzo squadrone, comandata dal capitano Ristori, co’ suoi ufficiali Casati e Collobiano, la sera del 23, fu mandata, insieme a un riparto di fanteria, in ricognizione sulle colline dominanti S. Martino, senza rinvenire alcuna traccia del nemico. Codesto mezzo squadrone passò la notte accampato a Rivoltella, mandando qua e là piccoli distaccamenti; e da Rivoltella vide, all’alba, sfilare parte della Divisione gialla — Cucchiari — non che il resto della Divisione Mollard, chiamate da un vivo fuoco di fucileria acceso nelle linee avanzate.

Tutto il quarto squadrone, finalmente, comandato dal capitano Ghillini, se la memoria non ci tradisce, fu destinato di scorta alle batterie dell’estrema destra. Ma delle sue vicende, come di quelle del terzo — causa il loro funzionamento — poco possiamo dire.

Questo solo siamo in grado di aggiungere, che il terzo squadrone, sfogato il grande temporale — battaglia combattuta in cielo, e perciò meno della nostra cruenta — dovette eseguire qualche carica in foraggeri per proteggere i movimenti delle batterie cui serviva di scorta; e che, al tramonto, ascese anch’esso il colle dove il nostro squadrone aveva già due volte caricato. Quel colle da dove si distinguevano, sul calar della sera, come fantasmi che svaniscono, le ultime tuniche bianche dei soldati nemici, che s’arrestavano a tratti, rapidamente voltandosi, la guancia destra contro la cartella del loro fucile — illuminata la faccia dal lampo dell’arma — tirare gli ultimi colpi, ormai incruenti.... ma protettori di una ritirata divenuta, per essi, una fuga.


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IV.


Un passo indietro. — Andouma al fumm! — Luigi Crescio. — Spalline o morte! — Scorta alle batterie. — Sul campo di battaglia. — Tre voci! — I quadrati. — Franchelli. — Turati.


Torniamo all’alba del dì 24, quando, saliti e cavallo, movemmo dal ridente paese di Desenzano sul Lago, avvolto ancora nella nebbia. Percorso meno di un chilometro, le trombe squillano il trotto. A mano a mano che ci avviciniamo a Rivoltella, si comincia a udir da lungi il brontolar del cannone....

Andouma al fumm! Andouma al fumm!... — esclamavano i nostri cavalleggieri con animo caldo di entusiasmo, come se andassero a nozze. Altro che fumo! Ecco che a due terzi della via, s’incontrano i primi feriti, nei cacolets portati dai muli. Sono artiglieri, e quasi tutti ufficiali, o graduati. Fra questi, vediamo un capitano colla testa fasciata.... È pallido, sanguinante.... ma sorride e ci saluta.

— Viva l’Italia

La fiera processione continua.... La colonna allunga il trotto.

Il brontolio del cannone diventa tuono, e par che si avvicini; ma siamo noi che ci avviciniamo a lui!

Fu allora che il sergente Luigi Crescio, trottandomi accanto, mi urtò del gomito, e disse:

— Stammi sempre vicino!... Stavolta è quella buona!... O ci si rimette la pelle, o le spalline oggi ce le guadagnamo, quant’è vero Dio!

Anticipiamo un cenno biografico di questo valoroso.

Luigi Crescio — già colonnello comandante "Nizza", generale della riserva, morto a Foligno — è anch’egli figlio di quel forte Piemonte, vivaio di soldati e di eroi.

Luigi Crescio, dopo il capitano Avogadro, è la figura più fulgida del nostro fortunato squadrone.

Fatti, come vedremo, prodigi di valore durante la mattinata del 24, rimase ferito, nella carica della sera.

Nobile cuore, generoso d’istinto, temerario per coraggio, egli, causa alcune leggerezze di gioventù, aveva compromesso l’avvenire della propria carriera. Quando noi, appena arrolati, lo trovammo a Vigevano, dove il reggimento stava di guarnigione, Crescio era sergente scudiere; montava, "gratis", i cavalli degli ufficiali, e cavalcava come un Dio. Il capitano Avogadro, però, nella sua rude franchezza, gli aveva a più riprese fatto capire che, quanto a spalline d’ufficiale, non dovesse nemmeno pensarci!

Luigi Crescio, da giovane, non sappiamo per quale atto di coraggio, era [p. 149 modifica]
 
Luigi Crescio
 
[p. 150 modifica]stato insignito di una medaglia d’argento al valore civile; ma questa non gli bastava. Scopo della sua vita era quello di conseguire.... ciò che il capitano Avogadro, per l’appunto, gli negava: le spalline. Le desiderate spalline d’ufficiale, ad ogni costo, ad ogni prezzo, anche bagnate di tutto il proprio sangue. E vi riescì.

Come? Lo sapremo dal rapporto dello stesso suo capitano, il quale, giusto quanto bravo, il dì dopo la battaglia di San Martino, spontaneamente lo proponeva ad ufficiale sul campo.

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Ma ecco che la nostra colonna passa Rivoltella e, sempre al trotto, giunge davanti le alture di San Martino, proprio nel fervore della mischia, in mezzo al grandinare delle palle, allo squillare delle trombe, al rullar dei tamburi che battono la carica; alle alte voci dei comandanti; e, come se si trattasse di una festa da ballo, allo allegro e fiero suonare delle bande militari.

Eccoci insomma, e per davvero, al fumo delle artiglierie amiche e nemiche. Ed eccoci, lì per lì, comandati di scorta alla batteria dal capitano marchese di Bassecourt — morto qualche anno fa generale, ed ex deputato al Parlamento.

La scorta alle batterie!?...

Un servizio noioso, e penoso, in ispecie per un soldato che ha i nervi; il quale, pure infischiandosi del pericolo, non desidera avere molto tempo per rifletterci su.... e preferisce la mischia, il combattimento, la carica — tutti esercizi che mettono in moto i muscoli, distraggono la mente — ma danno sfogo ai nervi.... e scaldano il sangue.

Ed è lì dove specialmente trovammo ammirabile il sangue freddo di Gerolamo Avogadro; il quale, allo scopo di togliere un punto fisso di mira alle palle tirolesi — che, come mosche, ci ronzavano presso agli orecchi — comandava i movimenti dei due plotoni come se si trattasse d’una innocua manovretta in piazza d’armi:

Guard’a voi! — Plotoni a destra! — Plotoni dietro fronte a sinistra! — A....vanti! — Alt! — Destr-riga! — Fissi! — Riposo! — Plotoni a sinistra! — Plotoni dietro fronte a destra! — A....vanti! — Alt! — Destr-riga! — Fissi! — Riposo! — e si metteva a fumare.


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Davanti ai nostri occhi, intanto, minacciati dalla discesa del nemico dalle colline, si formavano rapidamente i quadrati.... Vedemmo allora corpi umani cadere uno sull’altro, quali colpiti nella testa, quali nelle membra; [p. 151 modifica]vedemmo braccia troncate, brandelli di carne, corpi mutilati, muoversi, ravvoltolarsi per le terre fumanti sangue, negli ultimi sussulti della morte; e, insieme alle grida dei moribondi, quasi a coprirle, udimmo le sicure, alte, metalliche voci dei colonnelli comandanti i reggimenti, dominanti sublimi quella atmosfera di morte. Voci che andavano spegnendosi a una a una, soffocate in eterno!

Intontiti davanti a quello spettacolo nuovissimo per noi volontari, pensammo come ogni altro avvenimento del mondo diventasse un nonnulla al suo confronto.

Il capitano Avogadro intanto si gingillava a comandare:

Destr-riga!... Fissi!Riposo! — e riaccendeva il sigaro!

Ma il suo occhio vigile non abbandonava i secondi ranghi — noi volontari eravamo in prima riga — dove i cavalli, partecipando della nervosità dei cavalieri, non volevano star fermi.

El prim ch’a bugia, a i bruso le cervella! — gridava egli percorrendo al galoppo quei secondi ranghi.

Minaccia inutile; sospetto infondato! La condotta, anche di tutta la bassa forza, in quella memoranda giornata fu tale da rivaleggiare colle pagine più fulgide del valore umano.

E il capitano Gerolamo Avogadro, che alla testa di quei soldati, si guadagnava la medaglia d’oro, si persuase ben presto che le pistole del suo arcione nulla avevano a che vedere coi secondi ranghi degli intrepidi suoi plotoni!


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Nel primo periodo della battaglia, cioè verso le 9 ore, non avvennero che alcuni attacchi slegati delle colonne di ricognizione: nè sapremmo ben dire quale, in questo tempo, sia stata l’azione di alcuni riparti dei Cavalleggeri Monferrato, ad eccezione di quella del nostro, e un po’ anche di quella del primo, che operò sullo stradale di Peschiera, e la colonna del quale, riconosciuto che da quel lato il nemico non avanzava, richiamata dal cannone tuonante sulla destra, ritiravasi verso [p. 152 modifica]Rivoltella, al bivio della strada di Pozzolengo; per proteggerci dalle sorprese che potessero venire da quella Peschiera che Dante chiama:

bello e forte arnese
da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi.

Qui, il mezzo squadrone si fermò, appiedando in un praticello vicino al bivio dove era incominciata la stilata dei feriti.

Se non che, ai combattimenti parziali era intanto succeduta la battaglia generale. Dal vincerla o perderla, dipendevano le sorti d’Italia.

Alle ore 9 precise succedette il secondo periodo iniziato con un attacco della brigata Cuneo, alle alture di S. Martino.

Lo stesso generale Mollard, che lo diresse con felice risultato, non potè tenere a lungo le posizioni guadagnate, per il sopraggiungere di numerose forze austriache impetuosamente irrompenti.

E alle 10, respinto nell’attacco, si soffermava a resistere lungo la via ferrata; mentre la V Divisione, comandata dal generale Cucchiari, avanzava, e a mezzogiorno aveva ripreso le alture.

Se non che al tocco, anche la Divisione Cucchiari, respinta dalle riserve austriache, fu costretta pure essa a ritirarsi su Rivoltella.

Per noi cavalleggeri, se Dio vuole, finiva così il tormento del servizio di scorta alle batterie, e veniva sostituito da una azione ben più simpatica: caricare in foraggeri, per proteggere la ritirata e della nostra batteria e della intera brigata Pinerolo.

Eccoci, dunque, a parecchi metri di distanza uno dall’altro, slanciati alla carica verso le alture. L’impresa non era facile; non tanto per il nemico che ci accoglieva, gentilmente, a cannonate e a fucilate dalla collina, quanto pel terreno accidentato, in parte popolato di viti, buonissime per fare il vino, ma incomodissime per chi deve galopparvi a traverso.

Durante quella carica, fedele al suo programma, ecco che mi viene vicino il mio buon amico, il sergente Crescio. La sua venuta mi annuncia.... che le spalline sono in vista!

Egli, infatti, mi addita una cascina abbandonata, protetta da un’alta quercia secolare, dalle finestre della quale facevano capolino la penne di parecchi soldati e ufficiali tirolesi — Jäger — una cascina, che rimanendo isolata e lontana dal colle, offriva la possibilità di essere invasa con poca forza.

— Là!... Là!... — mi dice Crescio; e dirige senz’altro il cavallo a quella volta. Io lo seguo davvicino; ma, mentre procediamo inceppati dalle tirelle delle viti, che dobbiamo saltare, ecco venirci incontro, agitando convulsamente le braccia, uno dei nostri compagni, coll’aria di chi corre all’impazzata, preoccupato da qualche grosso guaio.... [p. 153 modifica]Quel cavaliere era il volontario Giuseppe Franchelli.

Giuseppe Franchelli che, furente, schizzava fiamme dagli occhi, e insieme lacrime. La sua apparizione, quel suo turbamento, arrestò momentaneamente la nostra corsa. Egli era noto per coraggio e sangue freddo, perciò quel subito cambiamento, quella commozione, grandemente ci sorprese.

— Che cosa diavolo ti è successo?

Noirat.... — egli rispose a denti stretti — Noirat.... coula bestia d’el me souldà, se fasse massè!

— Noirat?! come?... il tuo attendente?

Attendente per modo di dire, perchè ognuno di noi aveva abusivamente un soldato che lo aiutava
 
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Turati.
nelle fatiche più dure, sempre quando ciò non comprometesse la disciplina, o il servizio dello squadrone. E Franchelli amava il suo soldato coll’intenso amore di un fratello.

— Come?... Dove?... Di’ sù!... — insistemmo noi.

— Là.... verso la ferrovia.... C’era un fosso da saltare per essere al sicuro delle cannonate.... Eravamo in tre: il volontario Turati, io e Noirat. Primo a saltare fui io. Noirat mi veniva dietro... invece di saltare, si fermò per cedere il passo al Turati: — “Sauta!... sauta.... gli dico io. Ma chiel, coul’asou a la lassaie el pas. Turati salta... ma venuta la volta di Noirat, ecco una granata che gli frantuma una gamba.... la destra! Fu l’affare d’un secondo.... Se dava retta a me, se fosse saltato primo, la cannonata, toccava di diritto al Turati.... perchè, countagg, era proprio roba sua!

In così dire, con un atto di rabbia, ripartì come una freccia, caricando in direzione opposta a noi.

Questo episodio ce lo confermava, or sono pochi giorni, lo stesso Turati — uno dei pochi superstiti del secondo squadrone — aggiungendoci, che quello sfogo del Franchelli, egli lo vedeva sgorgare da un dolore [p. 154 modifica]così vivo e profondo, da togliere a lui persino la voglia d’aversene a male... e di ringraziarlo della poco cerimoniosa preferenza!

Giuseppe Franchelli, piemontese, aveva fatto la campagna di Crimea; e, prima ancora di arrolarsi nel 1859, aveva servito negli Spahis. Tempra di soldato, e patriotta, ai primi gridi di guerra era tornato in patria; ivi, essendo antico amico dell’Avogadro, volle entrare a far parte del secondo squadrone da lui comandato.

La preferenza, la predilezione del capitano per questo volontario, erano note a tutti; ma nessuno se ne offendeva per la stima che si nutriva di lui. Arruolandosi, non aspirò a gradi, nè a onori. A lui bastava di poter prender parte alla guerra e, come chi dicesse, menar le mani.


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Al reggimento, Franchelli servì di esempio a tutti. Nulla gli pesava, nemmeno i sacchi di biada, sotto i quali dovevamo alcune volte piegare schiena.... e gambe! Alto della persona, svelto, robusto, egli era un po’ rude nelle forme. Uomo di poche parole, ma leale e buono nel fondo, rendeva vivo, parlante, lo stampo di quella generazione piemontese, riluttante alle sdolcinature; la cui ufficialità, come dice il Bagnolo, assoggettata dall’infanzia a una disciplina rigorosissima, ad un formalismo eccessivo, faceva pompa di una durezza di carattere esagerata. Affettando per consuetudine, e per moda, un linguaggio aspro e tronco, e ruvide maniere.

Il Franchelli, come un predestinato a lasciar la vita sul campo di battaglia, benchè intuitivamente conscio della fatale sua fine, andava cercando con febbrile voluttà il pericolo.

E lo trovò! e cadde mortalmente ferito durante la seconda carica dalla sera — come vedremo più avanti — là sul colle di S. Martino, proprio dove sorge oggi l’Ossario.

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V.


Cariche in foraggieri. — Cascina sospetta. — Impresa temeraria. — Ancora Crescio. — Diciannove Jàger. — Don Pacifico. — Nobile ira. — Lungo la via. — Quattro Kind. — Un bacio. — Atto finale. — Rapporto Avogadro.


Torniamo dunque al momento in cui il volontario Franchelli, furente per la palla toccata al Noirat, e non a Turati, si spiccava da noi al galoppo, bestemmiando. E al galoppo ripartiamo pure noi, caricando verso quella famosa cascina più su nominata, dentro le crollanti muraglie della quale, l’occhio esperto del sergente Crescio aveva intraveduto.... le nostre spalline d’ufficiale.

Nella breve sosta col Franchelli, fummo raggiunti dal sottotenente Della Rovere, accompagnato dal caporale Contat, seguiti dall’appuntato Ravoire e dai soldati Rischis, Deambrogio e Mandreri; in tutto, otto individui.

Le nostre cariche in foraggieri, come dissi, dovevano proteggere la ritirata. Qua e là, vaganti allo stesso scopo, sbucavano manipoli di fanteria e di bersaglieri, destinati alla retroguardia.

Dall’alture seguitavano a piovere proiettili, come gettoni in tempo di carnevale; presso alle nostre orecchie ronzavano le palle pettegole degli Stützen tirolesi, noiose più delle mosche d’agosto. Piovevano le palle, ma i soldati austriaci non si movevano dai loro posti.

In un batter d’occhio, eccoci alla cascina. Vista di fuori, questa pareva deserta di gente viva. Ma là dentro gatta ci covava — ce lo dice un cenno di Crescio!

Una grande quercia, la ombreggia diagonalmente. Il portone è sgangherato; l’entrata larga, bassa, è a volta piatta. Primo a entrare là dentro — s’intende — è il sergente Crescio!

Mi par di vederlo. Piegato sul collo del suo cavallo, per non rischiare di battere della testa contro l’architrave, egli sparisce al galoppo. Lo segue il sottotenente Della Rovere, e colui che scrive; poi gli altri, tutti curvi, piegati allo stesso modo, e tutti al galoppo. Mentre entriamo, una buona cannonata spezza con grande fracasso la cima della quercia annosa, e sparge su noi — come un anticipato segno di vittoria — le sue foglie simboliche.

In mezzo del cortile — un cortile angusto e appena capace di contenerci — ci troviamo con nostra meraviglia, faccia a faccia con un [p. 156 modifica]capitano dei cacciatori tirolesi. Egli è lì, in atto di un ospite gentile, che aspetti gli invitati.... per far loro gli onori di casa!

E questi un omiciattolo di mezzana statura, grassotto, tarchiatello sulla cinquantina, e cogli occhiali. Rossiccio di pelo e brizzolato; rosso pure in faccia come un melagrano; un tipo piuttosto di Don Pacifico che di Marte guerriero.

Nel vederci irrompere a quel modo, nel suo sgomento, sorrise. Sorpreso dal nostro atto temerario, egli, impedito di vedere ciò che accadeva di fuori, certamente credette che i nostri otto individui altro non fossero che il campione, l’avanguardia, di tutto un reggimento. Credendosi perduto, con moto spontaneo e rapido, si tolse la sciabola, e la consegnò al Della Rovere.


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Quella capitolazione parve a noi tanto più strana, in quanto che, alzati gli occhi verso le finestre della cascine, vedemmo una selva di canne di fucile appuntate verso di noi. Erano i tirolesi, rivelati dianzi al Crescio dallo svolazzare delle loro penne di cappone!

Un colpo solo di una di quelle canne, avrebbe facilmente potuto ostruire l’uscita.... e noi avremmo fatto la figura di otto merlotti presi nel paretaio; o peggio, quella di altrettanti piccioni, immolati in una gara di tiro.

Invece, resosi il capitano, anche quelle canne minacciose si ritrassero per incanto. A un cenno di lui, sparirono dalle finestre tutti i pennacchi; e noi, con nuova meraviglia, vedemmo quindici soldati scendere a uno a uno, come tanti frati, la scaletta esterna, e venire a farci omaggio dei loro quindici fucili....

A narrarla non sembra cosa vera. Quei soldati, pensando, forse, che una buona capitolazione a tempo, poteva salvar loro, se non l’onore, almeno la vita, parevano contenti come pasque. Il loro capitano poi, [p. 157 modifica]appariva evidentemente sollevato da un gran peso. Anzi, per accaparrarsi vieppiù la nostra benevolenza, ci mostrava i guanti insanguinati, affermando di aver poco prima, lassù al secondo piano, medicato, con amore, un ufficiale dei nostri bersaglieri ferito. — Ciò che non avemmo il tempo di verificare, ma che vero doveva essere, perchè quel buon Don Pacifico non aveva l’aria di dire bugie.

Contento però non era un giovinetto ufficiale, bello, distinto, biondo come un arcangelo, il quale a testa bassa, le braccia conserte, era disceso l’ultimo. Obbligato anco lui a consegnare la sciabola, resistette a lungo, mandando dagli occhi azzurri fiamme di sdegno verso il suo capitano. Strappato poi con ira il cinturino, gittata l’arma in terra, si volse per nascondere il dolore.... e pianse. — Com’era bello quel pianto?

Allorchè ci mettemmo in cammino, per condurre via i prigionieri, egli a rapidi passi precedette la scorta, senza più aprire la bocca, senza più dare quasi segno di vita. Nessuno di noi turbò quel silenzio che faceva uno strano contrasto colla parlantina del capitano.

Il quale, grondante sudore, con una grande macchia umida e scura sulla tunica di tela russa, dietro nella schiena, camminando, soffiava come un mantice; faceva pietà. Ma, siccome palle grosse e piccine continuavano intanto a grandinare dall’alto, quel buon uomo, apparentemente sollecito della nostra pelle — ma, in fatti, assai più della sua — pratico com’era del terreno, andava mostrandoci la migliore via, più coperta e sicura; assumendosi per tal modo — vedi pensiero gentile! — le funzioni provvisorie di un nostro ufficiale dello stato maggiore!

A un dato punto, l’uomo non ne potè più.... ardeva dalla sete. Mi chiese, in carità, un gocciolo d’acqua. Nella boraccia non me ne restava che poca, mescolata all’aceto.... Gliela offersi.... e nel bere quella roba riscaldata dal sole, faceva spracche colla lingua sul palato, come se bevesse tanta ambrosia... e m’asciugò la boraccia.

Si tirò avanti. Ma nell’incedere dovemmo passare in mezzo a due file di bersaglieri, giunti allora...

Momento brusco! Le penne di cappone dei cacciatori austriaci danno loro maledettamente sui nervi. Sono penne rivali — per quanto delle loro meno belle. — Passano a portata della loro mano.... Ahi! la tentazione è grande!... Si danno a strapparle!...

A farli smettere, non bastano le nostre preghiere, occorre l’intervento dei loro ufficiali che impongono a quei giovani ardenti il rispetto dovuto ai prigionieri.

Tanta cortesia da parte di un nemico, semplice soldato quale io m’ero, commosse il cuore di quel buon uomo, a segno, che, giunti al paese dove si doveva consegnare ad altre mani i prigionieri, egli con moto [p. 158 modifica]pronto e naturale, trasse dal taschino della giubba l’oriolo e la catena, e me li offerse....

Io ringraziai sorridendo, ma respinsi la mano. Egli mi guardò con grande meraviglia e, in un italiano spropositato, mi disse:

Ti non accettar mia memoria!... Perchè?

— Perchè nè voglio, nè posso, nè debbo.

Der teüfel!... Ma chi star dunque ti?

Mi?... star volontario — risposi, mentre i miei compagni ridevano.

Folondario?!... Oh! tutto capito. Ti gran signore, servi per questo — e così dicendo toccava il cuore — Io pofero capitano, con quattro Kind, servo per questo...

E qui, alzando le tre dita della mano destra, fece l’atto del soldato che presta giuramento. Poi avvicinato a me, che intanto avevo per un momento fatto pied-a-terra, soggiunse cogli occhi lagrimosi:

Ti dare a mi un bacio! ...

Lo baciai.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Là, silenzioso, rincantucciato, il biondo ufficiale guardava, ascoltava e fremeva. I denti stretti, le labbra convulse, gli occhi rivolti al cielo, pareva che in quell’istante facesse un voto....

E chi può dire se, sette anni dopo, sui piani di Custoza, quel suo voto non sia stato — pur troppo! — esaudito?!


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Fra la consegna dei prigionieri e il nostro ritorno al campo, erano seguite due ore di tregua, durante le quali il generale Mollard teneva fermo lungo la ferrovia, mentre il Cucchiari si ritirava. Intanto, davanti ai nostri occhi sfilano i feriti. Fra questi vediamo la nobile figura del generale Arnaldi, seduto sul coupè di un’ambulanza, e morto più tardi all’ospedale. Vediamo, quella dell’allora capitano dei bersaglieri, valoroso marchese Pallavicino — che fu poi tenente generale, senatore del Regno, [p. 159 modifica]e primo aiutante di Campo di S. M. Umberto — tutto fasciato e scamiciato, su uno dei soliti cacolets portati dai muli.

Finalmente, alle tre dopo mezzogiorno, incomincia la terza fase della battaglia; la fase decisiva, alla quale prende parte il primo squadrone di Monferrato.

Per ordine del Re si deve prendere l’offensiva. — O fa S. Martino il nemico, o lo facciamo noi! — Incomincia il fuoco, col concorso della divisione Fanti e di quella Durando, la quale non avendo più di fronte il nemico alla Madonna delle Scoperte, può assalire il fianco sinistro dell’ottavo Corpo austriaco.

Il primo squadrone Monferrato, incolonnato con una batteria cui deve servire di scorta, per Rivoltella e S. Zeno, si dirige anch’esso sul campo di battaglia. Vi arriva mentre scoppia quel famoso uragano durato mezz’ora, che infradiciò tutti; ma in compenso rinfrescò l’aria affocata. La colonna segue per un tratto la ferrovia; ma trovatasi di fronte a S. Martino, la sua batteria prende posizione e lo squadrone pure.

Ed eccoci all’epico, indimenticabile atto finale!... Eccoci al generale assalto!

Pari a quelli della mattina, ecco i tamburi che battono il passo di carica!... Ecco squillare le trombe, e suonare le fanfare; e, misto al suono delle bande militari, ecco il grido: — Savoia! — ripetuto dalle squadre che tentano salire il colle, attaccando alla baionetta!...

Salgono.... scendono.... risalgono.... riscendono. I cappotti sono inzuppati d’acqua e diventano plumbei; le brache, le ghette di tela, vanno a mano a mano tingendosi di rosso pel sangue che sprizza dalle nuove ferite.

La lotta dura a lungo. Gli assalti, cessati un momento, riprendono più violenti, accaniti, terribili.... Le ore, i minuti, non si contano più.... I morti e i feriti nemmeno!

Durante la lotta, il nostro secondo squadrone tutto riunito, rinnova il suo noioso incarico di scortare l’artiglieria.

Ma il capitano Avogadro non è un uomo da contentarsene. Arrivati presso al tramonto, visto che a poco a poco andavano esaurendo le forze, non l’entusiasmo, delle nostre fanterie; accortosi che gli austriaci, esausti anch’essi, accennavano però, sul colle, a un ultimo sforzo; egli, di sua iniziativa, volle vincerne l’estrema resistenza:

Colonna avanti!... Per quattro!... Al trotto.... Marche!

Dietro di lui ci arrampichiamo per una specie di scalinata spalleggiata da secolari cipressi. I bersaglieri, sfiniti, riprendono nato e ci animano gridando: — Viva Monferrato!

Sul colle si formano i quadrati nemici....

[p. 160 modifica]Fioei couragi e ananz! — grida il capitano con voce tonante — Al galoppo!... Caricat!...
 
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Conte Alberto La Forest.

Prima, contro un quadrato di destra.... poi, contro uno di sinistra... con due cariche, sbaragliamo gli ultimi reparti austriaci che ancora tenevano testa; e che, salutati dalle nostre artiglierie, si posero in fuga verso Pozzolengo.

Ma qui lasciamo finalmente la parola al rapporto ufficiale del prode capitana Avogadro: rapporto ch’è l’ubi consistam di questa parte del nostro lavoro, e che riassume fedelmente l’opera del secondo squadrone Monferrato nella memoranda giornata del 24 giugno l859. È diretto al colonnello comandante allora il Reggimento, conte Alberto Laforest de Divonne, del quale diamo un ritratto fatto negli ultimi anni della sua vita gloriosa.

Reggimento Cavalleggeri di Monferrato

Secondo Squadrone.
“Nella giornata del 24 giugno, alle ore 12 circa, la S. V. mi comandò di scorta alla 5² batteria comandata dal capitano di Bassecourt. Quando la batteria fu in posizione, una sezione ne proteggeva il fianco sinistro, l’altra il fianco destro. Ordinata la ritirata, un plotone d’ogni sezione si distese in foraggeri per coprire e proteggere la ritirata dell’artiglieria e di qualche battaglione della Brigata Pinerolo, i quali eseguirono sotto un micidiale fuoco una ritirata modello. In questa operazione perdetti il bravo soldato Noirat, il quale fu gravissimamente ferito in una coscia e morì subito dopo l’operazione chirurgica; il cavallo suo restò sul posto. Mi è ben grato di poter riferire, al signor comandante del Corpo, che i soldati tutti tennero un contegno lodevolissimo, sebbene fosse la prima volta che veramente si trovassero sotto il fuoco. Il tenente conte Girolamo Fè si condusse mirabilmente bene; non solo per essere fermo, ma mostrando intelligenza molta nel trasportare la sua sezione dove [p. 161 modifica]
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Secondo Squadrone Monferrato — CARICA DI S. MARTINO. — (Capitano Avogadro).
[p. 162 modifica]accorreva, a tempo debito: tanto più che un pezzo governato dalla sua sezione mancava dell’avantreno per essere andato un momento prima per munizioni. Il sergente Martinoli si distinse nell’aiutare e guidare i giovani esploratori, e fu l’ultimo a ritirarsi, non avendo voluto lasciare il campo senza far condurre in salvo il Noirat. Onde rendere informata la S. V. d’ogni individuo, non bisogna che tralasci di dire due parole di lode del signor dottore in 2ª, il quale portò le sue cure a vari feriti sotto il fuoco del cannone, avanti lo stesso squadrone, e fu ammirato da quanti lo videro.

Il plotone esploratori della parte destra, comandato dal bravo cav. Della Rovere, si portava avanzando a destra, e avvisato dalla fanteria che una cascina era occupata dagli austriaci tosto vi si portò contro, il sergente Crescio fu il primo, quindi il cav. Della Rovere accompagnato da caporale Contat, dal soldato volontario Pullè, appuntato Ravoire, soldati Rischis, Deambrogio e Mandreri; e obbligarono quindici tirolesi, con il loro capitano a rendersi prigionieri.

Il capitano consegnò la sciabola e la sciarpa nelle mani del cavaliere Della Rovere, i prigionieri furono divisi colla fanteria, e i nostri seguitarono a far ritirare precipitosamente molti tirolesi che molestavano alquanto nella campagna.

Terminata la ritirata, e dopo breve tregua, lo squadrone riprese il suo posto di scorta alla 5ª batteria; e, se non erro, verso le 4, vedendo che l’infanteria, stanca e lassa, indietreggiava in gruppi piuttosto vistosi, portai la sezione di sinistra avanti, ed i miei soldati animavano col grido e coll’esempio i compagni di armi a portarsi avanti; in questa circostanza perdetti il soldato Rasino, colpito da una palla di fucile alla testa. Il soldato volontario Franchelli che teneva fuori rango per servizio speciale, si distinse in ogni circostanza. Riunì molti fuggiaschi e una volta riuscì a condurre un drappello molto numeroso sino sotto la cascina detta Bianca, servendosi del rido: Viva il Re!

La sezione comandata dal conte Fè, faceva camminare avanti altri drappelli. All’ultima salita si fece battere la carica da tre tamburi, ma la morte del colonnello cav. Carminati rese vani i nostri sforzi. L’artiglieria avanzava molto. Dopo breve riposo, aiutati piuttosto vigorosamente dalla sinistra, per l’efficace effetto delle artiglierie dirette dal maggiore conte Thaon di Revel, finalmente si riuscì ad occupare la posizione.

L’artiglieria prese posizione; parte della fanteria pure, ed io col consenso del capo dello stato maggiore cav. Ricotti, mi portai con tutto lo squadrone al fianco destro dell’artiglieria, come parte più debole, coprendomi coll’inclinazione del colle.

I cannoni da ambo le parti avevano quasi cessato il fuoco; la [p. 163 modifica]moschetteria al fianco destro solo si faceva sentire; quando, a un tratto fattasi questa più forte, e la nostra fanteria stanca e sfinita precipitosamente si ritirava, mandai tosto a chiedere soccorso, e vedendo la posizione così fortemente minacciata, mandai tosto il cav. Della Rovere, con pelottone in foraggieri, per proteggere la ritirata dei nostri; ed avendo io stesso veveduto che avevo a fare con più di 500 uomini, portai avanti tutto lo squadrone e lo feci caricare in colonna contro gli austriaci, in senso perpendicolare al nostro fianco destro. Riunii dopo la prima carica lo squadrone, e caricando verso il nostro fronte, riuscii a spazzare la piattaforma respingendoli alla vallata. La poca fanteria che ancora sulla piattaforma si trovava, inseguì il nemico e fu suggellata la vittoria col grido di Viva il Re e Viva Monferrato.

Tutti fecero il loro dovere, ma avvi ancora chi si distinse fra i bravi. Il cav. Della Rovere ebbe il cavallo ferito che morì al domani. Questo giovane fu ammirabile tutta la giornata. Il sergente Crescio ed il volontario Franchelli fecero quanto umanamente si può, ed anzi il primo, ferito nella prima carica, seguitò la seconda e non si ritirò che per obbedienza al suo capitano. L’appuntato Chaperon, il trombettiere Giaj-via, i caporali Feroglio, Rossi, Astesiano; sergente Martinoli, volontario Redaelli, Turati, soldato Gamba, caporale Contat, caporale Beauquis, appuntato Ravoire, caporale Domange, soldato Colletta, soldato Cucaredo e volontario Pullè. Infine, era una vera sfida; ognuno voleva essere il più bravo.

"Signor Colonnello, sono ben lieto d’aver potuto anch’io aggiungere una foglia d’alloro alla corona già fatta a Montebello, opera che non sarà l’ultima.

Avogadro.„     


Ecco i nomi degli ufficiali, dei sott’ufficiali, caporali e volontari, dei quali era composto il Secondo Squadrone Cavalleggeri di Monferrato, comandato dal capitano Avogadro, i quali presero parte alla giornata del 24 giugno. Sono:

Ufficiali: Fè d’Ostiani, tenente; Aimerich e Della Rovere, sottotenenti; Crescio, Martinoli, sergenti; Astesiano, Peroglio, Pessay, Serra, Re, caporali. Volontari: Franchelli, Scotti, Redaelli, Turati, Beretta, Castelli, Donadeo e Pullè.

Tanto il rapporto Avogadro, come il quadro dei componenti lo squadrone, esistono all’Ossario di S. Martino.

Il rapporto, pagina fedele di una storia che non soffre smentite, fa il nome di alcune personalità, oggi troppo note all’Italia perchè abbiano duopo del nostro elogio; e cioè, Cesare Ricotti-Magnani, allora Capo [p. 164 modifica]di Stato Maggiore della Divisione Mollard, poi tenente generale, deputato e senatore del Regno, più volte ministro, e Gran Collare della SS. Annunziata; Genova Thaon di Revel, allora maggiore, poi tenente generale, già ministro della guerra nel Gabinetto Rattazzi, comandante il III Corpo d’Armata a Milano, ora a riposo; marchese di Bassecourt, d’origine spagnuola, comandante allora di quella benedetta batteria tante volte nominata, poi generale anch’egli, e deputato al Parlamento, morto da alcuni anni. Finalmente, il conte Gerolamo Fè d’Ostiani, di antica famiglia patrizia di Brescia, commendatore dell’ordine di Malta — bianca crocetta che egli con evidente compiacenza, portava costantemente sul petto — allora luogotenente in prima, morto anch’esso da pochi anni, col grado di colonnello di cavalleria.

A noi, dunque — dopo aver detto che quel medico militare del quale il capitano Avogadro, nel suo rapporto, dimentica il nome, si chiamava dottor Bianco — non rimane che compiere un atto doveroso specialmente verso due dall’Avogadro segnalati: il sottotenente Della Rovere, il soldato semplice Gamba. Il primo, un discendente da magnanimi lombi: l’altro, un povero figlio della gleba.... fratelli entrambi nella gloria e nel patriottismo.


VI.


Belve umane. — Mollard. — Aspetta cavallo! — Franchelli morente. — A Revoltella. — I Cavalleggeri di Saluzzo. — Giovanni Govone. — A Palermo. — Il tenente Pollone.


Ernesto Turati — il risparmiato della mattina — narrava d’aver veduto Franchelli parare, vicino a lui, colla sciabola, la baionettata di un croato; e che, mentre fatto puntello delle staffe, stava per vibrargli una puntata — una di quelle puntate che piacevano tanto all’Avogadro — un altro lo prendeva di mira, innavertito, dalla destra, tirandogli a bruciapelo una fucilata mortale.

— Impossibile avvisarlo, impossibile impedirlo.... fu un battere di ciglio! — Così disse poi il Turati.

La palla, entrata dalla mascella, era uscita dalla nuca!

Quando noi, al rombo delle ultime cannonate che davano il buon viaggio ai fuggitivi, e dopo che all’appello, fatto lì per lì sul posto, del combattimento, non udimmo il Franchelli rispondere: Presente! indovinammo pur troppo subito, che cosa fosse accaduto di lui! Così che, scesi da cavallo, chiedemmo al capitano il permesso di andare a cercare, il suo e [p. 165 modifica]nostro caro amico, fra i morti e feriti dei quali era seminata la collina.

Quella ricerca merita di essere narrata.

La notte era già calata. Noi, illuminati debolmente da una lanterna di scuderia, ci mettemmo ansiosamente a frugare qua e là per le terre, colla speranza, e insieme colla tema, di trovare il mancante all’appello.

Ecco un cavaliere morto eccone un altro non è lui! E continuiamo a cercare. Fatti pochi passi, ecco i colori di Monferrato....! Ecco uno dei nostri cavalleggeri steso a terra supino, immobile, come un morto.... Avviciniamo la lanterna.... E lui!.... è Franchelli!

È lui! cui gli spogliatori notturni, avevano di già tolti gli stivali e, senza preoccuparsi se fosse vivo o morto, gli avevano saccheggiato le tasche, portato via orologio, canocchiale.... ogni cosa; e avrebbero fatto di peggio, se turbati dall’inatteso nostro arrivo, non avessero trovato prudente di sgusciar via, come biscie, protetti dall’ombre della notte.

Cotesto nefando genere di industria, che si esercita fra le aiuole bagnate dal sangue umano, è qualche cosa di orrendo! La spogliazione immediata dei morti e dei feriti dopo la battaglia — spogliazione cui nè fucile, nè cannone valgono ad impedire — è nella sua bruttezza un fenomeno, una specie di prodigio — mi si passi la parola — che sorprende, ributta e avvilisce.

È una delle appendici più schifose che trascini seco la guerra.

Si freme d’ira e di sgomento, pensando a ciò che può toccare a un nostro caro — a noi medesimi — una volta caduti, e creduti morti, sul campo!

Gli avoltoi umani, le iene, i lupi rapaci, si getteranno improvvisi, inavvertiti, su quel povero corpo: e, nell’avidità della preda, nel furore d’ottenerla, gli strapperanno le carni — vivo o morto che sia — per impossessarsi a forza di quell’anello, di quell’amuleto santo, del quale la madre, la sorella, o la sposa, gli avranno ornato il dito, o ricinto il collo, come talismano benedetto e caro. Quel povero corpo starà là, immobile, esangue, impotente a difendersi; trattenendo, se vive ancora, il respiro, affinchè la iena che predilige i cadaveri, non trovi comodo di compiere la sua distruzione, soffocandogli l’ultimo anelito di vita, dianzi risparmiata dalla furia nemica!

I profanatori delle tombe spogliano i cadaveri, ma fuggono dai vivi. Peggio ancora di loro, coteste belve umane, invisibili, inafferrabili, non escono che all’odore del sangue ancora fumante, senza sentire ribrezzo dei morti, senza aver pietà di quelli che respirano ancora!

I primi sono puniti dalla legge. Non sappiamo che ci sia un’altra legge, severa abbastanza, che punisca questi ultimi.

Se non c’è, si faccia! [p. 166 modifica]Dio tenga lontano lo sterminio di una nuova guerra; ma se la salute della patria, o la sua grandezza, ci chiamassero ancora sul campo, ci si accorra almeno colla certezza che i nostri corpi, morti o moribondi, non saranno preda di quelle belve umane, più delle iene colpevoli e immonde.


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Un momento prima di trovare il corpo del ferito, la nostra attenzione fu sorpresa da un gruppo di persone, le quali salendo il colle dalla nostra destra, si disegnavano sull’orizzonte come tante ombre notturne. Giunti a pochi passi da noi, che curvi in terra prestavamo le prime cure all’amico, parve che i sopraggiunti si arrestassero come gente curiosa di scoprire ciò che gli altri fanno. Si sarebbe anzi detto che ci scambiassero in quel momento per altrettanti spogliatori dei morti.

Un tintinnìo di sciabole, un scintillio di alcune dorature, ci fecero accorti essere quello un gruppo di ufficiali del nostro esercito, venuti a visitare il campo sul quale avevano caricato.

— Chi va là? Chi siete voi? Che cosa fate? — chiese una voce, che dallo accento forestiero, doveva essere, come di fatto era, la voce del savoiardo Mollard.

Era questi accompagnato dal suo capo di Stato Maggiore Ercole Ricotti, e da molti altri.

— Chi siete voi? — ripetè più forte, e più vicina la voce.

— Volontari di Monferrato.... venuti a cercare i loro compagni caduti... — Monferrato?! — sclamò subito il generale, con espressione di grande simpatia — quale squadrone?.... Quale capitano?....

— Secondo squadrone!.... Capitano Avogadro!.... — rispondemmo noi in coro, e a voce alta, come gente fiera di se medesima.

— Oh, il bravo capitano!.... Oh, il bravo squadrone!.... Continuate le vostre ricerche fraterne.... Domani sarete tutti ricompensati.

Domani?!.... Aspetta cavallo!

Il generale Mollard ed il suo seguito, intanto, procedettero e sparirono nell’ombra. [p. 167 modifica]Le ricompense vennero; ma più tardi.... molto tardi, e quasi dimenticate. Vennero rare come se fossero perle preziose. Vennero pesate e ripesate sul bilancino con cui si pesano i diamanti, o i veleni!.... Perchè, come ben disse il di Bagnolo nel suo articolo da noi citato, quelli non erano tempi di abbondanza, tutt’altro! La pioggia, la manna celeste, doveva piovere su gente più di noi fortunata.... se non più meritevole.... Allora, per conseguire qualche cosa di grosso, bisognava morire sul campo.... o contentarsi di una modesta Menzione Onorevole.... buona da incorniciare, come documento, e appenderla al muro per uso e consumo dei posteri!

Si poteva reclamare, è vero.... ma chi ci pensava, in quei giorni di entusiasmi, ai reclami.!.... E poi:

— “Voi siete ricchi„ — ci diceva, a priori, il nostro capitano Avogadro — “Cento lire che frutta a un povero soldato la medaglia, per voi volontari non fanno nè filano. Medaglia, o Menzione, si danno la mano. Meno quelle misere cento lire, per valere, al postutto, si valgono. A voi deve bastare la coscienza di avere valorosamente servito la patria!„

Non so se queste belle ragioni avrebbero convinto anco lui, il bravo capitano, se, in luogo della Medaglia d’oro, per nostro mezzo guadagnata, gli avessero dato, mettiamo, quello che dicono i milanesi: On bell nagottin d’or, ligaa in argent!


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Ma torniamo a Franchelli, che respirava ancora!

— Franchelli!.... Franchelli! — gli dicemmo commossi e a voce sommessa — Siamo noi.... i tuoi compagni che ti vengono a prendere....

— Bravi.... bravi!.... — rispose egli barbugliando, causa il sangue che gli faceva ingorgo alla gola.

Pare che il colpo mortale, che aveva ricevuto nella testa, gli desse una idea fissa, questa: che qualcheduno gli avesse portato via di testa il berretto; mentre, in luogo del berretto, portavamo tutti il keppy:

I voudria savei chi chl’a pourtame via ’l bounet!

Povero amico! altro che bounet!... Era la vita, la gagliarda e nobile tua vita, che quella palla incosciente ti aveva portato via! [p. 168 modifica]Anche qui s’improvvisò una barella, sulla quale adagiammo il caro morente; e quattro di noi ce lo caricammo alla meglio in ispalla. Eravamo in sei o sette; così che si potè darci il cambio lungo la via, sostando a tratti, per concedere a lui, e a noi, un po’ di respiro. Indi ci dirigemmo — muto, triste corteo notturno — verso Rivoltella.

La ragione per la quale ci si decise di portare il ferito così lontano, si fu perchè non fidavamo troppo in una medicatura improvvisata, senza comodità, e fatta sul posto. E che fosse giustificato il nostro dubbio, venne a provarlo il fatto, che, trovato lungo la via un medico occupato ad amputare una gamba, e pregatolo poi di medicare il nostro ferito, esso lo curò alla meglio, dicendo che sarebbe occorso di estrargli la palla che aveva in bocca.... Anzi tentò di farlo... senza avvedersi, nella fretta, che la palla che cercava era uscita di dietro, per la nuca!

Stanchi, dunque, assetati e affamati, si riprese, barella in ispalla, la via per Rivoltella. Vi arrivammo ch’era già notte alta. Costì ci vennero incontro tre ufficiali del Reggimento Cavalleggeri Saluzzo — l’antico e valoroso Saluzzo. — Uno di questi era il genovese marchese Spinola, capitano; l’altro il conte Balbo, luogotenente; il terzo, il sottotenente Giovanni Govone, fratello del caduto a Montebello, del quale parliamo più avanti.

Offerto il proprio letto da una buona creatura del paese, spogliammo, e a fatica vi coricammo in quello il Franchelli. Esso ormai non parlava più. Affidato agli ufficiali di Saluzzo anche quel resto di vita, uscimmo col cuore stretto, a testa bassa, per far ritorno a S. Martino, dove il reggimento Monferrato doveva intanto essersi accampato.

Ma lo stomaco umano ha anch’egli le sue inesorabili necessità. Affamati, come eravamo, per aver digiunato dal gammellino di Desenzano in poi, il più previdente di noi — se non erro l’Ernesto Turati — pensando al vecchio proverbio che sacco vuoto non istà in piedi, adocchiata una specie di osteria lì presso, pensò di vedere se vi si potesse mangiare un boccone — non fosse che un pezzo di pane, o una fetta di polenta, magari senza companatico. Perocchè noi, in quel momento, cogli occhi dello stomaco, sognavamo una bella polentata fumante, come forse gli ebrei nel deserto non sognavano fioccasse dal cielo la manna della leggenda; e ci preparavamo di fare, a quella desiderata, l’onore che si sarebbe fatto, in altri momenti, a una pollanca all’Enrico IV, a un faisan truffè, a un patè de foie-gras, o a una timballe de veau à la Tayllerand.

E la polenta c’era; e c’era anche il suo companatico!

Ma la gioia dei mortali è un fumo passeggero. Colui che scrive, di quel Luculliano banchetto non potè godere; perocchè, proprio nel tempo che [p. 169 modifica]ci volle ad accendere il fuoco, bollire l’acqua e fare la polenta, il sonno e la fatica poterono in lui più che il digiuno!.... Seduto aspettando, sur uno scalino della stamberga, senza avvedersene, s’addormentò.... e dormì della grossa.... lasciando ai camerata l’incarico di divorare anche la parte che sarebbe toccata a lui.


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Ma torniamo agli ufficiali di Saluzzo.

Comandante il bel Reggimento Saluzzo, era allora il colonnello Griffini — altro famoso cavaliere — e n’erano
 
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Giovanni Govone,
capitano nei Lancieri di Foggia.
capitani i bravi: Bagnasco, Spinola, Boglio, Corrado Colli, Marchetti di Montestrutto. Luogotenenti erano lo Zanardi-Landi, lo Schiffi, il Cerutti, il Dogliotti; e, fra i sottotenenti, il Longhi e Giovanni Govone.

Giovanni Govone, che vogliamo qui rammentare con infinita dolcezza, rievocando i giorni passati insieme; quando, capitani entrambi nei Lancieri di Foggia, durante la campagna del 1866, e nelle tristi giornate di Palermo, dividemmo da buoni camerata le delizie del brigantaggio, quello dei Tribunali di guerra, col gusto delle fucilazioni.... e, più tardi, anche il colèra.

Il qual colèra a Palermo, nel 1866, fece una vera strage di cittadini e di soldati. Non risparmiò gli ufficiali; anzi fra questi rubò in poche ore a colui che scrive, il suo bravo luogotenente Pollone, giovane milanese pieno di ardire e di vita, il quale — triste sorte! — risparmiato dalle palle nemiche, doveva finire ingloriosamente i suoi giorni fulminato dal contagio, senza gli onori del soldato, privo del conforto di un parente.... portato via, lì per lì dai monatti, come gli appestati del Manzoni.

Il capitano Govone, aiutante maggiore in prima, avvertito subito del grave caso del Pollone, era anch’egli accorso al letto di lui nel momento che il poveretto, già nero in viso, veniva portato agonizzante al Lazzaretto. Trovatici soli noi due in mezzo alle traccie della morte, Govone si pose subito a redigere una specie di verbale, e fare l’inventario dei pochi gingilli — orologio, ciondoli, catena e denari — dal Pollone posseduti, per darne conto ai parenti lontani. Senza titubanza, ma turbato pel dolore, egli guardava, esaminava quei poveri avanzi, passandoli da una mano all’altra, [p. 170 modifica]
 
Giovanni Govone
 
[p. 171 modifica]registrandoli, e consegnandomeli, senza tampoco pensare ai microbi che eventualmente avrebbero potuto portarci via in poche ore, tutti e due, come il compianto camerata.

Dal canto mio, confesso che io lo aiutavo in quel lavoro con un certo tal quale rispetto, e che avrei, forse in quel momento, preferito di trovarmi a S. Martino di scorta a una batteria sul campo.

Il tenente generale nobile Giovanni Govone oggi vive a Milano, una vita lontana da ogni rumore, quale l’indole sua riservata e tranquilla, aveva sempre cercato. Egli non è vecchio, nè lo sembra; ma le rughe che gli solcano la fronte sono larghe e profonde quasi come quelle di un vecchio. Rughe precoci, che gli nacquero e crebbero da una preoccupazione viva, costante affannosa.... una preoccupazione ch’è il suo martello: quella, cioè, di vedere la patria — quella patria alla quale la famiglia sua sagrificava il sangue migliore — ridotta nelle condizioni politiche nelle quali oggi miseramente si trova. Rughe che nacquero, e crebbero, davanti al triste spettacolo di una indifferenza vergognosa, quasi uno sprezzo, per quanto v’è di grande, di nobile, di patriottico nella storia militare e civile del nostro paese; davanti alla consumazione del delitto più grande che possa macchiare la fama di tutta una popolazione: quello della ingratitudine verso coloro che alle nuove generazioni prepararono la patria!


VII.


Napoleone III. — Gratitudine! — Una nuova S. Elena. — Beati i morti! — Le idee di un republicano. — La Francia insegna. — Fuori il prigioniero!


Qui domandiamo venia al lettore se, amaramente ripensando a quella soave parola: Gratitudine, spinti da un sacro dovere, consacriamo questo capitolo allo sventurato sovrano che venne a giuocare sui nostri campi, per la nostra libertà, corona e vita. Colui, il quale nella memoranda, indimenticabile giornata dell’8 giugno 1859, a fianco di Vittorio Emanuele, faceva la sua entrata solenne in Milano redenta, in mezzo a un entusiasmo irrefrenabile di tutti i cuori lombardi; cavalcando tra i fiori, carezzato, baciate le mani, i piedi, le vesti come a un Dio.... assordato da scoppi frenetici di gioia, di delirio...! Espressione allora di una gratitudine che si sarebbe detta eterna, come il moto... ma, ahimè! così presto dimenticata!

Vergogna suprema! — il monumento che rammenta quel giorno, e quel Monarca — opera di un artista sommo, anch’egli mosso dalla [p. 172 modifica]gratitudine e dall’affetto — oggi è là dimenticato, dietro un cancello di ferro, sotto la sorveglianza di un povero portiere, il quale deve rispondere della immobilità di quel bronzo, suppergiù come Hudson Löwe, il rigido carceriere inglese, doveva rispondere alle potenze coalizzate.... della immobilità del grande prigioniero di S. Elena!

E come Napoleone I, dallo scoglio fatale salutava l’immenso Oceano,
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aspettando da quelle onde la libertà, così il nipote rinchiuso — parodia della sorte! — là, dalla breve zolla che lo sostiene, saluta la indifferenza che passa.... indarno chiedendo la libertà.... al puzzolente Naviglio.

Al cospetto di simili spettacoli, non certamente preveduti allora, benediciamo le rughe della nostra fronte, e, ritornando col pensiero a vivere in quei tempi, esclamiamo: — “Beati i morti!„

Sì: ― Beati i morti!

Ma se la viltà nostra, l’opportunismo, o la rabbia settaria di chi nulla ha fatto per la patria, si macchiano del delitto d’ingratitudine verso il benefattore; uniamoci noi, con tutta la vecchia energia del nostro cuore, a quei pochi che ancora lammentano lo sventurato sovrano, il quale recava in Italia il contingente del miglior sangue francese. Colui che, un giorno, imperante Cesare, era elargitore di libertà, e stringeva in pugno il più temuto e incensato scettro d’Europa. Colui che volle l’Italia libera, unita e grande, malgrado i nostri impreveduti e dolorosi disastri di terra e di mare del 1866. Disastri che sarebbero stati un comodo pretesto, a un Monarca meno amico e meno leale, per voltarci le spalle!....

Rammentiamo la gioia, il giubilo frenetico sollevato da quel primo dispaccio che, nel 1859, annunciava la comparsa delle aquile napoleoniche sul patrio orizzonte.... La commozione al pensiero del primo sangue francese e italiano, sparso e fuso insieme dentro le zolle gloriose di Montebello....

Rammentiamo quel grande sventurato, e benediciamo alla sua memoria; specialmente oggi che da Lui più nulla possiamo sperare, oggi che nulla più egli ci può elargire! [p. 173 modifica]Un cittadino francese, repubblicano provato, venuto pochi giorni sono a Milano, pregò noi di guidarlo a vedere.... tutto quello che della Paneropoli lombarda c’è di bello da vedere. Ben lieti di potergli rendere in piccola parte le molte cortesie da lui avute a Parigi, ci si pose subito, e di gran cuore, a sua disposizione.

Nel rasentare il vecchio e melanconico palazzo del Senato, sede dell’Archivio di Stato, nella corte del quale, solitario nell’oblio, sfida gl’insulti del tempo, il capolavoro dello scultore Barzaghi, credemmo bene di allungare il passo; pensando che a un cittadino repubblicano francese dovesse, per avventura, seccare di vedere là, riprodotta in bronzo con tanto magistero di arte, la figura di Colui, che il Carducci barbaramente chiamò il fosco figlio d’Ortensia.

Preso da una specie di scrupolo, si fece per tirar via dritto; ma con grande sorpresa, ecco il compagno, il quale, data un’occhiata dentro la corte, si ferma di botto su due piedi:

Qu’est-ce que c’est que cela? — e ci mostrò a dito Napoleone, cui un raggio di sole, proprio in quel momento, illuminava la testa. Poi, senza nemmeno chiedere permesso al portinaio, entrò in corte.

Trovatosi al tu per tu coll’Imperatore, sclamò:

Tiens!.... Voila Louis Napoleon!....

Da buon repubblicano, egli, naturalmente, non voleva chiamarlo l’Empereur!

Ma dopo averlo attentamente osservato, chiese se quella poca zolla di gramigna che lo sostiene fosse il suo vero basamento; se quello fosse il posto che la città di Milano gli aveva definitivamente assegnato....

Tale domanda, fatta così a bruciapelo, non poteva non legarci la lingua. Non rispondemmo; e quello, sia che intuisse il nostro sentimento, o non so per quale altra ragione, continuò senza aspettare la risposta:

— Perchè lo tenete in un luogo tanto fuor di mano? Perchè, voi milanesi — e sottolineò le parole — non lo fate invece uscire in luogo aperto?.... Perchè non lo mettereste, per esempio, laggiù, davanti a quell’arco della Pace che abbiamo dianzi visitato, e dove, durante la campagna del 1859, egli entrava a fianco di Vittorio Emanuele nella vostra Milano liberata?....

Questa volta non si potè a meno di rispondere:

— Perchè?.... perchè siamo... immemori e ingrati!!

Però, nel rispondere, non gli si nascose la nostra sorpresa, ch’egli, un repubblicano, mostrasse tanto interessamento per il bronzo di Colui che la [p. 174 modifica]Francia avrebbe dovuto guardare come l’autore di una delle sue più grandi sventure.

— La Francia, mio caro — subito rispose — gelosa della propria storia, e delle proprie vicende, non guarda agli uomini che un giorno possono avere errato; scorda volontieri le loro sconfitte, per non ricordare che le loro vittorie. E così che voi avrete veduto, visitando le gallerie di Versailles, poco lontane dalle tele immortali che narrano agli occhi, e alle menti ancora meravigliate, i fasti del vincitore d’Austerlitz, conservate ed esposte con uguale cura, quelle che ritraggono le campagne d’Italia del 1859. In quelle tele voi avrete veduto spiccare, sopra gli altri, il sovrano, raffigurato in questo bel monumento che voi tenete, invece, con tanta cura, nascosto!.... Credetemi: non vi ha un solo francese che si sognerebbe di raschiare quelle tele, o di coprirle di un velo; non un solo francese che avrebbe il coraggio di portare offesa al sovrano condottiero, la storia del quale registra le vittorie di Magenta e di Solferino!... F poi e poi — continuò — anche noi siamo un po’ poeti come voi. Apprezziamo quel gran medico ch’ò il tempo. Noi dimentichiamo ciò che fu un male, per ricordare solamente ciò che fu un bene. Ma — aggiunse con grande espressione — ma sovratutto, vi è una cosa di cui ci vantiamo: noi non siamo insensibili a certi moti del cuore, che ci traggono a compiangere e rispettare la sventura. La Francia deve, è vero, a Napoleone III, la pagina di Sedan: ma Sedan non ha fatto dimenticare alla Francia le glorie d’Italia. Voi potrete ricordare Mentana, ma Mentana non deve farvi dimenticare il più efficace fattore della vostra libertà.

Cosi parlando, si giunse all’albergo Cavour. Qui ci lasciammo con una forte ed eloquente stretta di mano; e il francese, ancora incredulo, entrò ripetendo tre volte a voce alta:

— Curieux!.... Curieux!.... Curieux!

Quelle tre esclamazioni, quel mascherato rimprovero, uscito dalle labbra, non sospette, di un repubblicano, mi andarono dritte al cuore, chiamandolo alla realtà delle cose.


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E come non richiamare la mente a quel giorno che leggendarie Aquile napoleoniche si disegnarono, benedette, sull’orizzonte italiano?.... Come non ricordare che, unite alla bianca croce del Labaro Savojardo, stesero vittorioso il volo da Montebello a Solferino?....

— Noi — disse il repubblicano francese — dimentichiamo volontieri il male, per rammentarci solamente del bene.... Noi non siamo sordi ai gentili moti del cuore.... Noi, sovratutto, ci vantiamo, di saper rispettare la sventura!.... [p. 175 modifica]E Milano?!.... Milano scorderà la gratitudine che deve allo sventurato amico, che venne a giuocare sui nostri campi, per la nostra libertà, corona e vita?.... Scorderà Colui che un giorno, imperante Cesare, stringeva in pugno il più incensato scettro d’Europa?.... Colui che, colpito dalla sventura, dorme il sonno dei morti, lontano dalla patria, accanto all’unico figlio — fulgida speranza della sua Casa e dell’Impero — tragicamente ucciso, nel sorriso della vita, dalla inconscia zagaglia dei barbari?!....


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E scorderà, Milano, che Napoleone e Vittorio Emanuele, alleati sui campi di battaglia, alla distanza di pochi anni, ma nel medesimo mese, e nel medesimo giorno, morirono, l’uno esule a Chiselhurst, l’altro trionfatore a Roma?!....

— Se noi scordiamo Sedan, voi dovreste scordare Mentana — consigliava il repubblicano; e, nel dirlo, forse sapeva, come noi sappiamo, che la stessa Roma, posta a pochi chilometri dalla tragica terra bagnata dal sangue dei fratelli Cairoli, la stessa Roma, dimenticando l’offesa, intitolava una delle sue nuove vie.... al nome di Napoleone III. Non sia detto che Milano, posta fra Montebello, Turbigo, Balestro, Magenta, Melegnano e Solferino, quell’offesa non l’abbia ancora dimenticata!....

Ma se Milano, moderna, dimentica, spetta a noi vecchi radoteurs, a noi partecipi e testimoni di quei fatti e di quei giorni, levare alta la voce, [p. 176 modifica]perchè una delle più grandi e patriottiche città d’Italia, non si contamini di una macchia, che l’Oceano non si laverebbe!

Non duri più a lungo tanta vergogna. Cessi questa crociata contro un morto!.. Contro un Sovrano, straniero, cui nessun vincolo di sangue, nessun obbligo di nazionalità, imponeva di venire a liberarci!.. Si unisca, alla nostra, la voce stessa del popolo, per proclamare la tregua.... e con noi gridi:

Fuori il prigioniero!


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VIII.


Pinott della Rovere. — Povero ragazzo! — Il soldato Gamba. — Il manto d’argento. — L’aureola dei Santi. — La ’Bella Gigogin. — Contrasti della vita. — I morti per la patria. — All’Ossario!

Il marchese Giuseppe Della Rovere di Montiglio — detto Pinott — uscito allora dall’Accademia militare di Torino, venne destinato come sottotenente nel nostro reggimento. Egli raggiunse per l’appunto il corpo a guerra dichiarata, a campagna aperta, pochi giorni prima della grande giornata di S. Martino; ed assunse il comando di un plotone del nostro secondo squadrone. [p. 177 modifica]Piccolo di statura, ma ben proporzionato, aggraziato di forme, roseo, biondo, anco lui come il giovinetto Eurialo

avea le gote
del primo fior di gioventù cosperse.

Sotto la tela cerata del suo keppy, non ancora consumata dai soli e dalle pioggie, ornato di quelle spalline nuove di zecca, vestito di quella
Marchese Giuseppe Della Rovere di Montiglio
tunica colle mostre fiammanti per freschi colori, egli aveva, a prima vista, piuttosto l’aspetto di una fanciulla vestita da ufficiale, che non quello di un fiero cavaliere in battaglia. Quand’egli, apparentemente impacciato come un uccellino che tenta i primi voli dal nido, si presentò in testa al suo plotone, noi, già rotti alla vita del campo, maggiori di lui di qualche anno, invidiosi forse di quelle belle e smaglianti spalline, lo guardavamo con una specie di compatimento, e fra noi stessi dicevamo:

— Povero ragazzo!

Ma buon sangue non mente mai! La prova che quel ragazzo era stoffa d’eroe, l’avemmo presto: quando in piena battaglia, scortando esso le [p. 178 modifica]batterie in mezzo al grandinare delle palle, davanti allo spettacolo di sangue, sereno, sorridente, imperterrito, percorreva, a sua volta, la fronte del plotone, come se si trattasse di eseguire un chassèz-croisez, durante una contraddanza in piena festa da ballo. E altra prova che il sangue era buono la offerse più tardi, nella carica in foraggieri descritta nel rapporto del capitano Avogrado, nonchè in quelle, più accanite, della sera; quando, mancatogli sotto il cavallo ferito, egli saltò sul primo che gli capitasse a portata di mano, e continuò.... la contraddanza!

“Questo giovane„ — scrive il capitano Avogadro nel detto rapporto — “fu ammirevole per tutta la giornata„.

Il Della Rovere, promosso coll’andar del tempo colonnello, ebbe poi la invidiabile fortuna, la soddisfazione immensa, di comandare quello stesso reggimento nel quale aveva fatto le sue prime armi. Noi, anzi, non lo rivedemmo che colonnello. Molti inverni avevano nevicato sulle nostre teste; e la fronte del timido giovinetto s’era allargata in una specie di piazza rosea e lucente. I peli biondi, la lanugine di Eurialo, si avvicinavano ai peli del vecchio principe troiano Anchise; solamente il tempo non aveva rubato alle sue labbra l’antica dolcezza del sorriso.

Passato più tardi generale, fu posto a disposizione del ministero.... Quella terribile parola: Disposizione che, perla maggior parte delle volte, significa agonia di una carriera!

Il marchese Giuseppe Della Rovere il buon Pinott ― oggi riposa dunque sugli allori.... ma allori autentici, e non di carta pesta....


Dal campione dell’aristocrazia, passiamo ora al campione della gleba dal nobile al plebeo. Passiamo al scaldato Gamba. Davanti a questo nome mettiamoci in posizione dell’attenti!

E ciò, specialmente, tornando a quei tempi in cui l’anima ingenua e sana del contadino, non era ancora, com’è oggi, avvelenata da teorie dissennate, che porterebbero la distruzione di tutto quanto abbiamo col sangue edificato. A quei tempi, quando l’effigie sacra di una patria libera e grande, e il miraggio della gloria, stringevano in un solo pensiero, in un sol vincolo, i figli del popolo coi figli dell’aristocrazia!

Il Gamba, soldato di leva, serviva da ordinanza al volontario Ernesto Turati. Nelle cariche della sera gli cadde vicino gravemente ferito. — Egli adorava il suo padrone — padrone per m(;do di dire — ed era uno dei soldati più arditi e allegri del plotone. Colpito da una palla che gli portò via una metà del mento, egli continuò per qualche momento a combattere. Quando, prima di precipitare di sella, volse la testa verso di noi, della sua faccia noi non avvertimmo che un lampeggiare strano degli occhi e, dal naso in giù, un enorme foro nero stillante sangue. Era una ferita [p. 179 modifica]orribile a vedersi.... Ma egli agitava ancora le braccia come a segno di vittoria....

Povero Gamba!

Ricoverato più tardi in un ospedale, e sussidiato con affetto fraterno da Ernesto Turati, gli venne applicato una specie di mento posticcio, in argento. La sua sorte interessava noi tutti, e per qualche tempo si sperò ancora di salvarlo....

— Mi hanno messo il Manto d’argento.... — egli scriveva, in una lingua spropositata al suo protettore.

 
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Ernesto Turati.

— Il Manto d’argento!!

Ahimè! dopo due mesi era morto: meritando, per davvero, il manto e l’aureola dei Santi!

Povero Gamba!


Ma riveniamo sui nostri passi. Quando, lasciato il Franchelli alle ultime cure degli ufficiali di Saluzzo, tornammo da Rivoltella, era già notte alta. Taceva da parecchie ore il fragore delle armi. Le truppe accampavano qua e là, sul terreno bagnato di sangue.

Il nostro reggimento serenava presso la Contraccania — ch’è la storpiatura di una cascina appartenente al conte Tracagni. — Ivi lo raggiungemmo: ed ivi, anche chi aveva avuto dianzi il sonno più duro della fame, trovò finalmente modo di confortare lo stomaco con un po’ di riso stracotto, somministrato in rancio a tutto il reggimento.

È inutile dire che, una volta buttati a terra, nessuno di noi ebbe bisogno di essere cullato per prender sonno e dormire della grossa!.... E chi sa che russata generale!.... È inutile dire, altresì, che nessuno di noi si curò di esaminare — nella voluttà del riposo — se, adagiandosi in terra, avrebbe dormito il sonno del vivo accanto al sonno eterno di un morto.... o alle membra sparse di un fratello.

Ce ne accorgemmo all’alba; quando l’allegra sveglia, suonata e risonata vicino alle nostre orecchie, ci fece a forza sbarrare gli occhi. [p. 180 modifica]Il sole, indisturbato ne’ suoi giri, annunciò intanto il proprio arrivo, tingendo di roseo orizzonte, uomini e cose. Si annunciò, salutato dalle bande dei reggimenti, echeggianti nell’aria coll’allegro suono della Bella Gigogin!

Strani contrasti della vita!

Uno spettacolo pietoso e grande si presentò allora ai nostri occhi, tonalmente aperti del tutto alla luce.

Intorno alle case, lungo le siepi, nei solchi, nei fossi, poco da noi lontani, e alcuni vicini quasi a toccarli, giacciono qua e là corpi di morti e morenti; quelli lasciati in abbandono, questi — e non tutti, pur troppo! — circondati dalle cure dei fratelli che tentano lenire le loro sofferenze. Qua e là cavalli erranti per la campagna; uno, fra gli altri, che si regge a stento su tre gambe, e perde sangue dalla quarta rotta e spenzolata, il quale ci guarda con occhio semispento, come a chiedere pietà. E, seminati per le terre, armi, vesti, oggetti diversi di amici e nemici, che fanno una strana cornice a Generali, a ufficiali e soldati, confusi insieme in quel grande uguagliatore ch’è il sonno anche per i vivi; e che, affranti dalle fatiche, ancora non si sono destati.

L’erba dalle zolle cruenti, baciata dalla notturna rugiada di una notte serena dopo l’uragano, irradiata dal sole, manda un vivace scintillio. E tutto come uno smeraldo lucido tempestato di diamanti.... e popolato di corpi umani.

Le musiche dei reggimenti continuano a gareggiare fra loro per svegliare gli ultimi dormienti.... E ci riescono.... Ma, ahimè! non riescono, coi loro suoni... a risvegliare chi è morto!

E noi, in quel momento, richiamati da altre considerazioni — per quanto ignoranti dell’arte militare — andavamo chiedendo a noi stessi il perchè della totale assenza, il giorno innanzi, della bella Divisione di cavalleria — nei reggimenti della quale noi contavamo tanti amici ansiosi di gloria — rimasta inoperosa a Lonato. Quella divisione, meglio di qualunque altra truppa, avrebbe potuto eseguire le ricognizioni del mattino; e attendere a sera a un efficace e utile inseguimento. Ma così non si fece.... non si volle fare.... e, mancato l’inseguimento, i nostri trofei di vittoria si ridussero a ben poca cosa: solamente cinque cannoni e pochi prigionieri!...

Il perchè di quell’assenza è ancora un’incognita, che sarà meglio non ricercare!

Gravissime furono le perdite della nostra Divisione.

Fra queste, mettiamo in prima linea un generale — l’Arnaldi — gravemente ferito sul campo e morto, come abbiamo detto, all’ospedale. Dopo l’Arnaldi, vengono subito tre dei colonnelli comandanti i quattro reggimenti di fanteria, impegnati fino dalla mattina sul campo: e cioè il Beretta, il [p. 181 modifica]Carminati, il Balegno. Oltre questi, tredici ufficiali, e 171 uomini di truppa, morti. Mancanti 177 — feriti 1080!

Tutto sangue italiano.

Tutti martiri immolati alla libertà, alla unità, alla grandezza della patria. Vittime volontarie e involontarie, eroi noti e ignoti, i quali non avrebbero certo pensato mai, che il sangue delle loro vene venisse, come viene oggi, così male rimunerato!


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Dormite, dormite nei vostri sepolcri, nelle vostre fosse, o morti eroi della patria!... Non sollevate la testa dal guanciale di marmo su cui posate, o dalla terra che vi ricopre! La tentata distruzione dell’opera vostra, il parricidio orrendo, che due forze opposte, ma alleate nel male, vanno meditando, non disturbino il vostro sonno eterno!

Iddio, il Re, il suo Esercito, proteggano l’Italia! E voi, giovani ufficiali, voi cui ci siamo rivolti fin dal principio, tocca a voi tener viva nel cuore dei nostri soldati la fiamma dell’amor patrio, per mezzo di quella grande scuola che, pel popolo, fu sempre l’Esercito!

A voi narrar loro con discorsi, con scritti, con esempi, con popolari conferenze, per quale strada sparsa di martiri, d’eroismi, di sacrifici, di lagrime, è traversato vittorioso il tricolore dei vostri stentardi. Parlate loro del magnanimo esiliato d’Oporto; dell’immortale suo figlio, fattore della patria. Parlate loro del quadrato di Villafranca, ove il buon sangue dei Savoia si mescolò col sangue dei figli del popolo. — Fate sì che quei soldati, tornando alle loro case, portino seco, vive nel cuore e nella mente, quelle memorie sacre, per gittarle sdegnosi in faccia a coloro, che nulla avendo fatto per la patria, figli rinnegati e parricidi, attentano alla sua Unità!

Che se mai — ciò che Dio non permetterà! — quel veleno che serpeggia nelle città, e comincia a percorrere le campagne, tentasse infiltrarsi anche nei vostri ranghi.... Oh! allora, alla testa dei vostri squadroni, dei vostri plotoni, recatevi in pellegrinaggio agli Ossari che raccolgono le reliquie dei morti per la patria. Giunti là dentro, fate, — deh! — fate che i [p. 182 modifica]vostri soldati fissino attenti gli sguardi su quelle corone di teschi — dai quali pende, appesa a un filo, la palla che li colpiva — ; costringeteli a lungamente guardarli.... e parrà loro di vederli — come sempre parve a noi — assumere, via via. forma viva; e additando le proprie ferite, udirli mormorare sommessi:

“Non fate che il vostro oblio renda inutile il nostro sacrificio!„

E perchè la morta poesia risurga. rispondete loro:

Morti illustri, sui campi di guerra e sui patiboli: eroi noti ed ignoti, le cui ossa dormono sepolte qua e là per le zolle d’Italia.... Voi tutti che, prima o poi, faceste della vostra vita olocausto alla patria — se, com’è vero, colla morte tutto di noi non è finito, e che il vostro spirito immortale aleggi intorno a questa Italia che Voi avete formato — circondate, deh! circondate Voi del vostro alito generoso le giovani generazioni che sorgono; fate in modo che diventi fuoco il sangue delle loro vene; e che commossi al ricordo dei vostri sacrifici, rispondano con uno — un solo! — dei palpiti nuovi, all’immenso palpito antico che diede loro la patria!


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