Patria Esercito Re/Il Tricolore

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Il Tricolore

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Sommario Agonia di una Repubblica
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Il Tricolore1


Bandiera

  . . . . . . . . . . . Anima eterna
Del mio paese! A me nell’arso fianco
Il tuo possente anelito trasfondi,
Fammi udir dalle schiuse sepolture
La tua gran voce! — E tu m’ispira il verso
Che fa santa la tomba, ed immortale
Il lauro ai forti per la patria estinti!

Con questa invocazione — stupendo squarcio di poesia, dedicato a quell’Esercito ch’è salute e gloria d’Italia — Costantino Nigra, l’antico e fidato segretario di Camillo di Cavour, assurgendo a uno di que’ voli lirici che oggi — pur troppo! — dobbiamo chiamare antichi, rende omaggio ai capitani e ai soldati morti nelle patrie battaglie per la indipendenza e la unità del proprio paese.

L’invocazione richiama il nostro pensiero a quel marzo 1848, quando, al grido di Viva l’Italia!... Viva Pio IX!... per le strade delle città liberate, si cantava:

Tre colori, tre colori
   l’italian cantando va;
   e cantando i tre colori
   il fucile imposterà.

Foco, foco, foco, foco!
   s’ha da vincere o morir!...
   Foco, foco, foco, foco!
   Lo stranier ha da perir.

E, alato, si levava l’inno che il biondo poeta genovese, Goffredo Mameli, [p. 4 modifica]morto alla difesa di Roma, come vaticinio, lanciava ai popoli:

Fratelli d’Italia,
l’Italia s’è desta!
Dell’elmo di Scipio
s’è cinta la testa.

Dov’è la vittoria?
le porga la chioma,
chè schiava di Roma
Iddio la creò!

E il Làbaro dei tre colori sventolava sulle torri della Romagna, dell’Emilia, della Toscana, della Lombardia, della Venezia. Correva per le strade il sangue degli eroi.... ed era cemento alla futura libertà.

Perchè allora non si scherzava; e ai canti, e ai gridi, seguivano i fatti. Ci si batteva a Roma, a Milano, a Venezia, a Genova....

E gl’inni continuavano:

Quando il popolo si desta
Dio si mette alla sua testa...
I suoi fulmini gli dà!


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Affermasi che l’essere vecchi sia una disgrazia; ma noi benediciamo a questa vecchiaia che ci va imbiancando la testa e avvicinando alla tomba, perchè ci accorda — dopo sessant’anni — la fortuna di veder sventolare sulla torre Capitolina, quella stessa bandiera che Vittorio Emanuele — per virtù di popolo e per fede di Re — rialzava dai campi sanguinosi di Novara, vindice de’ nostri diritti, pegno intangibile della libertà, dell’unità, della grandezza della patria!

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Allora, a Genova, quando il 24 marzo s’inaugurò il Tricolore, un altro poeta, degno concittadino del Mameli, alla Bandiera italiana dedicava questo canto ispirato:

O sacro d’un popolo
   Sospiro, e preghiera,
   bella, o da secoli
   Attesa bandiera;
Vessillo temuto
   Di santa ragione,
   Tra il pianto,
   Tra i fremiti,
Col sangue cresciuto
   Di un’aspra tenzone;
   Alfine tu sventoli
   Sui nostri castelli!
   I di rinnovelli
   Dell’Italo onor!

Su! sventola, sventola
   O trino color;
   Di fede sei simbolo
   Di speme, d’amor.
   . . . . . . .
Segnal di vittoria
   Annunzia alle genti
   La spenta tirannide;
   Dei prodi redenti
   Annunzia la gloria.
Su! sventola, sventola
   O trino color;
   Di fede sei simbolo.
   Di speme, d’amor.

Noi pure oggi vi salutiamo commossi, o benedetti colori d’Italia, come vi abbiamo salutati — vittoriosi o vinti — da Novara a S. Martino, da Custoza a Mentana.... Fino là, dentro i gioghi insidiosi della terra africana, resa a noi sacra dal sangue dei nostri fratelli. [p. 6 modifica] Rammentiamo, che i Romani antichi portavano al loro vessillo un vero culto idolatra — quasi una superstizione; che essi lo facevano precedere a tutti i loro Dei, come fosse l’emblema di una divinità tutelare, superiore a tutte le altre. E come, nei colori della propria bandiera abbia il soldato, in tutti i tempi, veduto un talismano, un emblema caro, che richiamava alla sua mente il lontano e desiato focolare domestico. Rammentiamo, che grande iattura era legata alla sua perdita!

Gelosi noi pure del nostro vessillo, non dobbiamo essere da meno degli antichi eroi nel conservarlo, nel difenderlo!


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È noto che, come avviene di tutte le cose preziose, una viva, una dotta discussione s’impegnava, per precisar bene quali sieno le origini, a chi spetti per primo in Italia il vanto dei tre colori, come bandiera nazionale.

I poeti — eh, mio Dio! che cosa non vedono e non sognano i poeti? — pretesero che li vaticinasse Dante, quando giunto presso le soglie del Paradiso, descrive l’apparizione celeste della sua Beatrice:

Così dentro una nuvola di fiori
     che dalle mani angeliche saliva,
     e ricadeva giù, dentro e di fuori.
Sovra candido vel, cinta d’oliva
     donna ci apparve sotto verde manto
     vestita del color di fiamma viva.

E cioè, il bianco del velo, il verde del manto, il rosso della fiamma viva. In altri termini, le tre virtù Teologali: Fede, Speranza e Carità. Intendendo così, che l’immortale poeta non potesse meglio descrivere la mistica apparizione, se non vestita dei Tre Colori della futura e gloriosa bandiera italiana!

[p. 7 modifica] Pur troppo, a noi non è dato — almeno per ora — di salire come Dante fino alla soglia del Paradiso; e dobbiamo contentarci di rimanere in terra, coll’opinione, o dei fratelli milanesi — che nel 1796 vestirono di quei colori la loro Guardia Cittadina — oppure colle patriottiche città di Ferrara, Modena e Reggio, le quali, riunite ufficialmente in Consorzio, quei colori innalzavano come patrio stendardo, nel 1797.


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Ma chiunque sia cui spetti tale onore, a noi basti sapere questo: che il vessillo dei Tre Colori percorse la gloriosa sua via, dall’Alpi al mare, per quanto è lunga l’Italia, trascinando popoli ed Eserciti a quegli entusiasmi che creano gli eroi!

A noi basti anche ricordare — e non sia inutile ricordo — come la bandiera dei Tre Colori, consacrata dal sangue, bagnata dalle lagrime, sorrisa dalla vittoria, fosse un giorno benedetta dalla destra di un [p. 8 modifica]Pontefice — da Pio IX — in quella grande epoca di entusiasmi che fu il 1848; quando, Crociati d’Italia, accorsi a combattere lo straniero, si cantava:

«Stendardo d’Italia,
       nel nome di Dio,
       sull’Alpi te collochi
       la destra di Pio!

I cieli ti arridono...
       Cader tu non puoi
       Ti guarda il Signor!»
       . . . . . . . .

Così che oggi, pieno il cuore di memorie antiche.... e di speranze nuove.... vorremmo fare questo voto: — Che come 60 anni addietro, la destra di Pio IX si alzava a benedire la bandiera italiana, non sia lontano il giorno che la destra del nuovo Pontefice — durante una festa sacra alle armi, o alla fede — voglia finalmente benedirla dall’alto di quella Loggia, dove, al: Presentate le armi!... de’ nostri soldati, Egli venne proclamato a successore di Pietro....


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Ma lasciamo i sogni. Volgiamo indietro gli occhi della mente. Corriamo a Roma nel 1848!...


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Ivi, al canto di quegli inni patriottici, ecco sventolare sulle barricate la bandiera dei Tre Colori! — S’improvvisano Legioni di combattenti.... — Garibaldi respinge i francesi verso Civitavecchia! — Gli atti di valore non si contano più!.. — Ci si batte corpo a corpo! Si strappano le baionette dai fucili nemici!... Mancando le munizioni, si adoperano i sassi per difesa!....

Quanta gloria.... quanto eroismo.... Ma quanto sangue!... E tutto buon sangue italiano!... [p. 9 modifica] Da Roma voliamo a Milano:

Ecco Enrico ed Emilio Dandolo.... ed ecco Emilio Morosini, i quali, accanto a Luciano Manara, combattono, nei cinque memorabili giorni di lotta, sulle barricate, nelle piazze, come leoni. È quello stesso Luciano Manara che, marito e padre, abbandona, per la patria, la giovane sposa e i teneri figlioletti; sono quelli stessi Enrico Dandolo e Emilio Morosini, tutti e tre votati, un anno dopo, alla morte, nella difesa di Roma.

Onore alla loro memoria!... E voliamo a Venezia....

Le onde adriatiche, anch’esse, si sono svegliate ai ruggiti del Leone di S. Marco. Dai forti di Brondolo e di Malghera echeggiano gl’inni di libertà.... trascinando i popoli a quegli entusiasmi che creavano gli eroi, improvvisavano i poeti:

Viva l’Italia! or vendica
   la gloria sua primiera,
   segno ai redenti popoli
   la Tricolor bandiera;
   che, nata fra i patiboli,
   terribile discende
   tra le guerriere tende

   dei prodi, che giurar:
Di non depor la spada
   fin che sia schiavo un angolo
   dell’itala contrada,
   fin che non sia l’Italia
   una dall’Alpi al mar!
   . . . . . . . . . .


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Che tempi erano quelli! Vivere uno solo di quei giorni equivaleva vivere un secolo di vita! E quale contrasto coll’ora triste che volge!

Oggi, un desolante scetticismo, codesti fremiti di patria, è gran bontà se si limita a chiamarli quarantottate, anticaglie! Ma erano anticaglie che preparavano la nuova Italia, erano quarantottate che costavano a chi le scriveva, a chi le cantava, le catene del galeotto — e molte volte la vita.

Oh, confessiamolo! Sono ricordi questi che fanno bene all’anima: [p. 10 modifica]sono folate d’aria ossigenata e pura, come l’aria ritempratrice dei nostri monti; sono un efficace, sovrano disinfettante, che uccide i microbi invasori delle nostre più grandi città.

E siano benedette queste feste pacifiche delle armi, le quali ci porgono l’occasione di rammentare, a quando a quando, alla gioventù che ignora, alla maturità che dimentica; di quante lagrime e quanto sangue grondino le pagine della nostra redenzione.

Siano doppiamente benedette, se ricordando ai giovani le glorie passate, additerranno a loro il cammino delle glorie future; se, compresi del loro grande mandato, sapranno essi cambiare quella medaglia d’oro della quale orneranno il loro vessillo alla pacifica prova, in una medaglia al valor militare, sul campo di battaglia... E, ai primi colpi di moschetto, ripetere col poeta:

Su tiriamo! ogni colpo che tuona
   svegli in noi la memoria dei forti
   che sul campo, o sul palco son morti
   con le fiamme d’Italia nel cor!
Oh! beato chi al grido di guerra
   sarà mastro di spada, o moschetto,
   e, più certo bersaglio, nel petto
   tirerà del cruento stranier!


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Note

  1. Nella inaugurazione della bandiera sul campo di un Tiro a segno a Verona.