Patria Esercito Re/Lo Stendardo dei Carabinieri

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Lo Stendardo dei Carabinieri

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Agonia di una Repubblica I volontari
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Lo Stendardo dei Carabinieri 1


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Parliamo dell’Esercito; parliamo dei soldati; di questi nostri commilitoni e confratelli, nelle cui vene scorre ancora vergine il buon sangue italiano; i quali, lontani da ogni alchimia parlamentare, non hanno mai chiesto, impugnando il fucile in servizio della patria, quale fosse il colore del loro partito; fieri soltanto dei Tre Colori della loro bandiera!...

Parliamo, oh sì! parliamo di tanti ignoti eroi, cui finora nessun marmo, nessun segno, può indicarci dove morte li colse; le cui ossa, randage qua e là per le zolle d’Italia, non ebbero ancora pietoso ricovero dentro gli Ossari sacri agli altri morti per la patria.

E insieme a questi, ricordiamo i nostri martiri; parliamo del fior fiore della gioventù, che si fece volontario olocausto e sui patiboli e sui campi, per redimere a far grande questa povera Italia tanto oggi tormentata; nè mai avrebbero in que’ giorni di entusiasmo pensato che, un tempo, il grande sacrifizio sarebbe stato circondato da tanto scetticismo, da tanta demenza, da così crudele oblio.

Sì! parliamo di loro; e, come il prigioniero che chiuso da molti anni in una cella solitaria, muta d’aria e di luce, rivede finalmente il sole, e respira a doppi polmoni l’aria libera e sana dell’alpe natìa, noi pure, dimenticando l’ora grigia che corre, ritempriamoci come in un bagno di sole al ricordo degli eroismi e delle glorie passate.

Gli esempi sublimi di altre giovani esistenze, come quelle dei Manara, [p. 30 modifica]dei Mameli, dei Dandolo, dei Morosini, dei Daverio, dei Rasnesi — e tanti altri — morti col nome d’Italia sulle labbra alla difesa di Roma; le imprese gloriose dei fratelli Bandiera e Moro, Pisacane, Poerio, gli eroi della Venezia; i sacrifizi di Tito Speri, di Ugo Bassi, di Tazzoli, di Carlo Montanari, di Scarsellini, Sciesa, Dottesio, giustiziati della Lombardia, della Emilia e del Veneto; gli eroismi di Santa Lucia; le vittorie di Pastrengo, di Goito, di Governolo; le stragi di Castelnuovo; la tragedia di Novara....

E ancora: le glorie della Crimea, dove le penne dei Bersaglieri di Alessandro Lamarmora facevano inarcare per istupore le ciglia degli eserciti alleati....


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I fasti di Montebello, di S. Martino.... Tutta questa grande epopea Omerica, non può non risvegliare un palpito di ammirazione e riconoscenza anche nel cuore dei giovani, verso chi libera e grande preparava loro la patria. Parliamo dei caduti nelle guerre e degli immolati sui patiboli; ai quali un gentile poeta lombardo, Giulio Carcano, ricordandoli, sacrava un canto musicato da Stefano Ronchetti, che principiava con queste due strofe:

Per la patria il sangue han dato
Esclamando: — Italia e Pio! —
L’alma pura han reso a Dio
Benedetti nel morir.
Hanno vinto e consumato
Il santissimo martir.
Di quei forti — che son morti
Sacro è il grido, e non morrà.

Uno cadde e sorser cento
Alla voce degli eroi:
Or si pugna alfin per noi
Fugge insano l’oppressor;
E lo agghiaccia di spavento
La bandiera tricolor.
Di quei forti — che son morti
Sacro è il grido, e non morrà...


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Lo ripetiamo, Giulio Carcano in questi suoi versi, allude, non solamente ai caduti sul campo colle armi in pugno; ma volge il pensiero, altresì, ai fucilati in massa nelle piazze, o fra le quattro mura di una fortezza, quando il sole d’Italia non aveva ancora mandato inorriditi i suoi raggi sulle forche di Belfiore.


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Inaugurare, dunque, lo stendardo di quei bravi che formavano, e formano, la scorta della sacra persona del Re; di quell’arma che aveva, ed ha, la precedenza su tutte le altre armi; lo stendardo di quegli eroi del dovere e del sacrificio i quali, in campo aperto, versavano impavidi il sangue; e, fra le insidie delle piazze, o fra le orgie del brigantaggio lasciarono — come a Misilmeri — brandelli delle loro carni fra le unghie e i denti di belve feroci in forma umana; inaugurare lo stendardo di quella squadra leggendaria che a Pastrengo, nel 1848, caricava vittoriosa; e sui campi di Novara, innalzava una barricata di corpi umani per difendere il corpo del proprio Re; inaugurare, dico, tale stendardo, non v’ha soldato, nè cittadino italiano, che di tale onore non andrebbe orgoglioso.

Storici, pittori, poeti, artisti insigni, celebrarono in più forme la carica dei duecento carabinieri di Pastrengo, e quella compiuta dalla stessa arma sugli insanguinati campi di Novara il 23 marzo 1849. Fra’ poeti, primissimo, dedicava loro un canto meraviglioso il conte Costantino Nigra, già ambasciatore del Re a Vienna, antico e prezioso segretario di Camillo Cavour, amico dello sventurato Napoleone III.

Il Nigra, illustre figlio di quella terra che diede i natali a Pietro Micca — nido d’eroi e della libertà d’Italia, — il Nigra, nell’ultima delle vittorie delle armi Sarde, a Rivoli, precedendo il proprio plotone, ebbe forato il braccio da una palla boema. Egli, soldato, poeta, diplomatico, nell’anno 1861 — [p. 32 modifica]mentre la memoria, tanto labile oggi degli italiani, non aveva ancora dimenticata la spedizione di Crimea, e i cuori tuttavia caldi delle glorie del 1859, si preparavano alle lotte del 1860 e 1866 — mandava al senatore Torelli, fondatore e presidente della società di Solferino e S. Martino, un opuscolo intitolato: La Rassegna di Novara, perchè fosse venduto a profitto di quell’erigendo Ossario, consacrato ad altri morti sul campo.

Con quell’alato canto, il Conte Nigra ci conduce nell’austera e venerata cripta di Superga, dove riposano i resti gloriosi dei duchi di Savoja; e Costantino Nigra dove, secondo il poeta, si danno notturno convegno, la Vigilia dei Morti, una folla d’ombre guerriere per poche ore risorte.

Premettiamo un po’ di storia — storia non mai abbastanza rammentata.

Nella prima guerra del 1848, dopo i felici risultati delle giornate del 28 e 29 aprile, S. M. il Re Carlo Alberto decise di attaccare le forte posizioni di Pastrengo, e impadronirsene.

Era la domenica, il dì 30 dello stesso mese.

La battaglia non incominciò che alle undici, perchè le truppe dovevano prima ascoltare la Messa; ma tale e tanto fu l’ardore dell’assalto, che al tocco il tenente maresciallo Wocher comandante delle forze austriache a Pastrengo, stava già ritirandosi; e si sarebbe ritirato, se il maresciallo Radetzky, da Verona, non fosse accorso con 30,000 uomini in suo aiuto.

Gli atti di valore, individuale e collettivo, compiuti quel giorno, tanto da parte dei sardi quanto quella degli austriaci, non si contavano più!

E per gli uni, e per gli altri era questione decisiva di vita o di morte; di trionfo o di disfatta. Il Re, visto il pericolo creato dai rinforzi improvvisi, decise uno sforzo supremo sulle alture di Pastrengo.

A quelle si dirige, seguito da tre squadroni dei carabinieri — la sua scorta d’onore. — Il maggiore Sant Front, che li comanda, fa suonare la carica, e lancia, i tre squadroni con tanto impeto contro il nemico, da volgerlo immediatamente in fuga.

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Sebastiano de Albertis. - I CARABINIERI DI PASTRENGO.
Bozzetto appartenente al comm. Amerigo Ponti.


[p. 34 modifica]Oltre il Nigra, altri poeti, scrittori e pittori, inspirati dal soggetto, illustrarono quella carica famosa. Fra questi ultimi, si distingue l’artista e soldato Sebastiano De-Albertis, l’illustre patriotta morto da parecchi anni, il quale fu obbligato a molte riproduzioni dello stesso quadro; ed il capitano in Genova Cavalleria, conte Grimaldi del Poggetto, davanti alle cui opere non v’ha cuore di soldato e di italiano che non si senta palpitare per intensa e doppia commozione. La commozione, cioè, che proviamo davanti al quadro di qualunque atto per valore sublime; quella commozione che ciascheduno di noi deve sentire davanti alla immagine del Re magnanimo, cui dobbiamo la prima pietra del nostro edifizio nazionale; e contro il quale, in un momento di esacerbazione cieca e ingiusta, venne scagliata in faccia la più atroce delle offese: quella di traditore!

Carlo Alberto! mistica e santa figura di un martire antico!... A te, a te il pensiero devoto d’ogni anima italiana.

Re calunniato, sceso in campo per obbedire alla volontà dei popoli.... e cercata invano la morte sui campi di Novara — geloso soltanto del bene d’Italia — consegnava, senza rimpianto, nelle mani del giovine figlio la Corona.... E, dopo abdicato, andava a morire, esule volontario, lunge dalla patria, fulgido esempio di abnegazione Regale!

Sacro guerrier d’Italia.
     Primo d’Italia amico.
     Bella e dolente imagine
     Del prode tempo antico,
     Scudo di sette popoli
     Figlio d’Italia e Re;

Chi ti contrista, o martire.
     Sfregia l’Italia e Dio;
     Ma tu, mio Re, consolati
     Ch’ebbra, o demente voce,
     La Savojarda Croce
     Contaminar non può!

Così l’anima offesa del più fecondo lirico del secolo, il Prati, nell’impeto della sua fede monarchica, rispondeva alla stolta invettiva che un altro poeta popolare, pure caro all’Italia — il Berchet, traviato da una momentanea ira — inconsultamente lanciava.


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Carlo Canetta, fiero lottatore per muscoli e per ingegno, del quale piangiamo la recente morte, in una conferenza da lui tenuta nel ridotto del teatro alla Scala il 15 giugno 1890, in omaggio alla memoria di Carlo Alberto, ci narra: che venuto a Milano il 14 marzo 1849, il colonnello Cadorna per denunciare l’armistizio, fu Achilie Mauri quello che ebbe l’incarico dal Consiglio dei Ministri di dettare la nota diplomatica diretta alle potenze per ispiegare i motivi della decisione presa dal Piemonte. In quella occasione egli, il Mauri, ebbe con Carlo Alberto un commovente colloquio; [p. 35 modifica]il quale da solo basterebbe a cancellare ogni triste sospetto che malevoli e partigiani avevano allora insinuato sulla condotta di quel magnanimo, in guerra.

“Era una giornata scura„ — racconta il Mauri — “Re Carlo Alberto, dopo di avermi accolto con ogni maniera di distinzione, m’invitò ad accostarmi alla finestra per dar lettura della dichiarazione.


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Mentre leggevo, passò per la sottoposta piazza un reggimento di soldati mal in arnese, sfiaccolati da lunga marcia, quasi barcollanti. Ero a quel punto della lettura in cui si dice che, nè per toccate, nè per minacciate sciagure, poteva venir meno nei popoli italiani l'ardire della nazionale indipendenza, finchè tentate non fossero le ultime prove. A codeste parole il Re mi fermò e disse commosso: — Guardi, signor Mauri, se con questi soldati così scarni, così stremati di forze, l’ultime prove contro [p. 36 modifica]un esercito strapotente possono essere felici — ed alzò gli occhi al cielo soggiungendo: — Eppure bisogna tentarle!

La commozione, lo sconforto dell’anima del Re si trasfusero nel mio; la mia voce si fece tremula, e scoppiai in dirotto pianto, quando vidi le lagrime che sgorgavano dal cuore del Re Magnanimo, mentre approvava la chiusa della dichiarazione nelle seguenti parole: Così la guerra dell’Indipendenza nazionale si riapre. Se gli auspici non ne possono essere tanto lieti quanto nello scorso anno, la causa ne è pur sempre la stessa: santa come il diritto che hanno i popoli tutti arbitri del suolo in cui Dio li ha posti: grande come il nome e le memorie d’Italia.

Asciugate le lagrime, tentai — proseguiva il Mauri — di confortare l’animo del Re; ma presago come Egli era di una prossima irreparabile sventura, non riescii che a trargli un mesto sorriso dalle labbra e queste meste parole: — Signor Mauri, metto allo sbaraglio vita, figli, corona.... Che io abbia almeno la gratitudine degli Italiani!„

E qui il bravo Canetta, abbandonandosi a tutto l’entusiasmo di cui era piena l’anima sua nobilissima, usciva in questo volo lirico che fa fremere e palpitare; e che qui testualmente riproduciamo:

“Traditore il Re, che, a piedi, alla testa di una compagnia di bersaglieri, aveva voluto passare per il primo sul ponte del Ticino, e per il primo toccare, colla spada alla mano, la patria lombarda! Traditore il Re, che, nella terribile giornata di Novara, quando tutto era finito e non appariva speranza di salvezza, cercava la morte sotto l’artiglieria austriaca, dicendo al generale Durando, che con dolce violenza lo voleva strappare da quel posto: — “Generale lasciatemi morire; questo è l’ultimo giorno della mia vita!„ — Traditore il Re, che, nella sera del 23 marzo 1849 abdicava per Vittorio Emanuele II, invece di trattare Egli stesso col nemico — invece di ottenerne patti migliori per il Piemonte in compenso del vile e supposto mercato!.... Traditore il Re, che doveva sfuggire alle persecuzioni austriache e attraversare tutto il campo della terribile battaglia sotto il falso nome di colonnello conte di Barge! Traditore il Re, che abbandonava la patria, la famiglia, tutti i bel sogni della sua mente, per recarsi esule volontario ad Oporto!.... — Traditore il Re, che nella solitudine della bianca villa A la Quinta, in conspetto dell’Oceano sognato da Cristoforo Colombo apportatore di gloria al nome italiano — si vedeva tributate solenni onoranze da una speciale ambasceria delle Camere subalpine!.... Traditore il Re, che, anche morendo, il 23 luglio 1849, esclamava: — “Nessuno saprà mai quello che io ho fatto per l’Italia!„

Oh! aveva ben ragione il deputato Josti di dire allora al Parlamento Subalpino, nella memorabile seduta del 26 marzo 1849:

“Io per me, in tanta meschinità di uomini, una sola figura veneranda [p. 37 modifica]vedo elevarsi, ed è quella di Carlo Alberto! Mirate il martire d’Italia! Ai vostri applausi fa eco la patria; la storia lo rivendicherà, gli renderà giustizia, e finalmente, se l’Italia sarà destinata a sorgere, ricompenserà la virtù e rivendicherà la memoria di Carlo Alberto.„

E l’Italia ne fu allora informata da una lettera che il generale Raffaele Cadorna dirigeva, pure alla Camera de’ Deputati:

“S. M. Carlo Alberto, stette sempre esposto al fuoco ov’era maggiore il pericolo: le palle fischiavano di continuo sul di Lui capo: molti gli caddero vicino: anche a notte egli continuava a stare sugli spalti della città, ov’era ridotta la nostra difesa. Il generale Durando dovette trascinarlo pel braccio perchè cessasse di correre ormai inutilmente, rischi terribili...„

E immensa doveva essere la commozione della Camera, nel pensare a colui, il quale, all’Austria che gli offriva i Ducati di Parma e di Modena, promettendogli di lasciar libera la Lombardia e autonoma, o quasi, la Venezia, rispondeva:

— “Non tratterò che quando non vi sarà più un austriaco sul suolo italiano„.

Cui Radetzky aggiungeva di rimando:

— “Ebbene, tratteremo oltre il Ticino!„

Botta e risposta che fanno il paio con quelle di Vittorio Emanuele e dello stesso Radetzky, quando nel 1849, questi gli proponeva di mancar di fede allo Statuto.

Ecco il Re, ecco l’esecrato Carignano che, o assediato in casa Greppi — quella di Via Manzoni — a Milano, bersaglio alle fucilate di una folla frenetica; o immobile in mezzo ai proiettili dell’artiglieria — mentre accanto a lui cadeva il colonnello Avogadro — tentava una estrema difesa, sanguinosa ed inutile.

[p. 38 modifica]“Fu fortuna d’Italia„ — conclude il Canetta — “che Carlo Alberto sia in quel giorno rimasto illeso; perocchè il suo sangue avrebbe, chi sa per quanto tempo, ritardato il riscatto d’Italia, segnando così un abisso fra i Piemontesi e i Lombardi.„


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Alla memoria di questo Re magnanimo è dunque consacrata la stupenda lirica di Costantino Nigra, della quale abbiamo dianzi parlato; e colla guida della quale, saliti sullo storico colle di Superga, entriamo, la Vigilia dei morti, nella cripta ove dormono l’eterno sonno i principi Sabaudi.

Allo squillo delle trombe il Goito, redivive, ecco là dentro scoperchiarsi lentamente una tomba!.... È quella dove giace lo scheletro gigante di Re Carlo Alberto, il volontario martire di Oporto.

Egli sorge dall’urna appoggiandosi sull’elsa della sua spada gloriosa. — Si stacca.... si muove. — L’ampia navata risuona al tintinnio de’ suoi speroni regali.

Intorno al fantasma del Sovrano, vengono via via affollandosi le ombre dei capitani uccisi nelle patrie battaglie.

Sulla soglia del tempio riempiono l’aria funerei nitriti.

Uscito all’aperto, il Re sale in groppa al suo bianco destriero, fido compagno delle battaglie, e si spicca al galoppo per la vallata del Po.

Il fantastico corteo, lungo, compatto lo segue a rispettosa distanza. Scende dai colli torinesi, traversa come nembo i piani di Vercelli.... della Sesia.... fino a che arriva alla pianura di Novara, testimone un giorno della tragica lotta.

Novara! — che fu chiamata il Waterloo d’Italia. — Novara! lotta di giganti, sostenuta corpo a corpo per ben diciott’ore: dove 10,000 morti pagarono una anticipazione di sangue al riscatto del 1859 e del 1866!

Il fantasma regale giunto sul luogo della battaglia, arresta il cavallo: e, come duce che, a manovra finita, attende allo sfilare del suo Esercito, anch’egli immobile, alta la testa, fisso lo sguardo, si atteggia a veder passare le schiere dei caduti eroi: le quali, intanto, si dispongono in colonna serrata al melanconico raggio delle stelle.

Qui il poeta esce colla invocazione da noi fatta precedere a queste pagine, e che lo stesso Ugo Foscolo invidierebbe:

. . . . . Anima eterna
Del mio paese! A me nell’arso fianco
Il tuo possente anelito trasfondi.
Fammi udir dalle schiuse sepolture
La tua gran voce! — E tu m’ispira il verso
Che fa santa la tomba, ed immortale
Il lauro ai forti per la patria estinti!

[p. 39 modifica]Le trombe di Goito, di Pastrengo, di Governolo, di Peschiera, di Rivoli, intonano la Fanfara Reale.

Prima che lo sfilamento incominci, il poeta, rigidamente ligio anch’egli ai diritti di precedenza fra le diverse armi, si rivolge anzitutto alla squadra dei Carabinieri Reali che costituivano in quel giorno la scorta del Sovrano.

È lo squarcio più lodato del libro.

Calma, severa, tacita, compatta
Ferma in arcione, gravemente incede
La prima squadra, e dietro al Re s’accampa
In chiuse file. — Pendono alle selle,
Lungo le staffe nitide, le canne
Delle temute carabine. Al lume
Delle stelle lampeggian le sguainate
Sciabole. Brillan di sanguigne tinte
I purpurei pennacchi, erti ed immoti
Come bosco di pioppe irrigidito.
Del Re custodi e della Legge, schiavi
Sol del dover, usi obbedir tacendo
E tacendo morir; terror dei rei,
Modesti ignoti eroi, vittime oscure
E grandi; anime salde in salde membra,
Mostran nei volti austeri, nei securi
Occhi, nei larghi lacerati petti.
Fiera, indomata, la virtù latina!
Risonate, tamburi!... Salutate
Aste e vessilli! — Onore, onore ai prodi
Carabinieri!

Dopo ciò comincia lo sfilamento in parata:

— Battaglioni avanti, guid-a-dest!

Prime al passo di corsa, passano svolazzanti le piume dei bersaglieri — speranza della novella Italia. — Sono guidati dal prode La Marmora, una delle tante glorie del forte Piemonte. Seguono, a regolare distanza, i Cacciatori di Sardegna, e gli atletici Granatieri del Re, nascosti i volti abbronzati sotto l’alto berrettone di pelo, che la moderna civiltà ha bandito.

Ecco la Brigata Savoia, orgogliosa de’ suoi fasti e de’ suoi duchi.

Passano allineati davanti al Re, abbassando l’asta della vecchia bandiera, reliquia di cento battaglie.

Ecco le belle brigate Piemonte, Cuneo, Aosta e Regina! Nel buio della notte fiammeggiano i tre colori dei loro otto stendardi.

E il poeta canta:

Date, o trombe, il saluto ai valorosi!
Tuonate o bronzi!... Nei forati lombi
De’ soldati di Coito e di Novara,
Rivisse intatta la virtù dei prischi
Battaglioni d’Assietta e di Torino!
Date, o trombe, il saluto ai valorosi!

[p. 40 modifica]Ma la fiera rassegna continua. Alle schiere passate, ne seguono altre.... e altre ancora; e fra queste, un’ultima, molto dalle prime diversa nelle vesti, nelle armi, nell’andare. Questa incede piena di baldanza giovanile al patriottico canto: Fratelli d’Italia.

Chi sono codesti intrepidi?... Voi lo indovinate.

Sono i volontari delle cento città d’Italia, sprezzatori ieri del capestro, sfidatori oggi del piombo straniero, accorsi a combattere per la indipendenza della natia loro terra. Essi sfilano allegramente, sventolando lo stendardo dei Tre Colori, al grido di vincere o morire!

Al loro passaggio il Re sabaudo china il capo commosso, come assalito da un subitaneo cruccio profondo.


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Dopo i volontari, ecco sfilare al galoppo i dragoni di Nizza, Piemonte, Genova e Savoia; le coccie dei loro elmi romani scintillano intermittenti al tremolare degli astri. I piemontesi, i toscani, i lombardi cavalieri, passano davanti al Re come stormo di rondini.

Finalmente, un rumore sordo come di terremoto, annunzia che la rassegna sta per finire. Sono i cannonieri che giungono guidati dal Duca di Genova, il padre della futura Regina d’Italia; colui, cui morte immatura cogliendo nel proprio letto, faceva amaramente rimpiangere una fine più gloriosa, sui campi di Staffalo e di Volta.

Passano anch’essi al galoppo.

Quando il secondogenito del Re, bello e forte sul suo destriero, sfila davanti al padre, e i loro occhi s’incontrano, brilla una lagrima, indarno repressa, in quelli di Carlo Alberto.

Ma già sorge l’alba. Le stelle impallidiscono. Cavalli e cavalieri vanno via via svestendosi delle loro carni; e, tornati scheletri, svaniscono in lunghe righe per l’aria, nell’incerto crepuscolo.

[p. 41 modifica]Sotto gli elmi lucenti s’incavernano le occhiaje. Le trombe guerriere mandano uno squillo, il quale non ha più nulla di umano.... e par squillo d’Arcangelo.

La rassegna è finita!

. . . . . . col brando
L’ombra regal dà l’ultimo saluto
Alle spente falangi, e si dilegua
Nei primi raggi del nascente sole.


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Qui finisce lo inspirato canto del poeta.... Ma voi seguitemi, ancora una volta, sul sacro colle di Superga!

Le pesanti porte di quella cripta si riaprono. Il fantasma gigante di Re Carlo Alberto vi ritorna, seguito della sua scorta fidata dei morti Carabinieri. Egli si accosta a passi misurati all’avello scoperchiato.... Vi rientra.... e prima che il grave coperchio ricada su Lui, si volge con un intimo e affettuoso atto riconoscente verso la guardia del proprio Corpo, i suoi fidi Carabinieri: mentre per le austere navate aleggia, pari ad alito di vento, una nota soave che par che dica: — Grazie!....

Quella grande ombra sparendo, voleva con quell’estremo ringraziamento dire questo: che la gratitudine dei Re deve sopravvivere alla tomba.

E l’ammaestramento di quel Principe, il quale, esempio di sublime sacrifizio, rinunziava spontaneo, per il bene della patria e del suo Esercito, [p. 42 modifica]al fulgore di un trono, non poteva trovar nei continuatori delle sue glorie più solleciti e più leali interpreti.

Chè, per fortuna d’Italia, la ingratitudine e l’oblio non mettono radici nel cuore dei suoi Re!

A voi, reduci carabinieri, a voi viventi avanzi di glorie e sacrifici passati; a voi, difensori della patria, del diritto e dell’ordine, nelle cui vene freme ancora il buon sangue latino cantato dianzi dal poeta; a voi, eredi legittimi dei Carabinieri di Pastrengo e di Novara; a voi, al vostro stendardo, renda anch’essa il suo saluto militare la spada di quel Re, che da Carlo Alberto, da Vittorio Emanuele, e Umberto I, ereditava, insieme alle glorie leggendarie della propria Casa, il cuore buono, leale e riconoscente dei principi di Savoja.

Davanti alla loro effigie inchiniamo noi pure i Tre Colori del nostro vessillo; al saluto della spada regale, risponda il lungo affettuoso saluto del nostro cuore.

Un saluto che riassuma, in un sol grido, questa per noi santa Trinità della terra:

Patria — Esercito — Re!


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Note

  1. Discorso inaugurale, pronunciato a Verona il 25 giugno 1899, come padrino della bandiera Reduci Carabinieri.