Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura/100

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*   È cosa osservata degli antichi poeti ed artefici, massimamente greci, che solevano lasciar da pensare allo spettatore o uditore piú di quello ch’esprimessero (vedi p. 86-87 di questi pensieri). E quanto alla cagione di ciò, non è altra che la loro semplicità e naturalezza, per cui non andavano come i moderni dietro alle minuzie della cosa, dimostrando evidentemente lo studio dello scrittore, che non parla o descrive la cosa come la natura stessa la presenta, ma va sottilizzando, notando le circostanze, sminuzzando e allungando la descrizione per desiderio di fare effetto: cosa che scuopre il proposito, distrugge la naturale disinvoltura e negligenza, manifesta l’arte e l’affettazione, ed introduce nella poesia a parlare piú il poeta che la cosa. Del che vedi il mio discorso sopra i romantici e vari di questi pensieri. Ma tra gli effetti di questo costume, dico effetti e non cagioni, giacché gli antichi non pensavano certamente a questo effetto e non erano portati se non dalla causa che ho detto, è notabilissimo quello del rendere l’impressione della poesia o dell’arte bella, infinita, laddove quella dei moderni è finita. Perché descrivendo con pochi colpi e mostrando poche parti dell’oggetto, lasciavano l’immaginazione errare nel vago e indeterminato di quelle idee fanciullesche che nascono dall’ignoranza dell’intiero. Ed una scena campestre, per esempio, dipinta dal poeta antico in pochi tratti, e senza, dirò cosí, il suo orizzonte, destava nella fantasia quel divino ondeggiamento d’idee confuse e [p. 211 modifica]brillanti di un indefinibile romanzesco, e di quella eccessivamente cara e soave stravaganza e maraviglia, che ci solea rendere estatici nella nostra fanciullezza. Dove che i moderni, determinando ogni oggetto e mostrandone tutti i confini, son privi quasi affatto di questa emozione infinita, e invece non destano se non quella finita e circoscritta, che nasce dalla cognizione dell’oggetto intiero, e non ha nulla di stravagante, ma è proprio dell’età matura che è priva di quegl’inesprimibili diletti della vaga immaginazione provati nella fanciullezza (8 gennaio 1820).