Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura/1226

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[p. 15 modifica] tutte le altre lingue europee. E non dovrebbe volere, anzi vergognarsi, che un tal vocabolario, essendo europeo, non fosse italiano, quasi che l’italiano non fosse europeo né di [p. 16 modifica]questo secolo ec. E dovrebbe riconoscerle per voci nobilissime, perché inseparabilmente spettanti e legate alla piú nobile delle scienze umane, ch’é la filosofia. Vedi p. 1231, fine.

Con ciò non vengo mica a dire ch’ella debba, anzi pur possa adoperare, e molto meno profondere, siffatte voci nella bella letteratura e massime nella poesia. Non v’é bontà dove non è convenienza. Alle scienze son buone e convengono le voci precise, alla bella letteratura le proprie. Ho già distinto in altro luogo le parole dai termini e mostrata la differenza che è dalla proprietà delle voci alla nudità e precisione. È proprio ufficio de’ poeti e degli scrittori ameni il coprire quanto si possa le nudità delle cose, come è ufficio degli scienziati e de’ filosofi il rivelarla. Quindi le parole precise convengono a questi e sconvengono per lo piú a quelli; a dirittura l’uno a l’altro. Allo scienziato le parole piú convenienti sono le piú precise ed esprimenti un’idea piú nuda. Al poeta e al letterato, per lo contrario, le parole piú vaghe ed esprimenti idee piú incerte o un maggior numero d’idee ec. Queste almeno gli denno esser le piú care, e quelle altre, che sono l’estremo opposto, le piú odiose. Vedi p. 1234, capoverso 1, e 1312, capoverso 2. Ho detto, e ripeto, che i termini in letteratura, e massime in poesia, faranno sempre pessimo e bruttissimo effetto. Qui peccano assai gli stranieri e non dobbiamo imitarli. Ho detto che la lingua francese (e intendo quella della letteratura e della poesia) si corrompe per la profusione de’ termini, ossia delle voci di nudo e secco significato, perch’ella si compone oramai tutta quanta di termini, abbandonando e dimenticando le parole, che noi non dobbiamo mai né