Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura/18

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[p. 99 modifica] non ci sarà piú altro che un solo genere di poesia? e in uno stesso componimento non si dovrà piú tenere altro che un tuono solo? (E dopo tutto questo ci rinfacciano la monotonia delle favole antiche.) Ma che? abbiamo mutato natura affatto? non c’è piú gioia se non mezzo malinconica, non c’è piú ira, non c’è piú grandezza e altezza di pensieri, senza quel condimento di patetico ec. ec.? (E se la poesia è arte imitativa e il suo fine è il dilettare, né deve imitare una cosa sola, né una sola cosa diletta ec. E in genere non pare che il Breme faccia gran caso della natura e del fine della poesia, che consiste in dilettare col mezzo della maraviglia prodotta dall’imitazione ec.) Ma queste son follie, di cui è soverchio parlare. A tener dietro con diligenza ai ragionamenti del Breme, ci si scopre una contraddizione nascosta, ma realissima e fondamentale cosí del suo sistema come del romantico. Da principio dice che gli antichi credevano tutto e si persuadevano di mille pazzie, che l’ignoranza, il timore, i pregiudizi e somministravano allora gran materia alla loro poesia, e non possono piú somministrarne ai tempi nostri; insomma evidentemente par che venga a conchiudere, che la poesia nostra bisogna che sia ragionevole e in proporzione coi lumi dell’età nostra, e in fatti dice che ce la debbono somministrare la religione, la filosofia, le leggi di società ec. ec. E cosí dicono i romantici. Ma se cosí è, ecco l’illusione sparita, e se il poeta non può illudere non è piú poeta, e una poesia ragionevole, [p. 100 modifica]é lo stesso che dire una bestia ragionevole, ec. ec. E i romantici, non che facciano la poesia ragionevole, vanno in cerca di mille superstizioni e delle piú pazze cose che si possano mai pensare; il Breme poi dice che l’immaginazione anche al presente ha la sua piena forza e desidera di essere invasa rapita, ec. e anche sedotta (qui vi voleva) purché non da cose al tutto arbitrarie né lontane da quel vero ec. In queste parole, e specialmente in quell’ anche e in quell’ al tutto, mi par di scorgere chiarissimamente l’angustia del metafisico, che vedendo la linea del suo ragionamento torcersi e piegare cerca di rimediarci colle parole. Ma, poiché finalmente affermate che la nostra immaginazione ha bisogno d’esser sedotta (e in seguito poi lo conferma il Breme senza nessuna dubitazione in parecchi altri luoghi), il vostro ragionamento va tutto a terra; perché, quando uno di noi si mette a leggere una poesia, sapendo di dover esser sedotto e desiderando di esserlo, tanto crede al piú falso quanto al meno falso, tanto crede al Milton quanto a Omero, tanto agli spettri del Bürger quanto all’inferno dell’Odissea e dell’Eneide: e quel dire che le finzioni non debbono essere al tutto arbitrarie è una miseria, quasi che la immaginativa dei moderni potesse essere ingannata di tanto solo e non piú, e l’intelletto nostro nel mezzo della lettura e dell’inganno della fantasia non comprendesse egualmente la falsità delle invenzioni del Klopstock e di quelle di Omero e di Virgilio. Il tutto sta se l’immaginazione nostra possa e debba esser sedotta dalla poesia o no; se sí, tutti i vostri ragionamenti seguenti sono attaccati collo sputo, e il poeta deve pensare a sedurre come crede meglio, e s’egli non sa sedurre, la colpa è sua, e non del genere che ha scelto. Un’altra svista del Breme, e probabilmente di tutti i suoi settari, è dove, parlando della mitologia greca, dice che la natura è vita, che la fantasia umana e la poesia si compiace in immaginare che tutto viva, cioè [p. 101 modifica]conosca di essere; e qui si diffonde in magnificare