Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura/32

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Pagina 32

../31 ../33 IncludiIntestazione 2 novembre 2011 100% Saggi

31 33

[p. 124 modifica]


*    La tartaruga lunghissima nelle sue operazioni ha lunghissima vita. Cosí tutto è proporzionato nella natura; e la pigrizia della tartaruga, di cui si potrebbe accusar la natura, non è veramente pigrizia assoluta, cioè considerata nella tartaruga, ma rispettiva. Da ciò possiamo cavare molte considerazioni.


*    Che il popolo latino non chiamasse testam il capo, come il nostro lo chiama burlescamente la coccia, [p. 125 modifica]e da questo non sia venuta la voce italiana testa e la francese tête?


*   Quello che dice il Metastasio negli Estratti della poetica d’Aristotele, il Gravina nel Trattato della tragedia dove parla del numero cap. 26. e ho detto io nel Discorso sul Breme intorno alla materia dell’imitazione, la quale può esser ad arbitrio, come imitare in marmo. in bronzo in verso, in prosa, ec. è vero; e quello che ho detto io specialmente mi par che sia vero senza eccezione. Ma quanto al Metastasio, poich’egli lo dice per difender l’opera, bisogna notare che gli elementi della materia non debbon esser discordanti, che allora la imitazione è barbara: come forse si può dir dell’opera dove da una parte è l’uomo vero e reale per imitar l’uomo, cioè la persona rappresentata, dall’altra è il canto in bocca dell’uomo, per imitare non il canto ma il discorso della stessa persona. Questa osservazione (considerazione) si può estendere a molte altre materie d’imitazione mal composte. Quanto al canto però si osservi che anche gli antichi cantavano le tragedie, come dice il loro nome: se ben questo fu forse ne’ primi tempi quando la tragedia era veramente in mano di gentaglia sua sciocca inventrice e il costume o non durò, o se durò, fu perché avea cominciato cosí e non si ardí o non si volle mutare; e questa forse fu la cagione ancora che fece fare la tragedia e la commedia in verso, di maniera che da questa pratica venuta da vile origine non si dee stimare il giudizio de’ greci e degli antichi su questo particolare; i quali forse avrebbero fatto ambedue in prosa se l’una o l’altra fosse stata invenzione del gusto, e non parto stentato di diversissime circostanze e usanze vecchie ec.


*   È osservabile che in Celso nel quale è singolarmente notata e lodata la semplicità e facilità dello stile, [p. 126 modifica]per le quali si sarà discostato meno degli altri dal latino volgare, sono frequentissime e moltissime frasi, costruzioni, usi di parole, locuzioni ec. ed anche parole assolutamente, o prette italiane o che si accostano alle italiane io dico di quelle che comunemente non s’hanno per derivate dal latino né per comuni alle due lingue ma proprie della nostra, e che trovandole non presso Celso ma presso qualche scrittore latino moderno, le stimeressimo poco meno che barbarismi, anche presentemente, cioè non ostante che in effetto si trovino appresso Celso eccetto se non ci ricordassimo espressamente o ci fosse citata l’autorità di lui. Per es. dice nel libro I, capo 3, dopo il mezzo: «Interdum valetudinis causa recte fieri, experimentis credo; cum eo tamen ne quis qui valere et senescere volet, hoc quotidianum habeat.» (Con questo però che ec. cioè, purché locuzione pretta italiana.) E nel lib. II, c.8, circa il fine: «quos lienis male habet, si tormina prehenderunt, deinde versa sunt vel in aquam inter cutem, vel in intestinorum laevitatem, vix ulla medicina periculo subtrahit.» Si trova però frase simile cioè prehendo in significato di cogliere, ma presso i Comici latini. E parimente l. II, c.11. nel fine: Huc potius confugiendum est, cum eo tamen ut sciamus, hic ut nullum periculum, ita levius auxilium esse.» E c. 17, alquanto sopra il mezzo: «Recte medicina ista tentatur, cum eo tamen ne praecordia dura sint, neve», etc. e lib. III. c.5, sul fine: «Scire licet... satius esse consistente jam incremento febris aliquid offerre, quam increscente..., cum eo tamen ut nullo tempore is qui deficit non sit sustinendus.» Cosí, c. 22 sul mezzo e c. 24 in fine. E lib. III, c. 6, dopo il mezzo: «In vicem ejus dari potest vel intrita ex aqua calida, vel alica elota» (in vece di questa), e cosí altrove usa questa stessa frase; nota che qui non vuol dire alternativamente, ma