Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura/3469

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*   Alla p. 2709. Quasi tutti gli antichi che scrissero di politica (tranne Cicerone de rep. e de legibus), la pigliarono puramente o principalmente dalla parte speculativa, la vollero ridurre a sistema teorico e di ragione, e disegnare una repubblica di lor fattura; e questo si fu lo scopo, l’intenzione e il soggetto de’ loro libri. Ond’è che quantunque i moderni primieramente abbiano fatto della politica il loro principale studio, secondariamente, come privati che erano e sono la piú parte, e quindi inesperti del governo, sieno stati obbligati a tenersi in ciò alla speculazione piú che alla pratica, e per la medesima cagione abbiano immaginato, sognato, delirato e spropositato nella politica piú che in altra scienza; nondimeno io tengo per fermo che gli antichi, anzi i soli greci, avessero piú Utopie1 che tutti i moderni insieme non hanno. Utopia è la repubblica di Platone, sí quella disegnata nella Politica, sí l’altra ne’ libri delle Leggi, [p. 406 modifica]diversa da quella, come osserva Aristotele nel secondo de’ Politici, p. 106-16. Utopie furono quelle di Filea Calcedonio (Aristotele, Politic., l. II, ed. Victorii, Florent. p. 117-26), e d’Ippodamo Milesio (ib., p. 127-35), Utopia è quella d’Aristotele (vedi il Fabricio).2 E senza

Note

  1. O sistemi di repubblica o di legislazione, praticabili o non praticabili, ma certo non praticati, e solo immaginati e composti da’ rispettivi autori. Vedi Aristotele, Politica, l. II, p. 74, 171, 179, fine, 116, l. IV, p. 289-92, p. 358, fine.
  2. Pare che anche Eraclide Pontico scrivesse de optimo statu civitatis, senza però aver mai trattato le cose pubbliche. Vedi Cicerone, ad Quint. fratr., III, ep. 5; Victor. ad Aristot. Polit., p. 171. Meurs., t. V, p. 114, B-C, t. VI, p. 270, F.