Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura/54

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[p. 161 modifica] *   Quando la poesia per tanto tempo sconosciuta entrò nel Lazio e in Roma, che magnifico e immenso campo di soggetti se le aperse avanti gli occhi! Essa stessa già padrona del mondo, le sue infinite vicende passate, le speranze, ec. ec. ec. Argomenti d’infinito entusiasmo e da accendere la fantasia e ’l cuore di qualunque poeta anche straniero e postero, quanto piú romano o latino, e contemporaneo o vicino proporzionatamente ai tempi di quelle gesta! Eppure non ci fu epopea latina che avesse per soggetto le cose latine cosí eccessivamente grandi e poetiche, eccetto quella d’Ennio, che dovette essere una misera cosa. La prima voce della tromba epica che fu di Lucrezio, trattò di filosofia. Insomma l’imitazione dei greci fu per questa parte mortifera alla poesia latina, come poi alla letteratura e poesia italiana nel suo vero principio, cioè nel cinquecento l’imitazione servile de’ greci e latini. Onde, con tanto immensa copia di fatti nazionali, cantavano, lasciati questi, i fatti greci; né io credo che si trovi indicata tragedia d’Ennio o d’Accio ec. d’argomento latino e non greco. Cosa tanto dannosa, massime in quella somma abbondanza di gran cose nazionali, quanto ognuno può vedere. E lo vide ben Virgilio col suo gran giudizio, non però la [p. 162 modifica]schivò affatto; anzi l’argomento suo fu pure in certo modo greco, (cosí le Buccoliche e le Georgiche di titolo e derivazione greca), oltre le tante imitazioni d’Omero ec. ma procurò quanto piú poté di tirarlo al nazionale, e spesso prese occasione di cantare ex professo i fatti di Roma. Similmente Orazio, uomo però di poco valore in quanto poeta, fra tanti argomenti delle sue odi derivate dal greco, prese parecchie volte a celebrare le gesta romane. Ovidio nel suo gran poema, cioè le Metamorfosi prese argomento tutto greco. Scrisse però i fasti di Roma ma era opera piuttosto da versificatore che da poeta, trattandosi di narrare le origini, s’io non erro, di quelle cerimonie, feste ec., in somma non prese quei fatti a cantare, ma cosí, come a trastullarcisi. Del resto la letteratura latina si risentí bene dello stato di Roma colla magniloquenza, che, si può dire, aggiunse alle altre proprietà dell’orazione ricevute da’ greci, e a qualcune sostituí; qualità tutta propria de’ latini, come nota l’Algarotti, colla nobiltà e la coltura dell’orazione del periodo ec., molto maggiore che non appresso gli antichi greci classici, eccetto, e forse neppure, Isocrate.


*   Una prova di quello che ho detto di sopra intorno alle lettere, o piuttosto un esempio, è l’u gallico (fino una vocale) sconosciuto a noi italiani